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Gli eroi in bianconero: Nicola LEGROTTAGLIETUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
sabato 23 ottobre 2021 10:23Gli eroi bianconeri
di Stefano Bedeschi
per Tuttojuve.com

Gli eroi in bianconero: Nicola LEGROTTAGLIE

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia

SIMONE STENTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 2007
Nicola Legrottaglie è nato il 20 ottobre 1976 a Gioia del Colle, in provincia di Bari. Ha mosso i primi passi nel calcio nelle giovanili del Bari, senza riuscire a esordire in prima squadra. A 20 anni, all’inizio del 1996/97 inizia infatti un lungo peregrinare in giro per l’Italia calcistica. Dalla Pistoiese – dove con mister Catuzzi diventa centrale difensivo dopo anni a centrocampo – al Prato, dalla Reggiana al Modena. Ma la squadra del destino diventa il Chievo. A Verona trascorre tre periodi diversi, l’ultimo dei quali diventa decisivo. Nel 2001/02 i veneti approdano per la prima volta in Serie A e anche Legrottaglie fa il grande salto. 13 presenze e 2 gol nella prima annata, 4 reti in 30 partite nella seconda, entusiasmante, che porta alla Nazionale di Trapattoni: esordio con la Turchia e gol con la Svizzera.
Nell’estate 2003 arriva la chiamata dalla Juventus di Lippi, Campione d’Italia e reduce dalla finale di Champions League. I primi mesi sono da incorniciare. Contribuisce alla vittoria della Supercoppa Italiana con il Milan – decisivo nella rete di Trezeguet che porta la gara ai rigori – e proprio in casa del “suo” Chievo segna il primo gol in bianconero. Nel momento migliore, suo e della squadra (fino a novembre in testa al campionato), affiorano i primi sintomi della pubalgia, un problema che ne condizionerà non solo il resto della stagione – chiusa con 21 presenze totali e un’altra rete nell’ultima partita casalinga, contro la Sampdoria –, ma anche quelle successive, trascorse a Bologna (la seconda parte dopo i primi mesi con la Juve di Capello) e a Siena, dove contribuisce alla salvezza.
Nel 2006 torna alla Juventus per disputare il torneo di B. Risolto definitivamente il guaio muscolare, mette la firma sul pronto ritorno in A nonostante un altro lungo stop per un infortunio alla spalla rimediato a Napoli. Il resto è cronaca di questi giorni con il ritorno in copertina grazie a una serie di prestazioni esaltanti e il rinnovo del contratto fino al 2010.
C’è una vivace commedia di Peter Howitt, “Sliding doors”, in cui una radiosa Gwyneth Paltrow verifica come la vita, il suo svolgimento, la sua stessa personalità può cambiare a seconda dell’apertura o meno delle porte di un metrò. Nicola Legrottaglie si è trovato davanti a quelle porte scorrevoli un gran numero di volte: La più spettacolare delle quali questa estate, quando aveva già pronte le valigie per volare in Turchia.
– Innanzi tutto, Nicola, ci puoi spiegare perché mai proprio il Besiktas?
«Ah, semplice: perché era l’unica squadra che mi voleva. Soltanto qualche mese fa per tanti la mia carriera era morta e sepolta. Infatti, mi hanno chiamato solo i turchi».
– Poi il destino ha voluto che all’ultimo momento non partissi e che Andrade s’infortunasse e ti liberasse il posto da titolare.
«Non credo al caso. Sono un ragazzo molto credente e riconosco la volontà di Dio. È stata una mano che dal cielo mi ha aiutato e mi ha scritto un bel programma. È ovvio che mi dispiace per i compagni che si sono fatti male, ma anch’io sono stato bravo a sfruttare l’occasione concessa. Non è che, se uno si fa male, poi chi entra è automatico che faccia bene».
– Dove hai trovato le motivazioni giuste?
«Nel mio passato. Nel rivivere tanti momenti brutti. Nonostante fossi un privilegiato, ho passato un periodo di grande tristezza. Poi ho fatto un incontro che mi ha cambiato prospettiva».
– E chi ha incontrato?
«Gesù. Noi atleti siamo abituati a curare ogni dettaglio del nostro corpo, ma spesso trascuriamo la cosa che conta di più: l’anima. Invece, ho imparato a nutrire anche quella e vivo più sereno. E, di riflesso, gioco meglio».
– Sì, ma nel tuo periodo buio bianconero avrai pure sbagliato qualcosa in campo?
«Ma certo, c’era anche una motivazione tattica. Io arrivavo dal Chievo, una macchina in cui tutto era sincronizzato. Qui, invece, si giocava in maniera più individuale. Per cui spesso ero convinto di trovare un compagno dove invece non c’era. Questo mi spiazzava e non mi adeguavo. Per presunzione, ero convinto che fossero gli altri a doversi adeguare al mio modo di giocare. Mi credevo un campione, ma non lo ero».
– Che differenza trovi tra quella Juve e quella di oggi, a parte la fin troppo evidente situazione societaria?
«Il mio primo anno qui è un discorso a parte: arrivai in uno spogliatoio che aveva appena perso la Champions col Milan e il morale era quello che si può immaginare. Poi c’erano grandissimi campioni arrivati a fine carriera, come Ferrara e Montero. Insomma, una stagione sbagliata».
– Nello spogliatoio, però, sembra che vi sia una specie di eredità fatta di grinta e motivazioni.
«Quella non cambia mai, è il marchio Juventus. Organizzazione perfetta e tutti sintonizzati sullo stesso canale. È lo specchio della famiglia Agnelli, io ho conosciuto il Dottore e la personalità dello spogliatoio e della società è esattamente la stessa che ho visto in lui».
– Quello che cambia è il trattamento degli arbitri: mai come quest’anno siete stati tartassati.
