In punta di fioretto contro la Vecchia Signora
Giulia Polloli
Si può duellare in punta di fioretto contro chi è armato di affilatissime spade?
Ovviamente no.
Si può sempre dare la colpa alla squadra quando a volte sono i singoli che non riescono ad imporsi?
Ovviamente, anche questa volta, no.
Però questo capita, cercando di far collimare le responsabilità di tutti per evitare il gioco al massacro.
Certo è, che il Milan che ha sfidato la Juventus, non ha avuto nessuno degli sprazzi vincenti visti in quel di Napoli, contro un avversario forse meno quotato, ma in uno stadio avverso.
E il Milan ha vinto, forse motivato proprio dall’ambiente ostile, ma anche trascinato dalla voglia di riscatto dei suoi uomini.
Forse S.Siro gremito in ogni ordine di posto non è sufficiente, forse il pensiero è già oltre l’ostacolo, a quell’appuntamento di Coppa che sa tanto di “ in or out” nella corsa all’Europa.
Il Real Madrid alle porte, la mancanza di lucidità in campo, un turn over che non è mai completamente eseguito, la convinzione che il Milan voglia dipendere dall’estro del suo giocatore migliore, pezzo da novanta al calciomercato.
Per questo mancano le manovre orchestrate stile Ancelotti, per questo mancano le manovra azzardate alla Leonardo, per questo forse Allegri, che deve sempre fare i conti con i suoi predecessori, si affida ai singoli, a scapito del gioco corale.
Sono poche le azioni che hanno visto muoversi in modo sincrono la squadra, i tre reparti sembravano dover comunicare con un mezzo satellitare, pur essendo a pochi metri.
Un Milan che sbaglia e che risulta poco incisivo e concreto.
Si inizia con l’incrocio dei pali colpito da Ibrahimovic, si prosegue con il solito Ibra che riceve palla da un Pato evanescente. Robinho sembra un moscerino impazzito, volteggia nella zona avanzata del campo senza però lasciare il segno. Un fantasma rispetto a quello di soli cinque giorni fa.
Il Milan sbaglia, troppo forse, tutto tra centrocampo e difesa e il lesto Quagliarella si insinua nelle maglie difensive rossonere andando a rifilare la stoccata vincente all’avversario.
Ma non è finita.
Nella ripresa la Juventus mette in ginocchio il Milan lanciando l’attacco e la seconda stoccata mortale.
E lo fa con il proprio capitano, Del Piero, che così scrive doppiamente il suo nome nella storia: della sua società e di questa gara.
Tant’è che anche il patron rossonero gli farà visita a fine gara, snobbando (o forse no?) i suoi stessi gioielli che nel finale di gara hanno riacceso le sorti del povero Diavolo.
Un Milan in ginocchio sembra rialzarsi nel finale, quando Ibrahimovic corregge in rete un cross del redento Antonini ridando luce nuova ad un finale ormai già scritto.
E tutti a pregare la velocità di Inzaghi, la sua fame di duelli, quando lui stesso ha pregato per mezz’ora buona, con sguardi eloquenti, carichi di affetto e determinazione, proprio il suo allenatore, che sembrava essersi dimenticato di lui.
Solo troppo tardi Allegri forse ha deciso di giocare ad armi pari: ad una squadra affamata di successi si doveva contrapporre il potenziale graffiante e tagliente a disposizione dal primo minuto.
Non basta l’assedio ai pali di Storari nel finale a far cantare al miracolo. Se di miracolo si può parlare facciamolo raccontando le gesta di questo Milan in campionato, di una classifica che, per quanto rammarico ci sia attorno alla sconfitta coi bianconeri, non cambia di tanto le sue sfumature.
Il miracolo vero è questo Milan che non cade mortalmente ai colpi di spada ricevuti, che risponde forse per galanteria alla vecchia signora non usando la voce grossa, ma sottovoce e in punta di fioretto cerca di incidere in una gara che così è persa in partenza.
E questo Milan è lo stesso che si sta preparando per il Mourinho show di mercoledì, in un S.Siro altrettanto gremito, in un S.Siro vestito a festa per la Champions, un Milan che forse dopo questa ferita almeno saprà utilizzare le giuste armi a sua disposizione. Il colpo è in canna, duello scoppiettante o massacro in vista?


