Leonardo Bonucci: "Oggi mi rivedo in Bastoni. Sogno di allenare la Juventus"
L’ex difensore, oggi nello staff di Roberto Mancini in Nazionale: “Inter favorita per lo scudetto. Il momento più difficile? Il ritorno alla Juve”
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Il primo ricordo di Leonardo Bonucci pensando al calcio è un mix tra l'azzurro e il suo passato da ragazzo che sogna di diventare grande rincorrendo un pallone: “Avrei detto la finale dell’Europeo, ma qui davanti abbiamo la foto di Alessandro Del Piero - dice l’ex difensore dalla sala Var di Lissone in occasione di un evento organizzato da Iliad e Lega Calcio Serie A per il lancio della nuova edizione del concorso “Vinci lo stadio con Iliad” -. Avevo un poster simile in camera, vestire la maglia della Nazionale era il sogno che non mi faceva dormire la notte. Esserci riuscito è stato un coronamento. Se chiudo gli occhi penso alla prima volta che ho giocato con la Nazionale a Montecarlo: per me lì è stato l’inizio di un grande percorso culminato poi nella vittoria dell’Europeo”.
Il momento più difficile in carriera?
“Il ritorno alla Juventus dopo il Milan. Prendevo gli insulti sia da una parte sia dall’altra. Ho cercato di gestire: la prima partita allo Stadium la ricordo come fosse ora, mi fischiavano a qualsiasi tocco. Il primo obiettivo è stato riconnettermi con il mondo Juve, che per me era casa: con fatica ci sono riuscito, ma è stato il momento più difficile. Com’è bella la passione, è stata dura accettare critiche, insulti e cose più pesanti. Però, purtroppo o per fortuna, la voce dei tifosi pesa sempre: io sono andato per la mia strada e sono riuscito a riappacificarmi con il mondo Juve”.
Un aneddoto da raccontare?
“Uno che mi ha fatto ridere, che non mi sarei aspettato da lui, è il tuffo che ha fatto De Rossi dopo la vittoria a Wembley. Nel momento di gioia, è uno dei più belli da ricordare”.
Il giocatore più simile a te oggi nel calcio moderno?
“Credo che Bastoni si avvicini di più per caratteristiche a quello che ero io. Ai tempi, quando provavo le mie caratteristiche in campo e non mi riusciva, era difficile tenere tutto sulle spalle. Oggi il calcio si è evoluto e vediamo tanto gioco da dietro. Mi piace pensare di essere stato un pioniere. Giocare da centrocampista a livello giovanile mi ha aiutato tanto. Quello che mi si avvicina di più è Bastoni”.
Non è stato un 2026 facile per lui…
“Ne parlavamo ieri sera. Tutti passiamo attraverso momenti difficili: oggi vedo un Bastoni maturato in leadership e comunicazione, ma anche in campo. Poi capitano i momenti duri, purtroppo li abbiamo vissuti insieme, ma come dico sempre: se hai un sogno, fissati su quello e non ascoltare quello che ti gira intorno. Poi diventa difficile da gestire. Nel caso di Alessandro, il fatto di non aver giocato la prima partita con il Belgio l’ha un po’ aiutato, si è sgonfiato da tensioni che aveva”.
Un episodio in cui ti sarebbe piaciuto ci fosse il VAR?
“Mi è stato tolto il gol con il Belgio ai quarti agli Europei, lì mi sarebbe piaciuto non ci fosse. Invece un caso in cui c’era il VAR ma non ha funzionato come doveva è stata Juventus-Salernitana: mi è stato tolto un gol regolare. Sono sicuro però che la Lega lavorerà sempre alla grande per far sì che gli errori si riducano al minimo”.
Uno sportivo modello fuori dal calcio?
“Kobe Bryant ha dato un’impronta a livello mentale: ci ha lasciato troppo presto, ma la mentalità che deve contraddistinguere chi vuole arrivare deve essere quella. È fondamentale, oggi ancora più di ieri”.
Se non avessi fatto il calciatore, quale lavoro avresti voluto fare?
“Sono diplomato in ragioneria e la matematica mi è sempre piaciuta. Credo avrei continuato con l’università, Economia: mia mamma, nonostante andassi avanti con il calcio, voleva che continuassi a studiare. Invece per fortuna è andata bene”.
