Un cambio di modulo tardivo e poco convincente
Matteo Calcagni
Tra le motivazioni/giustificazioni della scialba partenza in campionato, e delle difficoltà enormi trovate all'Olimpico di Torino, c'è quella del "repentino" cambio di modulo: dal 4-3-3 al 4-3-1-2. Prima di tutto bisognerebbe sottolineare come, in assenza di interpreti di un certo tipo (terzini di spinta, centrocampisti di classe e sostanza), questo sistema di gioco soffre incredibilmente contro lo schieramento che in Italia va per la maggiore, il 3-5-2 recentemente adottato anche da Ventura. La seconda considerazione è la seguente: è vero che Kakà è arrivato soltanto il due settembre, ma gli schemi relativi al 4-3-1-2 non potevano essere impostati durante l'estate? Del cambio di modulo si parla dalla cena "della conferma" di Arcore, ma tolte le prime due amichevoli estive (compreso il disastro contro il City), il Milan si è sempre schierato con il 4-3-3, superando brillantemente lo scoglio PSV Eindhoven con tale disposizione tattica.
Perdere punti ci può stare, meno farlo in questa maniera, con un attacco mal rifornito ed una linea difensiva altissima e spesso fuori posizione (vedi raddoppio del Torino con Cerci). A tutto questo si sono aggiunti gli infortuni e la frittata si è compiuta: ora l'undici rossonero non potrà più sbagliare, con una formazione sostanzialmente obbligata, altrimenti rischierà già di colare a picco dopo poche settimane.


