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Il racconto di Napoli-Juventus: la partita del napoletano juventino.TUTTO mercato WEB
Guardare orizzonti
domenica 3 marzo 2024, 22:54Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Il racconto di Napoli-Juventus: la partita del napoletano juventino.

Non ha importanza dove si è nati, quando come e dove si sono avuti i primi approcci con il calcio, per diventare un appassionato, un tifoso. Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita. (Pier Paolo Pasolini)

Il calcio e lo sport dovrebbero essere la prima manifestazione della libertà donata e insegnata ai bambini, senza arrière-pensée - direbbero i nostri cugini francesi -, senza retropensieri storici, politici e linguistici. Non abbiate alcun timore Voi napoletani bianconeri a tifare per la Juventus! E Voi, cittadini del mondo, a tifare per l’undici che più vi fa palpitare, fosse anche una squadra della Patagonia o dell’Islanda, mentre in poltrona comodi nella vostra casetta ad Amsterdam, a Madrid o a Liverpool sgranocchiate noccioline americane davanti al televisore che trasmette l’agognata sfida dei vostri beniamini! Nessuno mai ha sancito che il tifo deve essere a chilometro zero, vi sembrerà strano ma è così! L’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani non dà adito a dubbi: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Pertanto è concesso, non facendo torto ad alcuno, gioire o star male per la squadra scelta da ognuno di noi, senza dar conto alla politica, alla storia, alla religione, alla geografia: questo sacrosanto diritto – altro che concessione - si chiama Libertà.

Il calcio è passione e poesia, Napoli-Juventus è una vibrazione passionale e poetica, il tifo è la sua materializzazione e le emozioni non hanno padroni, né regolamenti da seguire: l’unico percorso concesso è quello scandito dai battiti del cuore. Il calcio da gioco è diventato anche un fenomeno sociale e purtroppo non sempre con una accezione positiva. Quando miliardi di persone si preoccupano di un gioco, esso cessa di essere solo un gioco e mai come alla vigilia di Napoli-Juventus questa frase dell’economista Simon Cuper sembra assumere i connotati di una verità assoluta. È compito degli uomini saggi riportare il calcio alla sua originaria natura di gioco, per chi lo fa e per chi lo osserva e soprattutto spiegarlo. Era il 1898 quando l'editorialista Georges Clemenceau definì "intellettuali" un composito e nutrito gruppo di illustri personalità, accademici, artisti, architetti giuristi, medici, scrittori - del calibro di Émile Zola, Anatole France, Marcel Proust - che sulle pagine del quotidiano "L'Aurore" animò una discussione intorno all'"affaire Dreyfus" e alla necessità di difendere pubblicamente i valori della giustizia e della verità. Nonostante la figura dell'intellettuale non fosse certo nuova, Clemenceau consacrò in qualche modo la nascita di un termine poi entrato nel linguaggio comune, identificando una forza sociale e politica che con la sua militanza ha caratterizzato innegabilmente tutto il corso della cultura occidentale. Ecco servirebbero gli intellettuali veri a riportare valori e verità.

Fra le sfide calcistiche che hanno fatto la nostra storia, a quella tra i bianconeri ed i partenopei molti boriosi intellettualoidi – si badi bene, non intellettuali - hanno affibbiato la fisionomia di un incontro-scontro culturale, sporcando la bellezza di una partita tra due squadre grandi ognuna a proprio modo e incentivando odio e violenza, sentimenti antitetici allo sport. Pur di caricare la tenzone, hanno riesumato Garibaldi e i suoi Mille, imbandito la tavola con la Questione Meridionale, invitando il conte di Cavour, i Savoia e i Borboni, innaffiando le pietanze con un bel Barolo del 1861, gustando dulcis in fundo gianduiotti e pastiere! Una rivalità sociale, prima ancora che sportiva, la quale affonderebbe le sue radici nello storico antagonismo fondato sui pericolosi luoghi comuni del nord ricco e laborioso e del sud povero e pigro, del padrone torinese e dell'operaio emigrante dal meridione d'Italia.

Tutti gli incontri di calcio, se rapportati alla storia delle loro città, potrebbero diventare sanguinosi campi di battaglia! Hertha Berlino contro Arsenal, pensando per un attimo alla Seconda Guerra Mondiale: quanti fiumi di inchiostro sedicente colto si dovrebbero inutilmente versare sul Times e sul Die Zeit prima del fischio d’inizio? È un luogo comune, chiaramente non nel senso aristotelico inteso come principio filosofico, cioè di “luogo di questioni e di ricerca”, bensì di falsa opinione ricorrente e ingannevole. Una falsità che, ripetuta pedissequamente ingenera nell’opinione pubblica la convinzione incolpevole che quella menzogna costituisca una verità. Più che di disinformazione potrebbe parlarsi di controinformazione, con la dovuta precisazione che spesso le false verità hanno lo scopo di distrarre l’opinione pubblica da questioni di ben altro spessore, ma qui si entrerebbe nel campo delle armi di distrazione di massa. Il luogo comune è nemico della verità e in genere è al servizio del potente, del balordo o del malfattore che si predica perseguitato. Napoli-Juventus nulla di tutto questo deve essere, tantomeno argomento di pericolosi luoghi comuni.