«Sì, ci sono stati errori evidenti. Purtroppo, lavori tutta la settimana poi alla domenica ti scontri con questo genere di imprevisti e non puoi non rimanere male. Sono comunque convinto che siano tutti in buonafede, perché l’arbitro è come noi giocatori: al lunedì non vuole leggere critiche sul giornale e, perciò, se sbaglia sono convinto che sia il primo a rammaricarsene».
– E tu il lunedì le leggi le pagelle?
«Non compro i quotidiani sportivi. Se entro in un bar, magari li sfoglio, ma non vado a cercarli di proposito».
– Neppure dopo il gol al Parma, quello che ha acceso la partita e coronato una tua prestazione super?
«Sì, ne ho letto qualcuno che girava qui a Vinovo, ma se non lo avessi trovato avrebbe fatto lo stesso. Lo dico spesso ai miei compagni più giovani: se sapete che le critiche possono influenzarvi, saltate le pagine sportive. Lo scorno può essere grande soprattutto quando credi di aver fatto una buona gara e poi leggi critiche che non ti spieghi. Che poi è la dimostrazione che alla fine ognuno vede la sua partita».
– Quali sono le partite che ti hanno emozionato di più?
«Be’, quest’anno quella con la Reggina, quando ho segnato il primo gol, praticamente al mio esordio da titolare. Un significato pazzesco, considerato quello che mi era successo. Poi, più in generale, il gol in Nazionale con la Svizzera, durante la preparazione agli Europei in Portogallo».
– Dove però non sei andato.
«Fu una delusione tremenda. Persi la convocazione all’ultimo momento. Mi telefonò Trapattoni dicendomi che non poteva chiamare uno che soffriva di pubalgia».
– Tra l’altro ci hai messo molto a guarire.
«In realtà, sono guarito da poco: mi è durata cinque anni e oggi mi sento rinascere. Non riuscivano a trovarmi una piccola ernia inguinale. Ho 31 anni, ma è come se ne avessi 26».
– E quindi puoi mettere nel mirino l’Europeo e forse anche Sudafrica 2010. Centrali difensivi a Donadoni servono come l’acqua nel deserto.
«Be’, Cannavaro e Materazzi chi li tocca?».
– Sì, ma mica sono eterni.
«Le scelte le fa il ct, ma se ha bisogno di uno lì in mezzo, per me sarebbe il coronamento di un sogno».
– Parlando di “Sliding doors” e mercato che svolta all’ultimo momento, tu hai cominciato presto: la prima volta eri ancora al Chievo.
«Primo anno di A. Arrivavo dal Modena, 32 presenze in C1, ero convinto di far bene anche in A. Ero giovane e dunque un po’ ribelle: le prime 10 partite mister Delneri me le fa vedere tutte dalla tribuna. Ero arrabbiato, ma così arrabbiato che faccio di tutto per essere venduto al Perugia a gennaio. Bene, due giorni prima della chiusura del mercato, il mister mi invita a cena al ristorante Tre Risotti di Verona e, tra un piatto e l’altro, mi dice che sono il futuro e che conta su di me. Gli credo, rinuncio a trasferirmi e la domenica dopo sono di nuovo in tribuna. Ma mi sta pigliando in giro?».
– Invece...
«Invece subito dopo andiamo a Roma con la Lazio. La sera prima, senza nessun preavviso, viene da me e mi sfida: “Domani mi devi far vedere che cosa sai fare”. Quella domenica ho segnato. E non sono mai uscito dai titolari. Da allora adoro mister Delneri».
– Senza rete: metti in fila le prime quattro alla fine del campionato.
«Non parlo col cuore, ma provo a fare solo con la testa. Allora, prima Inter. È una squadra fuori dal normale: completissima, fisicamente troppo forte. Seconda la Roma, che pratica un gran bel calcio, ma che alla lunga può pagarlo. Ma sono proprio belli da vedere. Terzi noi, quarto il Milan».
– Niente Fiorentina?
«Squadra compatta, che gioca assieme da anni. Contro di noi però non li ho visti in gran spolvero».
– Il Milan vi tocca a San Siro.
«Che stadio! Unico al mondo: il suo urlo mette i brividi. Poi una partita con due maglie così nobili, ci sarà da divertirsi. E sarà bello giocare contro Kakà, un campione fantastico e un Atleta di Cristo, come me».
– A proposito di fede, possiamo dire che ti ha regalato anche una famiglia d’adozione, qui a Torino?
«Come no? La famiglia Di Gioia: Aldo, Betty, Francesca, Federica e Stefano. Condividiamo la fede e con loro mi sono ricreato una specie di habitat familiare. Sto bene davvero in loro compagnia, sono talmente integrato che spesso mi fermo a dormire da loro».
– Kakà mi ha confidato che a fine carriera vorrebbe diventare pastore evangelico. Tu hai già qualche idea sul dopo?
«Mi piacerebbe diventare ambasciatore della mia fede nel mondo. Magari potermi applicare nel sociale, anche per il tramite della Juventus. Un po’ come fa Leonardo con la Fondazione Milan».
– Intanto, però, ti dai all’alcol.
«Macché, scherziamo? Un amico possiede le Cantine Di Marco a Martina Franca e mi ha chiesto di dare il nome a un’etichetta: così è nata Tenuta Legrottaglie, primitivo di Manduria DOC. Molto buono, ma non posso esagerare, mezzo bicchiere ogni tanto».
– Un bel modo per tenersi legato alle radici.
«Sono molto affezionato alla provincia di Taranto, però non è che a Torino possa rimpiangere qualcosa. È una città che offre così tanto a un giovane come me! La trovo interessantissima, con piazze bellissime e una vivibilità impagabile per un calciatore. Vado in giro e nessuno mi rompe le scatole. Non potrei mai fare la vita che faccio, tanto per fare un esempio, a Roma o a Napoli. Bel vantaggio, no?».
– Chiudiamo con una curiosità. Che cosa ascolti con quelle cuffione da Teletubby?
«Ultimamente ascolto soltanto musica cristiana. Soprattutto prima della gara, serve per rilassarmi. Artisti i cui nomi possono dir poco al grande pubblico, ma vi segnalo Michael W. Smith e Corrado Salmé».

