Il gol e le lacrime di Manuel: questo è il vero e unico volto del Milan. La commozione di Ambro: le bandiere sventolano quando non c'è vento
Furio Fedele
La voce, in telecronaca, rotta, quasi devastata, dall’emozione di Massimo Ambrosini commentando il gran gol di Locatelli (quello del momentaneo 3-3) ha certificato e confermato che questa è la strada giusta che il Milan sta percorrendo. La Bandiere si vedono in questi momenti. Quando il pudore e l’orgoglio, forse anche un po’ di malinconia, lasciano il posto alla passione e alla devozione. Senza secondi fini, senza l’iban e il tornaconto personale in agguato. La strada è questa, quella dei sentimenti finalizzati al risultato, unica garanzia che legittima la storia del calcio. Una strada tracciata, in tempi non sospetti, dal presidente Berlusconi che aveva indicato l’italianizzazione e il deciso ringiovanimento del suo Milan come unica via per tornare a vincere.
SOLO GIOVANI. Il gol e le lacrime di Manuel Locatelli rappresentano l’unico volto di questo Milan. Dove Donnarumma, Calabria, De Sciglio, Plizzari, Zanellato ma anche molti altri baby rossoneri evidenziano come il senso di appartenenza a questa squadra abbia e debba avere radici profonde. Ma anche le storie di Niang, di Suso e di Romagnoli devono fare
giurisprudenza. Il francese e lo spagnolo, pur fra contraddizioni ed esilii spesso forzati, sono tornati alla base di partenza convinti di poter diventare milanisti «d.o.c.». L’ex-Roma aveva la possibilità di abbandonare la precarietà rossonera in un’estate dove la mega-offerta del Chelsea avrebbe fatto vacillare chiunque. La giovane età e la contaminazione del made in Italy prepotentemente tornato di moda a Milanello hanno avuto il potere di sterilizzare un ambiente saturo di superficialità e strafottenza.
MADE IN MILAN. Anche l’approdo di un imprenditore come Franco Rosso, che non ha certo bisogno di farsi pubblicità, a Casa Milan dimostra come la nostra storia, sempre e comunque, debba essere frequentata e alimentata solo dai milanisti. La fede rossonera è e deve essere una sola. Non per questo deve essere limitata da confini territoriali o di altro genere, ma
il concetto deve essere molto chiaro. Per tutti. L’entusiasmo e l’emozione di Franco Rosso che ha voluto pubblicizzare ufficialmente, dopo molti anni, la devozione milanista della sua famiglia svelano che il pianeta rossonero non è popolato solo da affaristi e presenzialisti. Il made in Milan deve diventare un marchio. Da estendere anche oltre i confini dei
calciatori. Essere milanista è una fede che, come ha dimostrato la sfida contro il Sassuolo, a San Siro semi-vuoto può scatenare 30.000 persone come fossero 100.000.
PALETTA&C. Largo ai giovani. Ma la carta d’identità non è un optional indispensabile. Bisogna essere giovani nell’anima, nello spirito. Come quello del trentenne Paletta che è andato a scaraventare il pallone in rete, di testa, come il migliore dei centravanti. Lo stesso Bacca, cinico ed egoista come pochi, ha innescato una rimonta che, facendo gli scongiuri, può essere solo di ottimo auspicio. L’ultima rimonta (23 ottobre 2011, da 0-3 a 4-3 a Lecce, allenatore Di Francesco) alimentò il secondo posto del Milan scudettato di Allegri con il gol «non visto» di Muntari contro la Juve. Quindi via con il vento dell’ottimismo. Senza le stampelle dei ricordi e le faide senza senso. Il Milan è uno solo. Il Milan è dei suoi campioni e dei suoi tifosi.