La rivalità sì, quella ci deve essere eccome! Le grandi rivalità, figlie di ferrei caratteri, non devono essere mai costruite sull'odio, ma sul rispetto. Nacque, quella tra il “ciucciariello” e la “zebra” probabilmente alla fine degli anni '50. Il Napoli apparteneva all'armatore Achille Lauro e la squadra era formata da gente del calibro di Pesaola, Jeppson e Vinício: quel Napoli finì quarto e iniziò a sgomitare facendosi largo tra le grandi del calcio italiano. La Juventus intanto era già la Vecchia Signora con la stella sul petto firmata Boniperti, Sivori e Charles. Con l'avvento di Ferlaino nel ‘69 come presidente degli azzurri, iniziarono anche le dolorose migrazioni sull'asse Napoli-Torino, trasferimenti che venivano percepiti dai tifosi napoletani focosi e passionali come veri e propri scippi, mentre a ben guardare erano normali e fredde cessioni imprenditoriali di calciomercato. Il primo illustre a migrare fu Dino Zoff, ceduto ai bianconeri nell'estate del 72', ma la vera deflagrazione si registrò qualche giorno dopo, quando Josè Altafini lasciò il sole di Napoli per la grigia Mole Antonelliana. Tre anni più tardi, il 6 aprile 1975, il Napoli, secondo in classifica, si giocò lo scudetto al Comunale. Altafini sedeva in panchina. La Juventus passò in vantaggio nel primo tempo con un destro all'incrocio dei pali del barone Causio. Il Napoli lanciatosi all’attacco nel secondo tempo, riuscì a pareggiare con Juliano. A un quarto d’ora dalla fine, al posto di uno spento Damiani, Parola mise in campo il Mazzola brasiliano. Azione da calcio d’angolo, il portiere Carmignani uscì male, palla a Cuccureddu, tiro secco sul palo, rimpallo sui piedi di Altafini, gol: è il 43’ del secondo tempo. Quel gol regalò il sedicesimo scudetto alla Juventus e rese Josè “Core ‘ngrato” a vita, per tutti i napoletani.

I ricordi danzano gioiosi nella mente e ricolorano quegli attimi passati di nuove sfumature quando i protagonisti hanno nomi cui il calcio deve soltanto ringraziare. Nell’era di Platini, durante la grandeur di roi Michel, nel golfo sbarcò uno scugnizzo argentino e altri meravigliosi versi poetici furono scritti con la lingua universale del calcio, scolpiti sull’erba. A chi esclama che Napoli-Juventus è l'incontro di due mondi distanti anni luce, posti agli antipodi geografici, climatici e culturali, rispondo che come spesso accade negli scontri epici tra i nemici più acerrimi, questi due mondi tanto polarizzati hanno bisogno l'uno dell'altro per sentirsi pienamente compiuti. Se solo si riflettesse un po’ di più. Un tifoso del Napoli, ad esempio, dovrebbe quasi “amare”, o senza esagerare almeno “essere grato” alla Juventus, pensando che senza di lei non ci sarebbe mai stato quel gol impossibile, a dispetto delle leggi della cinematica, di Maradona su calcio di punizione allo stupefatto Tacconi. Napoli-Juventus è un continuo ricordare, un ripassare dalle parti del cuore, come ci insegnano i latini, e ricordando si pensa a stasera, e poi un giorno si ripenserà a questa serata, ricordando.

Tutto questo è passione e sentimento, verità e purezza, folklore e colore del calcio, guai se non ci fosse, e guai a chi vuol far credere altro! Napoli-Juventus è un panorama mozzafiato, un dolce disorientamento come per quel bambino rapito dallo stupore, quando per la prima volta vide il mare. Stava al di là delle alte dune, in attesa. Quando padre e figlio, dopo un lungo cammino raggiunsero finalmente quei culmini di sabbia, il mare esplose davanti ai loro occhi. E fu tanta l'immensità del mare, e tanto il suo fulgore, che il bimbo – ci racconta Eduardo Galeano - restò muto di bellezza. E quando alla fine riuscì a parlare, tremando, balbettando, chiese a suo padre: Aiutami a guardare!

Un racconto altrettanto meraviglioso sarebbe se tutti i tifosi, aiutati dall’amore del calcio, guardando Napoli-Juventus cominciassero a scrutare solo orizzonti e non più confini.

Roberto De Frede

Post scriptum: Sono napoletano, amo Napoli e i Napoletani, e (badate bene, la congiunzione “e” è copulativa, non ho usato il “ma” avversativo) tifo Juventus.