La divisione delle colpe
Luca Serafini
Per il secondo anno di fila il Sassuolo si porta via tutte le Feste del Milan come una strega cattiva. Il club del presidente più milanista della serie A mette a nudo con perfida puntualità difetti e povertà della squadra rossonera, cancellando un finale di 2014 sereno e illusorio, spazzando via il dolce sapore dei 4 punti con Napoli e Roma e della lussuosa, vittoriosa amichevole di Dubai con il Real Madrid. Troppo ondivaga la linea di galleggiamento della rabbia, della fame, della furia agonistica che avrebbero dovuto colmare le molte lacune di una rosa rabberciata, troppo effimero il carattere di un gruppo incapace di dare spessore alle sue prove, di dare seguito alle sue imprese. Cosicché la critica, gli approfondimenti subiscono condizionamenti come in un camminamento cieco, passando da un dirupo a uno strapiombo, da una pianura a una discesa dolce fino a un nuovo dosso. A un ritmo così frenetico ch viene mal di stomaco.
Qual è l’identità del Milan di Inzaghi? Quali sono i suoi punti di forza e i suoi valori? Quali sono le fondamenta su cui costruire qualcosa di solido? Nella miseria tecnica e nell’imbarazzante condizione fisica di Essien – dal giorno del suo arrivo – stanno molte delle contraddizioni di questi ultimi mesi, nell’ostinata continuità con cui viene preferito a un altro qualsiasi lo sconcerto della critica e di molti appassionati. Come si possa ricorrere così frequentemente a questo straccio di goffo ex atleta è un mistero irrisolto. Come sia possibile che sia meglio lui di Bonaventura e Poli al fianco di Montolivo, in assenza di De Jong, è una domanda che ci piacerebbe avesse una risposta. Come sia possibile giustificare uno stipendio così sproporzionato in un’epoca di sbandierata austerity del Portello, sarebbe materia per gli Affari Interni. Pippo ci ha messo qualcos’altro di suo domenica, con quel Rami inadeguato per pesantezza e lentezza sulle tracce dello sgusciante Berardi. Con quel De Sciglio dissoltosi nei mesi sulla fascia sinistra, non di sua competenza. Perché aspettare così a lungo a cambiare quando era chiaro a tutti quali fossero i problemi di una partita evidentemente preparata in modo sbagliato?
Qualcosa di loro ci hanno messo El Shaarawy, sempre più a rotta di collo sulla china di Pato, e Menez rimasto tra le fette di un panettone rinsecchito abbandonato sul tavolo di Dubai.
Ormai è chiaro che il terzo posto, chiunque dovesse fregiarsene a fine stagione, sarà frutto più dei difetti altrui che dei meriti propri. Il Milan non è e non può essere la terza forza di un campionato sia pure appiattito come quello italiano. Ma non è che Fiorentina, Inter, Udinese, Sampdoria e Genoa abbiano dato fin qui prova di granitica compattezza. I nerazzurri possono provare a rinvenire dal fondo del gruppo grazie a qualche innesto importante, la Lazio è la più convinta e determinata sulla scia del Napoli, quindi ad oggi si direbbe ragionevolmente che alle altre resteranno soltanto le briciole dal 5°-6° posto in giù. Alla faccia dei proclami.
Il problema non è tanto questo del piazzamento finale, quanto della credibilità che potrà derivarne andando magari in Champios. C’è gente al Milan convinta davvero – questo è il dramma – che il podio sia raggiungibilissimo, che sia il naturale obiettivo alla portata. La realtà e che negli ultimi 3 mesi (quasi), cioè nelle ultime 10 partite, il Milan ne ha vinte soltanto 2, pareggiandone 5. Ha ottenuto 11 punti su 30. Se basti Cerci a fare un saltino in alto, non sappiamo, o meglio, crediamo proprio che da solo non basti affatto. Se la mediocrità continuerà a distinguere una difesa frullata nei nomi e nei ruoli, un centrocampo sempre costretto a pagare un dazio tra Essien e Muntari, un attacco dove El Shaarawy invecchia come su un poster in camera e nessuno fa gol se non Menez, i numeri resteranno questi.
Nel frattempo, comunque, il venerdì oppure occasionalmente il sabato sarà sempre un giorno di gioiose scampagnate e di spensierati “Hip Hip Hurrà”, come se la storia fosse un’altra.


