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LIVE TJ - PJANIC: "No alla Francia per la Bosnia. CR7 esempio di concentrazione. Allegri maestro nella gestione del gruppo"

23.05.2019 19:20 di Edoardo Siddi    per tuttojuve.com   articolo letto 902 volte
Fonte: inviato all'Allianz Stadium

All'evento Randstad, parla Miralem Pjanic, intervistato da Andrea Bignami. Tuttojuve.com vi riporta le sue parole, argomento per argomento

GLI INIZI - "A casa nostra c'era sempre un pallone. Il pallone era il mio primo gioco, non è come mio figlio che ha più possibilità, mia mamma il pallone poteva regalarmi. Quando mi sono accorto che potevo fare questo come lavoro? Io sono andato in Lussemburgo a un anno, dove lo sport non è ai massimi livelli, quindi è difficile pensare di diventare una persona che ogni weekend si vede in tv. Per me però era sempre un sogno e un obiettivo che mi ero fissato. Se devo dire un'età 8/9 anni in poi, in cui realizzavo che ero un pochino più bravo degli altri e giocavo con i più grandi. Poi piano piano grandi squadre cominciavano a seguirmi e contattare la mia famiglia per raggiungere i loro club. La strada è lunga, ma diciamo che da 9 anni ho cominciato a pensare che poteva andare a finire così. Il primo vero passo doveva essere lasciare casa, quando sono andato in Francia senza i miei genitori. Avevo tante altre possibilità, però la prima volta che son ostato invitato dal Metz qualcosa mi aveva preso dentro il cuore e avevo la sensazione che fosse al scelta giusta. Mi volevano, mi sentivo come a casa e andare via da casa a 13 anni non è semplice. Poi non era così lontano da casa mia, i miei genitori venivano ogni weekend e il sabato dopo le partite tornavo a casa. Dai 13 anni in poi ho iniziato a ragionare diversamente. Dove dormivamo noi vedevo lo stadio della prima squadra e lo guardavo e sognavo di giocare lì dentro. Questi erano i miei obiettivi e li ho raggiunti a 17 anni".

ADDIO BOSNIA - "Non ricordo quando siamo andati via, ma arrivava la guerra e siamo andati via. Più volte abbiamo dovuto provare ad avere un documento per lasciare il Paese e la terza volta mia madre si è messa a piangere per disperazione e anche io mi sono messo a piangere e allora per pena ci hanno dato il documento per andare in Lussemburgo. Mio papà giocava a calcio, lo seguivo da sempre. Mio papà lavorava la mattina, poi giocava a calcio e per me è sempre stato un esempio. Non solo nel calcio, ma anche come persona. Per come ha seguito la famiglia, noi siamo andati via dal Paese con due buste, senza sapere la lingua, e non ci ha fatto mancare niente".

LE RADICI - "Quanto ha contato vedere i sacrifici dei miei genitori? Mi ha fatto maturare molto più velocemente. Tante cose hanno accelerato i tempi di crescita e questo mi ha aiutato tanto perché anche nelle difficoltà sono riuscito ad andare avanti e centrare altri obiettivi. Saprò sempre da dove vengo, dove sono cresciuti i miei genitori, e questo mi fa ricordare quanta strada per arrivare dove sono oggi. E non dimentico gli insegnamenti dei miei genitori, il rispetto  e infatti mi vedevano in modo maturo e serio e questo mi ha fatto migliorare più velocemente".

NO ALLA FRANCIA - "Perché ho scelto la Bosnia? Sul lato sportivo la scelta migliore sarebbe stata la Francia, ma io avevo 18 anni, avevo appena fatto un anno di prima squadra e ero andato a Lione, squadra più forte di Francia. Il ct mi aveva chiamato dicendomi che era interessato, però poco prima anche la Bosnia mi aveva chiamato, ma questo era il mio sogno da sempre. Ricordo che a 13 anni c'era una partita importantissima per la Bosnia contro la Danimarca e siamo andati in pullman dal Lussemburgo per vederla, serviva un pari per la prima storica qualificazione e abbiamo perso. Quello stadio, quella atmosfera, però era straordinaria e per me era un sogno viverla e giocare per quella gente. Io già a 17 anni avevo già scelto di giocare per la Bosnia, anche se era più complicato. Il mio obiettivo numero uno era lì, quindi ho detto al tecnico della Francia che la mia scelta era già stata fatta. Ora con la Bosnia siamo andati per la prima volta al Mondiale ed è stato un grande orgoglio, tra qualche giorno torno qui con la Bosnia contro l'Italia qui e sarà una bella partita".

I CAMBIAMENTI - "Quanto è cambiato il mondo del calcio? Tanto. E' sempre più veloce, più specifico, si aspira alla perfezione e serve la perfezione per vincere tutto. Per essere al top in una grande squadra devi avere grandi qualità tecniche e le tue qualità devi sempre metterle in discussione ogni giorno per migliorare e vincere qualcosa, perché in questo mondo c'è tanta concorrenza, tanti giocatori, e tutti vogliono arrivare al top e provare a vincere. Credo che il più grande cambiamento sia stato nella velocità di gioco. Oggi poi è molto importante quello che fai fuori. Tu giochi come ti alleni, giochi come prepari le partite, come mangi, come bevi. Io l'ho capito un po' più tardi, se dovessi consigliare qualcosa a un giovane che inizia direi che il riposo e cosa e come mangi è importante. Negli ultimi anni ho cambiato qualcosina e questo mi ha migliorato come atleta. Stare ogni tre giorni sul campo necessita di stare bene fisicamente e di testa, perché hai l'obbligo di vincere e dare il meglio non è mai semplice. Devi sempre essere pronto e il calcio oggi è questo".

