SQUADRA, NON AZIENDA
Davide Bin
La settimana che stiamo vivendo è emblematica dell'attuale mentalità della società rossonera e, forse, spiega a dovere perchè la squadra è ridotta in queste condizioni, ovvero ad essere senza obiettivi già a febbraio, perchè è chiaro che solo le vittorie nelle varie competizioni e non i terzi posti devono essere reali obiettivi per una società come il Milan: mentre l'allenatore Ancelotti riceve un ultimatum poco elegante e carino nei suoi confronti ("O arrivi terzo o te ne vai!”, come se le colpe fossero tutte sue…), la squadra è in Qatar a raccattare petrodollari e a far sfilare le sue stelle, prima fra tutte Beckham. E’ vero che l’impegno di giocare quest’amichevole era stato preso tempo fa, quando la situazione era meno negativa e più tranquilla, ma è quanto meno bizzarro che una squadra come il Milan attuale, in crisi di gioco, di condizione fisica e di risultati, preferisca una remunerativa ma fastidiosa trasferta in Qatar, piuttosto che rimanere a Milanello ad allenarsi per una settimana intera e preparare la sfida con l’Atalanta, che, visto il diktat societario all’allenatore, è diventata fondamentale. Chiedete in privato (perché in pubblico non lo ammetterà mai, visto lo spirito aziendalista) ad Ancelotti cosa ne pensi di quest’amichevole o delle altre organizzate in passato nelle date lasciate libere dalla Coppa Italia; non c’è dubbio che un allenatore al quale piaccia la sua professione e che desideri allenare la sua squadra, preferisca una proficua settimana di lavoro sul campo a queste “esibizioni da globetrotter”, soprattutto in una realtà come quella rossonera in cui nell’arco della stagione le settimane libere sono davvero poche (anche se purtroppo da qui alla fine della stagione saranno una costante, visto che il Milan sarà impegnato solo in campionato). Una squadra molle e poco reattiva come quella che siamo costretti a vedere ultimamente, avrebbe bisogno di qualche amichevole in meno e di qualche allenamento in più per migliorare la condizione atletica, ma fra amichevoli e ritiro invernale in Dubai il Milan ha guadagnato circa cinque milioni di Euro e, chissà perché, proprio oggi, quando qualcuno potrebbe borbottare e lamentarsi per quest’amichevole inutile, per non dire dannosa, giungono ad arte notizie di futuri tagli negli ingaggi del 30% circa e, di conseguenza, un segnale chiaro ed inequivocabile: “Signori, questi soldi ci servono, quindi non lamentatevi!”. In effetti uno dei miei primi pensieri, una volta smaltita la rabbia e la delusione dopo l’eliminazione dalla Coppa UEFA è stato che la società ne avrebbe approfittato per riempire anche le date rimaste libere da impegni europei con remunerative amichevoli, ma, per fortuna, non si è superato il limite della decenza, portando in giro per il mondo una squadra che attualmente non sta in piedi e ha bisogno di lavorare a lungo e in modo proficuo per salvare ciò che resta di una stagione fallimentare e conquistare quel terzo posto, probabilmente a distanza siderale dal primo, ma che consenta di entrare in Champions League e, quindi, far quadrare i conti aziendali, mentre quelli sportivi non quadrano più ormai da qualche tempo.
