Altro che centrocampista, al Milan serve un difensore. Ibra e Nesta: uomini decisivi. Fischi a Seedorf? Nel calcio non c'è riconoscenza
Jacopo Giavenni
Il Milan non ha proprio voglia di ammazzare il campionato, anche se a dire il vero, è il campionato stesso a non voler morire prematuramente, a differenza delle scorse stagioni, quando lo strapotere dell’Inter di Mourinho spegneva interesse e pathos su un torneo che, fino ai primi anni del 2000 era, a detta di tutti, il campionato più bello e difficile del mondo. Oggi non sarà il più bello, ma almeno le difficoltà sono rimaste intatte. E ciò spiega anche la voglia di alcuni calciatori di provare, se non riprovare, l’avventura italiana. Ibrahimovic per esempio, un giocatore in grado di fare la differenza in Italia e di soffrire il calcio “bailado” del Barcellona: da anni il Milan non aveva un uomo così decisivo in squadra. 14 reti e 8 assist lo hanno automaticamente consacrato stella della squadra di Allegri, che può anche contare su uno strepitoso Pato, autore di ben 8 reti in 10 partite. Peccato che il brasiliano sia discontinuo sia nel rendimento, che nell’integrità fisica. Proprio come Nesta, altro uomo imprescindibile per questo Milan: quando manca lui, il Milan sbanda, subisce reti e non gioca tranquillo. E nemmeno il fenomeno Thiago Silva è in grado di tranquillizzare la retroguardia, che domenica contro l’Udinese, ha messo in mostra il peggio di sé. Ecco perché il Milan potrebbe approfittare della finestra di mercato invernale: si sente tanto parlare di un centrocampista, lo stesso Allegri ha invocato l’arrivo di un uomo che possa ricoprire quel ruolo, senza però ricordare alla società che è la difesa il reparto che necessita maggiormente di un rinforzo, più come centrale che come terzino.
Supposizioni e idee nate dopo aver visto una delle partite più avvincenti, o più brutte, dipende dai punti di vista, degli ultimi 15 anni. Un vero e proprio festival del gol e dell’errore. Un risultato che divide: chi predica il calcio offensivo con chi crede che le partite perfette debbano finire sempre 0-0 (Gianni Brera docet). Guardando il match e i tanti gol, non ho potuto non pensare a chi in quei giorni salutava la maglia del Milan, ma non i colori rossoneri: Ronaldinho. Chissà come si sarebbe divertito in quel 4-4 pirotecnico, chissà se proprio con un gol fosse riuscito a far cambiare idea ad Allegri e a rimanere a Milano per tutta la stagione, e magari tornare decisivo per la vittoria finale. Tutte supposizioni e ipotesi ricche di fantasia. L’unica cosa, purtroppo certa, sono stati gli ennesimi fischi, per utilizzare un eufemismo, a Clarence Seedorf, reo di aver perso palla e aver causato la terza rete friulana. Il tifoso paga e ha il diritto di fischiare, ma non insultare: allo stesso tempo però, ha il dovere di ricordare tutto ciò che di buono un ragazzo ha fatto per una maglia, che non si può cancellare con un errore o con un atteggiamento, che personalmente trovo a volte troppo presuntuoso da parte sua. Un’utopia per la cultura sportiva italiana? No, solo e semplicemente riconoscenza.