PJANIC CALCIATORE - "Il mio calcio? Gioco con le mie qualità. Non sono il più veloce, non sarò quello che fa doppi passi, sombreri e cose così. Ci sono giocatori capaci di fare quello, io però l'ho capito e faccio quello che so fare meglio. Le giocate di prima, provo a guardare sempre il campo per velocizzare il gioco, giocare semplice. Io faccio questo, poi ci sarà un altro tipo di giocatore che ama avere la palla, ma queste non sono le mie caratteristiche. Ho individuato i miei punti forti, ci ho lavorato sopra e provo a giocare bene per le mie qualità. Non sono il più veloce, non faccio i dribbling come Douglas Costa, che quando ha il pallone vuole saltarne uno o due ed è forte in questo. Io ho capito quali sono le mie qualità".

LA TESTA - "Mi piacciono i giocatori che riflettono, lo vedi da come chiede palla e come la riceve. Basta uno sguardo a volte e capisci cosa un calciatore vuole. Io quei giocatori li individuo subito e mi piacciono. E alla Juve ce ne sono tanti così. Se contano di più piedi o cervello? Ci sono giocatori che hanno fatto carriera pur non avendo piedi straordinari, ma è la testa che fa tutto e ti fa avanzare nel lavoro e nella vita. Soprattutto nel calcio, perché hai tante pressioni e se non sei forte mentalmente tutti aspettano solo le cose negative. Ora tutti aspettano solo le cose negative, un giocatore deve essere pronto, concentrato. Poi i periodi buoni e meno buoni li abbiamo tutti. Io credo però che oggi un giocatore ad alti livelli debba essere forte nella testa. CR7 è molto molto forte in quell'aspetto. Ha sempre una concentrazione fuori dal comune, sia quando le cose vanno bene che quando vanno meno bene. E' così forte nella testa e sicuro di sé che va sempre avanti".

CRESCERE - "Come si allena la testa? Quando caschi e ti devi rialzare. Lì devi essere forte, lì si vede che tipo di giocatore sei. Rialzarsi non è mai semplice, perché a volte hai lo stadio che ti fischia, altre volte i giornalisti contro, ti sembra di avere tutto contro e lì un giocatore deve dimostrare di essere forte e rialzarsi. Esistono periodi buoni e meno buoni. Una caratteristica che un ragazzo debba avere per forza per fare il calciatore? Credo il rispetto. Dentro un gruppo e in generale da piccolo è importante ascoltare sia i genitori che gli educatori. Serve sempre massimo rispetto. Per me è davvero al cosa più importante".

ALLEGRI - "Come si trasformano 11 giocatori in una squadra? Questa era una domanda da fare al mister quando era qui. Lo sa fare molto bene lui. Anche io? Chi lo sa, intanto io continuo a giocare. Gestire 24 persone dentro un gruppo non è semplice e io ho sempre fatto i complimenti al nostro allenatore perché è stato eccezionale in questo e non è semplice. Poi in un gruppo fantastico come il nostro riesci sempre a vincere vuol dire che riesci in questo. Per un allenatore questo è complicato ma è fondamentale, ma lui c'è sempre riuscito molto bene. Credo sia una domanda da fare a un allenatore".

TALENTO - "Quanto conta il talento? Tanti hanno talento, molti più di me. Io ho sempre cercato di lavorare e lo faccio anche ora per essere tra i migliori centrocampisti del mondo e continuerò finché non ci arriverò. Questo mi ha portato alla Juve. Come si perdono alcuni talenti? Non dico sia colpa della squadra, io guardo prima a me che agli altri. Credo che tutti debbano guardare dentro sé stessi. Io guardo sempre il mio, poi capita che l'ambiente non possa farti uscire il meglio di te. Dal mio punto di vista, però, guardo sempre dove ho sbagliato io".

ALTRA VITA - "Cosa avrei fatto se non avessi fatto il calciatore? Difficile, perché anche a scuola quando chiedevano cosa volessi fare da grande scrivevo di voler essere calciatore. Io non vedevo altro, per me era sempre un sogno stare sul campo di calcio. Oggi non saprei cosa dire. Mio fratello è più bravo di me nello studio, io però non ero così convinto come lui di percorrere quella strada, quindi non saprei".

RISPETTO - "Che insegnamento passo a Edin? Come ho detto, il rispetto. Quello che hanno insegnato i miei genitori a me. Rispettare tutti ed essere educato, dire grazie, guardare la gente negli occhi, avere rispetto verso tutti, perché siamo tutti semplici esseri umani. Il rispetto conta più di tutto".

Applausi in sala al termine della chiacchierata.


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