Il Milan saluta il dirigente dei grandi colpi: Braida e una storia di successi
Matteo Calcagni
Schivo e fugace ai microfoni, poche parole ma sempre d'impatto, saluta in punta di piedi, senza clamore e fanfare. Ariedo Braida e il Milan si separano ufficialmente, uno dei grandi cambiamenti della rivoluzione in casa rossonera. Un dirigente che ha svolto un ruolo incredibile in quelli che sono stati i colpi più scintillanti dell'era Berlusconi: direttore generale dal 1986 al 2002, direttore sportivo negli anni successivi, il nativo di Palazzolo dello Stella ha scritto pagine importantissime. Potremmo partire da Marco van Basten e Frankie Rijkard, dove Braida ebbe un ruolo fondamentale: dall'acquisto a "parameto Uefa" del "Cigno di Utrecht", al contratto "sofferto" del centrocampista orange. Non solo olandesi: l'ormai ex dirigente rossonero fu l'uomo a spingere fortemente per l'acquisto di Andriy Shevchenko, divenuto secondo marcatore della storia milanista dopo Nordahl. Braida insistette per visionare quel giovane attaccante che stava facendo faville alla Dynamo Kiev: una pressione che ebbe risvolti trionfali.
Ma non è finita qui. Tra i meriti dell'ex calciatore friulano, infatti, va aggiunto il ruolo essenziale nell'arrivo del trio verdeoro Kakà, Pato e Thiago Silva: dai contatti con Bosco Leite per il futuro Pallone d'Oro alle idee vincenti sul difensore ex Fluminense, passando al viaggio in Brasile per chiudere l'affare Papero. Uno dei più grandi rimpianti probabilmente porta il nome di Javier Pastore, fantasista graditissimo dallo storico ds dagli esordi in Argentina: in quell'occasione arrivò prima il Palermo. Nelle ultime stagioni Braida ha svolto un ruolo più defilato, ma comunque decisivo in frangenti clou, come quando volò a Manchester per blindare Robinho mentre Galliani era a Barcellona per Zlatan Ibrahimovic. Una dei tanti tasselli di una carriera costallata da successi.


