INCHIESTA MN: Ecco perché il Milan ora punta sul mercato
Matteo Chiamenti
La questione ormai è nota, se non arcinota: il futuro “economico” del calcio europeo si giocherà sul fair play finanziario. Un tema che ha visto tra i primi “pionieri” (se non altro formali) il Milan, società dove più volte l’ad rossonero Galliani ha posto in evidenza la necessità di taglio costi. La promessa era chiara: niente acquisti sostanziosi (Cissokho rimandato a casa per colpa del tartaro, due di picche per Dzeko e Krasic nonostante le rispettive avances e via dicendo), tetto salariale a 4 milioni di euro e una serrata austerity omnicomprensiva.
Poi giusto un mese fa, tutto è improvvisamente cambiato; dentro Ibra e Robinho, 42 milioni di investimento (più o meno spalmato) e ingaggi polposi. Come mai questo improvviso cambiamento di rotta? “A mio avviso il club di via Turati si è reso conto che la possibilità più concreta per limitare il peso dei costi, non consista tanto nel cercare di applicare tagli a man bassa, ma piuttosto risieda nell’opportunità di incrementare i ricavi, attraverso una migliore performance sportiva e un rafforzamento dell’immagine del club. Il Milan, che da sempre ha fatto dell’immagine il suo cardine di marketing e di successo mondiale, aveva negli ultimi anni subito una rivalutazione del suo prestigio in ragione delle politiche di mercato e salariali applicate. Il bilancio di un top club non può reggersi solo sulle plusvalenze della cessione dei campioni; smantellare una squadra può portare un club verso il baratro”, commenta un analista da noi contattato.
D’altra parte se osserviamo proprio i dati di bilancio tra il 2007 e 2009 (periodo non propriamente fortunato per il club), riscontrabili qualche giorno fa su Milano Finanza, scopriremo che l’aumento del valore della produzione a tre anni (in sostanza i ricavi derivanti dall’attività calcistica nel suo insieme, pari a circa il 19%, da 257,813 milioni di euro a 307,656 milioni di euro) è da attribuirsi in buona parte alla maxi plusvalenza generata dall’affare Kakà, mentre la quota di ricavi direttamente derivante da sponsorizzazioni e diritti è diminuita del 13% (da 195, 177 milioni di euro agli attuali 168,923 milioni di euro) Il tutto mentre i costi relativi alla produzione, comprensivi anche di salari e stipendi (saliti dell’8%, da 155,6 milioni di euro a 168,2 milioni di euro ) sono cresciuti dell’11,2% circa (da 285,6 milioni di euro a 317,6 milioni di euro). Ecco quindi svelata la necessità di una repentina risalita d’immagine. Per la serie il look conta, eccome.
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