Il vero problema del Milan, infatti, mi sembra quello di considerarsi ormai quasi esclusivamente un’azienda che deve produrre utili e limitare le perdite e molto poco una squadra di calcio che deve pensare a vincere partite e trofei: gli acquisti vengono fatti non perché sono davvero utili alla squadra ma perché sono mediaticamente importanti e “fanno parlare bene del Milan” (parole di Galliani dopo l’acquisto di Ronaldinho) e guadagnare; la squadra viene costruita non in base ad una precisa strategia che preveda di coprire le lacune nei settori scoperti (vedi difesa o centravanti), ma in base alla disponibilità sul mercato di giocatori famosi e importanti che permettano di “vendere magliette” e guadagnare con abbonamenti, amichevoli e contratti televisivi. Ancelotti si è ritrovato in mano una rosa sgangherata, piena di doppioni in alcuni ruoli e carente in altri: tre trequartisti (Ronaldinho, Kakà e Seedorf) e un solo centravanti (Borriello) quasi sempre infortunato e, quindi, inutile, perché come dice il detto popolare, “la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo” e quando vuoi risparmiare e fare lo sparagnino vai incontro a grossi problemi; un solo centravanti si è inevitabilmente “rotto”, un centrocampo con pochi elementi ha dovuto sopportare i lunghi infortuni di Pirlo prima e Gattuso dopo, restando senza valide alternative (e per fortuna è arrivato Beckham…), mentre chi sta davanti al Milan di 12 punti, domenica scorsa ha raggiunto un rocambolesco pareggio ed evitato una sconfitta con l’indubbio aiutino dell’arbitro, ma anche grazie ad un gol della quarta e sottolineo quarta punta centrale (Crespo che viene dopo Ibrahimovic, Adriano e Cruz) mentre noi abbiamo a mala pena la seconda, ovvero Inzaghi che, però, ha anche lui la sua bella età e i suoi acciacchi (visto che anche il “figliol prodigo” Shevchenko, peraltro mai utilizzato, è ed è sempre stato una seconda punta alla quale piace svariare sul fronte d’attacco e non un vero centravanti e questo chi l’ha avuto in organico per anni doveva saperlo al momento di riprenderlo). A questo punto, dirigenti onesti e corretti avrebbero dovuto prendersi le loro responsabilità, metterci la faccia e ammettere di aver sbagliato acquisti e sopravvalutato la rosa messa a disposizione di Ancelotti che, invece, sta diventando l’unico responsabile e il solo che rischia di pagare con un esonero a fine stagione per gli errori suoi ma anche di altri. La vera soluzione per tornare a vedere un Milan vincente e convincente è tornare a pensare, a livello societario ovviamente, che bisogna costruire una squadra forte ed equlibrata che possa vincere le singole partite ma anche i tornei lunghi come il campionato, cioè tornare a ragionare come una squadra e non solo come un’azienda, perché è vero che certi giocatori (Ronaldo, Ronaldinho, Beckham…) fanno parlare bene nel mondo del Milan, ma è altrettanto vero che la cosa che fa parlare bene di una squadra è che la stessa vinca sul campo, perché altrimenti anche il fascino del “marchio” Milan diminuirà inevitabilmente e con esso la possibilità di strappare contratti di sponsorizzazione faraonici. Fino a pochi mesi fa c’era il paravento del Mondiale per club, ora ci si salva ricordando che il Milan è la squadra più titolata del mondo, ma se il Boca dovesse vincere qualche trofeo internazionale (cosa che a questo punto dovremmo auspicare per risvegliare l’orgoglio sopito della dirigenza) non ci sarebbe nemmeno quell’ancora di salvezza e per tornare ad affascinare il mondo servirà davvero rimettersi a vincere trofei; una volta la “mission” era quella di essere primi in Italia, in Europa e nel Mondo, perché il primo passo per arrivare in cima al Mondo era vincere lo scudetto; ora non è più necessario e un secondo, terzo o anche quarto (passando per i preliminari) posto in campionato hanno lo stesso effetto per l’azienda Milan di un primo, ovvero portano i soldi della Champions League e non è un caso, forse, che nel nuovo millennio il Milan abbia vinto più Champions League che scudetti, cosa una volta impossibile. Economicamente un terzo posto in campionato vale come un primo, sportivamente no, soprattutto per i tifosi e questo è il grosso equivoco: il Milan è una squadra di calcio prima ancora che un’azienda e come tale va gestita se si vuole tornare grandi!


