Il calcio è un gioco, non una guerra. Basta polemiche: gli alibi sono l'oppio dei perdenti
Enrico Danna
Quando le cose non vanno per il verso giusto, è prassi e malcostume del calcio italiano puntare il dito contro l’avversario e/o l’arbitro. Se poi di mezzo c’è la Juve, tanto meglio, visto che la cassa di risonanza mediatica è talmente estesa da permettere di distrarre l’attenzione da ciò che non va in casa propria. Lo hanno fatto tutti, lo fanno tutti, continueranno a farlo tutti. Anche noi juventini ricordiamo stagioni tristi, con rose abbastanza improponibili e con episodi dubbi che venivano utilizzati per cercare o creare alibi. A cosa servirono quelle proteste? A nulla, se non a procastinare, nel tempo, la creazione di una mentalità collettiva tesa alla ricerca della vittoria. Il punto è proprio questo: le lamentele, le isterie collettive, il trovare sempre e comunque un colpevole esterno, non servono a nulla. Anzi, sono solamente nocive, perché, in tal modo si creano alibi nella testa di allenatori, giocatori e tifosi. E’ ovvio che ci sono episodi che fanno arrabbiare, che fanno andare il sangue alla testa per la percezione di aver subito un torto, un sopruso. Facciamo un esempio: lo scorso anno, la Juventus fu eliminata dalla Champions League al termine di una doppia sfida col Bayern Monaco, segnata da diversi episodi negativi per i bianconeri, sia nella gara di andata che in quella di ritorno. Fu colpa dell’arbitro se la Juve uscì dalla coppa? Assolutamente no. Nella gara di andata, a Torino, per circa un’ora la Vecchia Signora non vide assolutamente palla. Poi, con orgoglio e la forza della disperazione, i bianconeri riuscirono a pareggiare, raddrizzando la partita. A Monaco di Baviera, nel retour match, se la squadra avesse gestito con più attenzione ed intelligenza il finale di gara, probabilmente l’esito della qualificazione sarebbe stato diverso.
Il tutto, al netto degli errori arbitrali. Nella finale di Berlino, ci fu negato un rigore evidente, sul punteggio di parità, ma, obiettivamente, qualcuno può dire che il Barcellona non vinse meritatamente perché più forte? Questo non significa che non ci si possa arrabbiare, imprecare o ritenere di aver subito un’ingiustizia, ma occorre dare sempre il giusto peso e il giusto tono alle cose. C’è inoltre chi è più passionale, chi più riflessivo, etc, etc. Il fatto di sentirsi penalizzati sempre e comunque poi, attira inevitabilmente energie e sensazioni negative. Insomma, se vincere aiuta a vincere, piangere non aiuta che a piangere. Chi ha delle responsabilità e dei ruoli di tutto rilievo, inoltre, dovrebbe fare attenzione alle parole che pronuncia, che scrive o che twitta. Non siamo in guerra, è bene ricordarlo sempre, perché poi, quando ci scappa il ferito o il morto, la responsabilità è in primis di colui che ha commesso l’atto, ma anche chi ha alimentato la tensione, seminando odio gratuito, non è esente da colpe. (qualunque sia la fede calcistica di appartenenza). Vanno bene gli sfottò, le prese in giro: sono il sale del calcio, però, sinceramente, con questa storia della “Juve che ruba”, si sta esagerando. Alcune domande: chi parteciperebbe ad un contest qualsiasi (o continuerebbe a parteciparvi) sapendo che il vincitore è già stato designato? Volete dire che i presidenti delle altre squadre sono tutti stupidi e investono soldi sapendo che è già tutto scritto? Perché, se come si sente dire, la “Juve ruba”, nessuno porta le prove in tribunale? E ancora: immaginate per un istante che non ci sia più la Juve nel campionato italiano: con chi se la prenderebbero gli avversari non vincenti? (vince sempre uno solo, alla fine). Che cosa farebbero giornalisti e media per campare? Forse non ci avete mai pensato più di tanto, ma la Vecchia Signora fa girare l’economia (stadi quasi sempre esauriti, share record quando le partite sono trasmesse in tv, trasmissioni televisive a iosa, giornali che vendono, giornalisti che lavorano, etc, etc.). Alle volte, un bell’esame di coscienza, sarebbe decisamente più produttivo, perché se si riesce ad incanalare la rabbia della sconfitta in energia positiva, allora si è già a metà dell’opera di costruzione di una mentalità vincente. E’ il segreto di Pulcinella, ma Pulcinella ancora non l’ha capito, a quanto pare (e non solo lui).


