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La Vecchia Signora al bicarbonato. Dai salotti d'Europa al dopolavoro col Rennes: quando l'indigestione passa dagli avversari ai tifosi

autore
Roberto De Frede
per Bianconeranews.it
Oggi alle 00:01Editoriale
autore Roberto De Frede
25.10.2026 00:01Editoriale
«Rivedo la tua gente taciturna e affaccendata... Ma il passo non è più quello d’allora.» Guido Gozzano, Torino

Per affrontare il primo tempo della Juventus di questi tempi non servirebbe l’abbonamento allo stadio, ma una vecchia bottiglia di Fernet bevuto d’un fiato, di quello amaro che rimette in bolla i cristiani. Dopo la Caporetto casalinga contro la Lazio — una disfatta così tonda e priva d’appello da far sembrare quasi allegro il bollettino del generale Cadorna — ci si aspettava almeno un sussulto d’orgoglio contro il Rennes. Macché. Quarantacinque minuti di pura ipnosi regressiva, eseguita attraverso un palleggio laterale con lo slancio vitale di un impiegato del catasto alla vigilia della pensione, dentro un’architettura tattica in cui le pochissime idee presenti facevano di tutto per non incontrarsi mai. È il solito, rassicurante mal di mare che ormai funge da antipasto fisso all’Allianz. In campo si è vista la feroce intensità agonistica di una bocciofila di provincia nell’ora della controra, con i giocatori impegnati a passarsi il pallone come se fosse un parente serpente a Natale: l’importante era toglierselo di torno il prima possibile. Nessuno scatto, nessuna illuminazione, ma solo una tristezza perpendicolare alla porta avversaria che nemmeno una damigiana di Barbera riuscirebbe a mandare giù.

Poi, puntuale come una cartella esattoriale, nella ripresa è scattata l’ora della disperazione. Smaltita la camomilla dell’intervallo, la Signora ha improvvisamente deciso di togliersi la pelliccia (ormai parecchio tarlata) per indossare la tuta da metalmeccanico. Palla lunga, spallate, nervi scoperti e mischioni furibondi gettati in area sperando in qualche rimpallo benevolo della provvidenza, più che in uno schema, per raddrizzare la baracca fino al 2-2. Un furore generoso ma disordinato, da saloon di periferia più che da salotto europeo, che i bretoni hanno assorbito senza nemmeno spettinarsi troppo, negandoci quel terzo gol che avrebbe almeno salvato la contabilità della serata.

C’è però una legge non scritta del pallone che a Torino farebbero bene a ripassare in fretta: l’assalto all’arma bianca è l’eccezione dei naufraghi, non può diventare la regola di un grande club. Se ti riduci a chiudere ogni santa partita con la bava alla bocca, a rincorrere il risultato con l’acqua alla gola buttando all’aria la geometria per aggrapparti solo alla clava, allora non è sfortuna e non è nemmeno un episodio. Significa che qualcosa — o molto più che qualcosa — nel motore e nella testa si è rotto per davvero. Scriveva Ennio Flaiano che «la situazione è grave, ma non è seria»; ecco, la Juventus attuale prende tremendamente sul serio la propria confusione.

Ma il guaio vero non è il pareggio col Rennes, che in epoche più felici avremmo liquidato come una fastidiosa formalità del mercoledì di coppa e non in questo purgatorio del giovedì sera. Il delitto perfetto che questa squadra sta compiendo è l’anestesia dei sentimenti: sta togliendo l’entusiasmo alla sua gente, che è la cosa più difficile da rimettere insieme quando va in frantumi. Cesare Pavese, nel Mestiere di vivere, annotava che «le cose si ottengono quando non si desiderano più». A furia di assistere a frazioni iniziali inguardabili e rimonte disperate che si fermano a metà del guado, il popolo bianconero rischia di raggiungere presto il nirvana dell’indifferenza: non s’arrabbia nemmeno più, fissa il vuoto, sospira e si chiede se valga ancora la pena rovinarsi il fegato per un calcio d’angolo battuto corto.

Con questo bagaglio di spleen sabaudo in stiva, domenica si scende a Lecce. Il Salento è terra di vento, di barocco luminoso e di gente che il calcio lo vive ancora col sangue agli occhi. Al Via del Mare non stenderanno tappeti rossi per consolare gli aristocratici decaduti venuti dal Nord; lì bisognerà correre sul serio fin dal fischio d’inizio, perché regalare il solito tempo agli avversari significherebbe consegnarsi al martirio sportivo. Alla squadra non si chiede di trasformarsi d’incanto nel Brasile del ’70, ma almeno di onorare il prezzo del biglietto e restituire una scintilla a chi la guarda.

Del resto, viene quasi da sorridere — di quel sorriso obliquo e un po’ grigio che assomiglia a certe nebbie sul Po, tipico di chi ha molto amato e ora si ritrova a contare i resti di un trasloco — se ci si ferma a riguardare le fotografie ingiallite sul comò. C’era una stagione della vita in cui a Torino sbarcavano i granatieri di Manchester o gli hidalgos di Madrid e sentivano i garretti farsi d’acqua già all’uscita degli spogliatoi, al cospetto di una squadra spietata nel portamento, capace di ricamare di fioretto prima di calare la mannaia. Adesso ci si ritrova a battere le mani, quasi con gratitudine, per un quarto d’ora scarso di confusa baruffa nel dopolavoro dell’Europa League contro gli onesti scolari bretoni, celebrando un punticino casalingo con l’enfasi eroica di chi ha appena trasvolato le Ande a cavallo di una bicicletta da fornaio. Gli ospiti se ne tornano in Francia con il bottino in tasca e il garbo di chi ringrazia per l’ospitalità; a noi tocca rassettare la tavola, preparare il baule per le Puglie e custodire il ricordo sbiadito di quando le proporzioni gastronomiche erano invertite. Allora, infatti, la Juventus procurava solenni indigestioni agli avversari; adesso preferisce procurarle ai propri paganti. Bisogna tuttavia riconoscere alla società un’ammirevole coerenza industriale: pur avendo smarrito la ricetta della grande cucina europea, lo stomaco rimane pur sempre il bersaglio prediletto della casa. Tanto che si pensa già, per le prossime gare interne, di sostituire la sciarpa d’ordinanza all’ingresso con un ben più pratico cucchiaino di bicarbonato: meno coreografico sugli spalti, certo, ma di una formidabile efficacia tattica verso la fine del primo tempo.

Roberto De Frede

per Bianconeranews.it

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