Silvio, rimembri ancora la squadra che smantellasti nell'ultimo lustro? Su una cosa però Berlusconi ha ragione
Fabrizio Tomasello
Ci mancavano pure le fantasiose e surreali esternazioni di Silvio Berlusconi. Come se già non bastassero i dubbi, le ansie e le perplessità di Vincenzo Montella, della squadra, della dirigenza e della tifoseria inquieta, ecco arrivare da Arcore un paio di missili balistici nei confronti della nuova proprietà e del suo operato. Dalle scelte di mercato alla fascia di capitano, fino all’esclusione di alcuni pezzi forti della vecchia guardia e alla nostalgia per Cristian Brocchi, Silvio Berlusconi è sembrato in gran forma, anche se - come spesso abbiamo sottolineato negli ultimi anni - vagamente approssimativo nei giudizi.
A cominciare dalla lunga estate calda rossonera e da una campagna acquisti per la gran parte degli osservatori sontuosa, ma non per l’ex proprietario del Milan che anzichè undici giocatori nuovi avrebbe gradito un top player. Ve lo immaginate il Neymar della situazione costretto a dispensare calcio con al fianco fenomeni della pedata quali Vangioni, Sosa, Bertolacci, Honda, Niang e Mati Fernandez? Un’immagine raccapricciante.
Come spesso accaduto in passato, Berlusconi ha fatto finta di dimenticare che la squadra arrivata in mano alla nuova proprietà, per una sconveniente serie di errori della premiata ditta B&G, era un manipolo di giocatori senza prospettive e senza identità e che proprio per questo era necessaria un’operazione di tabula rasa indispensabile per ripartire. Ricordare tutto ciò avrebbe voluto dire ammettere i propri errori, pratica non abituale per l’ex premier.
Tralasciando le sterili polemiche sulla fascia di capitano a Bonucci (con tutto il rispetto per Montolivo, al Milan serviva altro) e sull’imbarazzante nostalgia per Cristian Brocchi, evocato con tanto di riferimento strappalacrime alla sua degenza in ospedale “tra la vita e la morte”, sulla questione allenatore, sull'identità della squadra e su determinate scelte tecnico-tattiche Silvio Berlusconi è sembrato piuttosto sul pezzo.
Non che il discorso possa limitarsi all’opportunità o meno di far giocare Suso e Bonaventura, ma da lì possiamo partire per un’analisi più ampia sull’operato di Vincenzo Montella. Negli ultimi giorni ho letto analisi e dissertazioni da parte di autorevoli colleghi a proposito del modulo scelto da Montella per il nuovo Milan, il 3-5-2, che favorirebbe alcuni calciatori e ne penalizzerebbe altri.
La prima domanda sorge spontanea: quali sarebbero i rossoneri avvantaggiati dal nuovo assetto tattico? Perchè a parte Andrea Conti, l’unico milanista davvero calato nella parte ma purtroppo rotto e fuori causa per più di mezza stagione, io non ne vedo altri. Non Kessiè che ha fatto benissimo la mezzala di destra in un centrocampo a 3, né lo svizzero Rodriguez bravissimo anche a fare l’esterno di sinistra nella difesa a 4, nemmeno il tanto criticato Bonucci, che - e la storia recente ce lo ricorda - nell’ultimo triennio juventino ha giocato con la difesa a 4 il 70% delle partite e in questo periodo i bianconeri hanno conquistato 3 scudetti, 3 Coppe Italia e 2 finali Champions. Teoria peraltro confermata, qualora ce ne fosse stato bisogno, dallo stesso capitano rossonero alla vigilia di Milan-Rijeka: «Ho giocato a quattro con l’Inter, ho giocato a quattro a Bari, alla Juventus ho giocato a quattro, all’Europeo 2012 ho giocato a quattro, alla Juve ho giocato spesso a quattro e siamo arrivati due volte in finale di Champions giocando a quattro. E’ un luogo comune quello della difesa a tre».
Così, per dire.
E allora, come domandava Medea nella tragedia di Lucio Anneo Seneca, la seconda domanda nasce spontanea: cui prodest? Perchè il vero quesito a tutt’oggi senza risposta è proprio questo: a chi giova questo cambio di modulo? Non ai due centrali Musacchio e Romagnoli, entrambi molto più a proprio agio nella difesa a 4 ed evidentemente spaesati e disorientati - con errori al confine dell’indecenza - con questo nuovo assetto tattico. Non ai due esterni di fascia destra rimasti abili e arruolati, Calabria e Abate, entrambi provati a tutta fascia e alla fine messi da parte per far spazio ad un Borini fuori ruolo. Di certo non ai già citati Bonaventura e Suso, costretti ad interpretare uno spartito del tutto sconosciuto per soddisfare i crismi tattici di questo stralunato 3-5-2. E a loro due forse è il caso di aggiungere pure il turco Calhanoglu che da ultimo arrivato avrebbe bisogno forse più degli altri di solide certezze negli schemi di gioco.
Potremmo continuare a lungo con le tante ragioni per cui questa scelta dell’allenatore rossonero non ci convince. Ci limiteremo invece ad una considerazione finale: il Milan, dopo la rivoluzione tecnica dell’estate, era chiamato ad un periodo piuttosto lungo di “sperimentazione”. Il tempo necessario per consentire a 11 nuovi acquisti di conoscere la realtà in cui sono stati catapultati, prendere confidenza con i compagni e con le idee di gioco dell’allenatore e iniziare finalmente a ragionare da squadra.
Ebbene, Montella ha iniziato il suo percorso portando a casa il risultato più immediato della qualificazione in Europa League affidandosi al vecchio modulo ormai caro all’interno di Milanello, salvo poi interrompere i lavori dopo due mesi impegnativi e ricominciare tutto da capo in nome di un non ben precisata esigenza di miglioramento tattico. La sensazione dall’esterno è che invece questa squadra abbia bisogno di tornare a muoversi in ambiti conosciuti e ormai mandati a memoria, a partire dalla difesa a 4 che consentirebbe a tanti rossoneri di riappropriarsi dei propri spazi per ricominciare a rendere al meglio. L’augurio è che la sosta porti consiglio a chi di dovere.