Il rendimento della coppia Chiellini-Legrottaglie è ottimo, tanto che Nicola si merita il rinnovo del contratto fino al 2010 e riesce a riconquistare la Nazionale, con la quale disputa la Confederation Cup del 2009: «Il Legrottaglie dalle meches bionde, dall’aria da fighettino, con la fama di tiratardi e di donnaiolo non c’è più. Ne ho fatte di notti al Toqueville, all’Hollywood. Se stavo dieci giorni senza una donna battevo la testa contro il muro, mentre adesso sono serenissimo anche senza, perché so che la persona giusta arriverà e quando la incontrerò sarà ancora più bello».
Comincia il campionato 2008-09 e, nel match di Coppa dei Campioni contro l’Artmedia Bratislava del 13 agosto, realizza il suo primo goal in Europa. Va a segno anche contro l’Atalanta in dicembre con un bel colpo di testa. Termina la stagione con 36 presenze, che lo fanno indiscusso leader della difesa bianconera.
L’estate 2009 è caratterizzata dal ritorno di Cannavaro, dopo l’esperienza al Real Madrid. Logico che per il Duca gli spazi si riducano, anche se riesce a totalizzare ben 28 presenze. «Penso che siamo partiti con ambizioni troppo elevate e in corso d’opera ci siamo accorti che c’erano dei limiti. Purtroppo le cose si capiscono con il tempo. Penso che avere singoli giocatori molto validi non basti, è importante che ci sia un filo conduttore unico, che tutti mettano da parte l’io e pensino solo al bene della squadra. Forse siamo stati anche troppo osannati dalla stampa e dal pubblico in avvio di stagione. Infatti non è sbagliato il detto “l’umiltà precede la gloria”. Bisognava andarci un po’ più cauti, anche la gente si è fatta troppi castelli in aria».
Il 2010-11, nonostante in panchina ci sia il suo mentore Delneri, non inizia nel migliore dei modi. Nicola è spesso relegato in panchina a causa dell’arrivo di Bonucci, il quale è impiegato con continuità al fianco di Chiellini. Il 4 novembre nella partita contro il Salisburgo si procura una lesione di primo-secondo grado del bicipite femorale destro: la prognosi è di circa 40 giorni. Rivede in campo il 16 dicembre avversario il Manchester City. Il giorno della Befana torna a vestire la maglia da titolare nella gara che vede la Juve affrontare il Parma, segnando una rete di testa su calcio d’angolo battuto da Aquilani. Purtroppo la partita terminerà 4-1 per il Parma e da quel momento comincerà il lungo periodo negativo che porterà la truppa bianconera al 7° posto consecutivo.
Il 31 gennaio è acquistato a titolo definitivo dal Milan, terminando in questo modo la sua carriera in bianconero. Il suo tabellino recita 154 presenze e 9 reti, mentre il palmares è riempito (si fa per dire) da una Supercoppa italiana. Ma il Legrottaglie che ci piace ricordare è quello del campionato di Serie B, quello della rinascita: sua e della Juve. Lì abbiamo capito che Nicola era un giocatore “vero”.
 

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