Autumn in New York. Al via il sogno Guardiola, mentre Allegri è chiamato a vincere
Giulia Polloli
Le voci si rincorrono, l’ennesimo tormentone sembra essersi attivato. Pep Guardiola è ufficialmente sulla lista dei papabili rossoneri, in pole position per il dopo Allegri.
Non c’è una data di scadenza certa, dipende dai risultati che il Milan riuscirà ad incamerare dopo l’ennesima sosta per la nazionale.
Sulla graticola Allegri ormai sembra muoversi con disinvoltura. L’allarme sembrava rientrato dopo la vittoria contro lo Zenit, ma l’Inter ha sfruttato il tallone d’Achille rossonero e ha messo in rete il gol vittoria sfruttando un calcio da fermo.
Quel gol indigesto ha scatenato una serie di reazioni a catena, che forse solo casualmente si sono innescate all’indomani del derby, ma che guarda caso potrebbero portare il Milan in un nuovissimo capitolo della sua storia.
Da un lato Berlusconi ammette di essere intenzionato a cedere una parte della sua società ad investitori esteri. All’inizio le piste portavano alla Casa Russia, dopo il brindisi alla festa di Putin e le chiacchierate con i colossi dell’industria locale. Poi la pista torna ai petroldollari, agli sceicchi, intenzionati ad espandere i loro interessi nel campo televisivo (leggi Mediaset) sfruttando così le eccellenze di comunicazione che al Milan regnano sovrane.
Fatto sta che il vento sta cambiando, la famiglia Berlusconi non può più permettersi di ripianare bilanci fallimentari o investire montagne di euro per aggiudicarsi il top player di turno.
Il Milan, sfiduciato su tutti i fronti sin dall’inizio del campionato, sta faticando, è vero, ma Allegri ha avuto e avrà il duro compito di trasformare una squadra completamente nuova e giovane in una compagine agguerrita e ostica da abbattere. Gli scivoloni osservati fin qui sono figli di una serie di leggerezze commesse, sia dagli uomini in campo che dal tecnico. All’inizio l’impostazione tattica senza più gli interpreti che avevano consacrato l’intuizione di Allegri dello scorso anno è stata fallimentare. Poi il calo nelle prestazioni dell’uomo su cui ormai tutti avevano scommesso come faro rossonero: Boateng appare l’ombra del giocatore che abbiamo conosciuto lo scorso anno. L’attenuante sta nel fatto che né Pazzini né El Shaarawy possono sostituire Cassano e Ibra nelle movenze d’area, di conseguenza anche Prince sembra essersi adagiato alla normalità del giocatore qualunque, dimenticandosi invece di poter essere un fuoriclasse.
Per questo allora Allegri ha stravolto gli schemi, impostando un Milan che sulla carta potrebbe essere addirittura fulmineo in fase offensiva ma che, a ben vedere, dovrebbe essere paradossalmente più coperto di fronte alle incursioni avversarie. Nel derby il solo Montolivo ha cercato di riaccendere la scintilla fatale nelle ripartenze rossonere, ma da solo non ha potuto immolarsi per la causa.
Boateng rimane, dopotutto, ancora non pervenuto: forse dunque bisogna ricercare le doti del leader tattico in altri giocatori. Lo stravolgimento tattico allontana anche Nocerino dal ruolo che lo scorso anno l’aveva consacrato quale goleador, con il rischio di vederlo sempre più spesso in panchina invece che ringhiante a centrocampo. Ora è il momento dell’attesa spasmodica. Ci si aspetta la mossa giusta da parte del tecnico ma soprattutto si attende con ansia il ritorno di Pato in campo. La fantasia e la velocità del brasiliano potrebbero essere il perno attorno cui far ruotare l’intera squadra. Un peso enorme da caricarsi sulle spalle, ma forse in cuor suo Pato sapeva che quest’anno si sarebbe trovato nella condizione di dover “cantare e portare la croce” come suol dirsi. Sempre che i suoi muscoli si siano finalmente stabilizzati e rinforzati, sempre che la squadra sia pronta a cambiare ritmo e passo, sempre che il papero rossonero sia davvero in grado di deporre uova d’oro.
Intanto si guarda al futuro. L’orizzonte più rappresentato è quello che contempla in lontananza la figura di Guardiola, quale salvatore della causa. Questo forse potrebbe spiegare anche la volontà di Berlusconi di far subentrare capitali freschi e spendibili: oltre a Guardiola così potrebbero arrivare anche giocatori in grado di ottenere subito un grande risultato e fondi freschi da investire in infrastrutture, come ad esempio lo stadio di proprietà.
Il presente però è tutt’altra cosa: Allegri deve poter lavorare con la sua squadra, deve poter trovare l’equilibrio con le forze a disposizione, deve riuscire a ricostruire un meccanismo perfetto con i pezzi che ha sul bancone. I risultati sono l’assillo imprescindibile per la riuscita dell’impresa. Non si guarderà più solo al bel gioco o alla buona prestazione. I punti in classifica sono vitali per poter essere competitivi anche sul mercato. Il dictat è partito, o si vince o si cambia. E questo Allegri, ma soprattutto Tassotti, ben lo sanno.