Ora lavori con Mancini, vuoi diventare primo allenatore?
“È un progetto partito quasi 10 anni fa, a 30 anni avevo in mente quando sarebbe finita la mia carriera da calciatore e di quanto tempo avessi bisogno per prendere i patentini. Ora ho 39 anni, a 40 mi sono ripromesso di diventare primo allenatore: il prossimo anno finisco l’ultimo patentino che serve per tutte le categorie. Solo che adesso c’è questo piacevole, emozionante e stressante percorso con la Nazionale. Forse ritarderò di qualche anno, ma l’obiettivo è provare a diventare primo allenatore, perché riuscirci non è scontato”.
Di quale squadra?
“Della Juventus su tutte. Però credo ci sia la parte professionale che ti spinge ad accettare delle sfide anche contro il tuo pensiero. La volontà di diventare allenatore ti spinge ancora di più. Però il sogno è Juventus o Nazionale”.
Giochista o risultatista?
“Essendo stato il pioniere di un calcio giocato da dietro, direi giochista”.
Sei stato allenato dal profeta dell’altro versante…
“Beh, sì. Però il calcio è strano, ci sono partite in cui devi arrivare all’obiettivo cambiando strategia. Ci saranno, spero, partite che vincerò anche senza fare un grande gioco. Ma saranno importanti”.
Come hai gestito il post Zenica?
“È stato difficile, ho anche litigato con mia moglie. Quando sono tornato dalla Bosnia non volevo vedere nessuno per 3-4 giorni, né i miei figli né mia moglie. Ho chiesto loro gentilmente di andare in montagna e lasciarmi da solo a casa. Avevo un nervoso troppo grande, c’erano tutte le possibilità e avevamo fatto tutto quello che dovevamo fare, poi ci sono gli episodi… È stata dura. Mi viene un po’ di magone, perché per tutti era un obiettivo da centrare. Però adesso stiamo creando qualcosa di nuovo e di diverso, quindi quel magone e quella tristezza si stanno allontanando, nell’attesa di tornare a rivivere quelle partite che per l’Italia erano normali. Ci piace pensare che al prossimo Mondiale ci saremo”.
Mancini ha ridato entusiasmo…
“Sì, il mister su questo è il numero uno. La capacità che ha lui di porsi sull’obiettivo e di regalare positività all’ambiente sono qualità confermate anche in Nations League, dopo le scorie con il Belgio. Abbiamo intrapreso un percorso lungo e difficile, l’obiettivo è restituire agli italiani il Mondiale”.
Gli allenatori fondamentali della tua carriera?
“Sono due, uno è proprio Mancini che nella mia carriera è stato un allenatore importante: mi ha fatto esordire in Serie A, ho vinto un Europeo e ho fatto la centesima in Nazionale con lui. L’altro è Antonio Conte, che ha cambiato il calcio: mi ha sempre ricordato che, quando arrivi in alto, sono tutti pronti a buttarti giù e l’unica cosa da fare è lavorare senza dare nulla per scontato. La mentalità che ci ha trasmesso è stata fondamentale per le vittorie ottenute”.
I tre compagni più forti e i tre avversari più difficili?
“Del Piero e Ronaldo, Cristiano. Con il Fenomeno per fortuna non ci ho giocato, sennò sarebbero state figuracce. Il terzo compagno è Buffon, che per me è stato un grandissimo esempio a livello umano, di leadership. Ognuno mi ha lasciato dentro qualcosa che mi ha aiutato. Per quanto riguarda gli avversari, uno su tutti è Zapata, lo dico sempre. Ho giocato contro Ronaldo e Messi, ma le notti prima di giocare contro Duvan erano folli: mi metteva un pensiero che altri grandissimi non mi hanno mai messo. È stato stimolante e difficile incontrare Mbappé al Monaco: a 18 anni correva senza toccare per terra. Sono state due partite di Champions durissime, si vedeva che era un giocatore diverso. E poi… Cristiano, Messi, Neymar, Lewandowski: tutti difficili, stimolanti, anche divertenti da affrontare, ma giocatori che ho avuto la fortuna di affrontare”.
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