L’emergenza è finita. Ora occorre fare chiarezza con Pioli, Maldini, Ibra e Rangnick. Primo obiettivo la coppa Italia
Gli assembramenti sono ancora vietati, ma l’emergenza è finita e gli alibi non valgono più. Una società forte, con le idee chiare, ha il dovere oltre che il diritto di programmare il futuro, prendendo decisioni coraggiose se è il caso, senza alimentare incertezza e confusione che non giovano a nessuno. Gli allenamenti sono ripresi, le partite si avvicinano e non ci si può più nascondere dietro le difficoltà di incontrarsi fisicamente, per dirsi “benvenuto” o “addio”. La storia del calcio è piena di precedenti simili a quelli in cui si trova il Milan adesso. Per rimanere in casa rossonera, Berlusconi nella primavera del 1987 scelse Sacchi prima che Capello, appena subentrato a Liedholm, riuscisse a riportare la squadra in Europa, sia pure soltanto in coppa Uefa. Montezemolo tre anni dopo scelse Maifredi e non cambiò idea, anche se Zoff in poche settimane vinse sia la coppa Italia proprio contro il Milan di Sacchi, sia la coppa Uefa contro la Fiorentina di Baggio. E per completare il giro delle tre “grandi” del nostro calcio, Moratti nel 2008 scelse Mourinho anche se Mancini stava rivincendo lo scudetto. Tutti sapevano, chi arrivava e chi andava via, perché c’era chiarezza appunto, a prescindere dai risultati del momento. Nel Milan, invece, siccome non esiste una società forte, si continua a navigare a vista, facendo finta di difendere Pioli, ma continuando a flirtare con Rangnick, senza chiarire nulla sul futuro di Ibrahimovic in campo e su quello di Maldini fuori. E’ vero che certi progetti non si possono svelare in una conferenza stampa, ma il silenzio anche con i diretti interessati è un segno di debolezza che non fa ben sperare per il futuro. L’augurio è che Gazidis, finalmente solo al comando e quindi senza più alibi, abbia il coraggio di dire a Pioli che la sua è un’avventura a termine, come quella di Ibrahimovic che per la verità ha già deciso da solo di lasciare il Milan, come ha indirettamente confermato tornando in Svezia appena può.
Diverso è il caso di Maldini, che rimane fino al termine della stagione ma soltanto per non dare l’idea di lasciare nel momento decisivo. Siccome parliamo di grandi professionisti, Pioli in panchina, Ibrahimovic in campo se farà in tempo a giocare ancora e Maldini fuori daranno il massimo sino all’ultimo giorno, per lasciare il più in alto possibile il Milan. Poi toccherà ad altri avviare una nuova rivoluzione dagli incerti destini. Nell’attesa, conviene concentrarsi sulla coppa Italia, il primo obiettivo alla portata del Milan. E’ vero che partire dall’1-1 in casa non è un vantaggio per i rossoneri, a maggior motivo in assenza dello squalificato Ibrahimovic, che non potrebbe neppure giocare la finale perché infortunato. Ma siccome in una partita può succedere di tutto, Romagnoli e compagni hanno il dovere di provarci. In fondo, se non si vuole sognare una vittoria che sarebbe il massimo, con un altro 1-1 si andrebbe direttamente ai rigori, che nelle ultime due occasioni contro la Juventus hanno premiato sia il Milan di Montella che vinse la Supercoppa italiana nel 2016 a Doha, sia il Milan di Ancelotti che vinse la Champions nel 2003 a Manchester. E poi in finale potrebbe succedere di tutto, contro il Napoli o addirittura l’Inter, già battuta due volte, nelle uniche due finali rossonerazzurre, prima per la coppa Italia del 1977 e poi per la Supercoppa italiana del 2011. Per puntare in alto, però, ci vuole un Milan concentrato, non distratto, in campo e fuori. Perché Pioli da solo non basta, visto che si chiama soltanto Pioli e non Padre Pio-li.


