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Fabregas non si pente del no all'Inter. Le critiche sui pochi italiani e l'Accademia Como

Yvonne Alessandro
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Yvonne Alessandro
Oggi alle 00:41I fatti del giorno
05.10.2026 00:41I fatti del giorno
L'allenatore del Como a 360° sul suo lavoro al Sinigaglia, l'influenza avuta su Da Cunha, il no all'Inter e gli investimenti sul settore giovanile
FotoTUTTOmercatoWEB

Nell'ultimo giorno utile del Festival dello Sport di Trento 2026 si è presentato anche uno degli allenatori più desiderati in Europa, nonché guida tecnica del Como: Cesc Fabregas. Il tecnico catalano ha analizzato a 360 gradi il suo lavoro nel club lariano, partendo dal principio, quando ha deciso di dare il via alla sua carriera da allenatore proprio al Sinigaglia. Partendo dalla Primavera per poi arrivare alla Champions League con la prima squadra.

L'inizio di tutto

In primis la sua ultima tappa da calciatore a Como, prima del ritiro: "È iniziata in maniera strana, non sapevo cosa fare dopo il Monaco", ha confidato. "A volte si prendono decisioni più di pancia che di testa, questa è una di quelle. Andavo tante volte con la mia famiglia a Como, ma non sapevo che esistesse una squadra di calcio. Lo stadio c'era? Si, ma guardavo altre cose. Speciale quello che stiamo vivendo adesso".

Capitan Da Cunha miglior esperimento riuscito

Da esterno d'attacco a piede invertito a playmaker. Lucas Da Cunha nell'arco degli ultimi tre anni e mezzo è stato stravolto dall'intuizione incredibile di Fabregas di arretrarlo in mediana, ma il tecnico catalano non si è preso meriti: "Il merito è tutto suo. Io ho creduto in lui, ma la crescita è stata incredibile per la mentalità e la fame che ha, che sono incredibili. All'inizio dicevo questo a Ludi ed al club: voglio gente con fame che punta a giocare nel Real Madrid, nel Barcellona. Preferisco uno con meno talento, ma con una fame incredibile di fare carriera rispetto a chi arriva con un grande passato e che ha già fatto i soldi. Questo serve al Como".

Il passato con Conte

Nell'illustre carriera da calciatore di primo pelo in Europa, Cesc Fabregas ha avuto la fortuna di essere allenato anche da Antonio Conte al Chelsea. Scoprendo un nuovo lato del calcio, quello più tattico: "Con Conte al Chelsea avevo già 29 anni. Prima ho avuto Wenger che non faceva così tanta tattica, non lavorava così sulla mentalità, ma era bravissimo a prendere giocatori con la stessa idea di calcio dandoti tanta libertà. Conte era attento al dettaglio, alla struttura, al movimento, per me all'inizio era anche pesante. Nessuno mi aveva mai detto dove dovessi passare la palla. Il terzino mi passa la palla, di prima la metto a Diego Costa che fa gol. Pensavo andasse bene visto che abbiamo segnato, ma Conte a fine allenamento: 'Nooo, il calcio non è questo", e mi spiega dove avrei dovuto passarla".

Il no all'Inter

Tra i vari temi affrontati non poteva mancare il rifiuto all'Inter, che dopo l'addio di Simone Inzaghi avrebbe voluto Fabregas in panchina prima di chiamare Cristian Chivu. Ma il 39enne ha declinato l'invito e ne ha spiegato le ragioni: "Sono un pensatore, analizzo molto le cose. So che dei migliori allenatori a fine carriera si contano i trofei, giusto che sia così. Ma parlavamo di Da Cunha: per me come allenatore vale più di un trofeo, lui. Tanti ragazzi sono venuti a Como per me, non lo dico per arroganza. Hanno creduto in me. Nico Paz è arrivato qui dal Real Castilla, ora si parla di dargli la 10 di Messi. Due anni fa suo papà ha messo tutta la sua fiducia in me. Posso dire lo stesso di Alex Valle, di Perrone, di Da Cunha, di tanti altri. Quando li vedo, non posso andare in altre squadre: mi sento in debito, si sono fidati di me e ora devo dare loro tutta la mia vita".

La questione degli italiani

Ne ha più oggi della passata stagione, ma continua a far discutere l'opinione pubblica la carenza di volti italiani nell'undici titolare del Como. Fabregas però ha replicato alle critiche: "Io li vedo, ma dobbiamo capire tantissime cose. Abbiamo vinto la B con 95% di giocatori italiani. Prima stagione in A posso nominare più di 10 giocatori italiani. Peccato che per quest'ultima stagione possiamo dire che a parte un giocatore ne avevamo zero. Ma giudicare un club, uno staff o un presidente per una stagione. Fagioli o Tonali sono bravissimi, anche Esposito, ma loro giocano in squadre fortissime e valgono tantissimo. Palestra pensi non mi piaccia? Ma è andato per 60 milioni al Chelsea dopo una stagione al Cagliari".

Un'Accademia in costruzione

Intanto negli ultimi due-tre anni il Como ha eretto le fondamenta di un movimento giovanile italiano a tinte biancoblù ricercato e mirato, al seguito dell'ideologia di Cesc Fabregas: "Formiamo parte del calcio italiano. Mi sento italiano, sono sempre in vacanza in Italia anche se vivo qui. Ora stiamo anche provando ad aiutare nel formare i calciatori italiani", ha spiegato. "Chi formiamo? Gente di talento, giocatori che sanno riconoscere tempo, spazio, movimento del tuo compagno. Mi piace lavorare con giocatori intelligenti. Riccardo Cassano è un esempio: non aveva mai giocato nemmeno con la Primavera, si è allenato con noi, al secondo giorno ho chiamato Roberts (responsabile dell'accademia) dicendogli che lo volevo vedere di più ogni giorno, per vedere come avrebbe reagito ad una spallata di Diao, per esempio. Abbiamo scoperto un giocatore. Mi piace chiedere loro chi sia il loro idolo e fargli vedere i video dei loro idoli".

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Immagine editoriale di Enzo Bucchioni
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