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Gianni Rivera, il mitico Golden Boy capace di fare "miracoli"

autore
Daniele Petroselli
Oggi alle 19:00Storie di Calcio
autore Daniele Petroselli
06.11.2026 19:00Storie di Calcio
Un numero 10 che ha saputo lasciare il segno nel calcio italiano e mondiale, nel racconto fatto dal giornalista Franco Ordine
Antonello Sammarco/Image Sport
Antonello Sammarco/Image Sport
A Storie di Calcio, trasmissione della radio di Tuttomercatoweb.com condotta da Marco Piccari, parte una serie speciale dedicata ai grandi numeri 10. E il primo ad essere raccontato è Gianni Rivera.  Nato a Valle San Bartolomeo, lo scopre nel 1956 Giuseppe Cornara, preparatore delle giovanili dell'Alessandria, che gli fa fare tutta la trafila per poi farlo esordire incredibilmente non ancora sedicenne in Serie A. E nel 1960 passa al Milan, dove visse praticamente tutta la sua carriera fino al 1979. Diciannove stagioni, di cui dodici da capitano, che lo hanno reso un mito del club rossonero. Anche perché praticamente ha vinto tutto con quella maglia: tre scudetti, quattro Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe ed una Coppa Intercontinentale. E poi campione d'Europa con la Nazionale nel 1968, vicecampione del Mondo nel 1970 e Pallone d'Oro nel 1969. Occupa la 19ª posizione, primo degli italiani, nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla IFFHS nel 2000. Nel 2004 è stato inserito nel FIFA 100, lista dei 125 più grandi giocatori viventi compilata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione. A raccontarlo è stato il giornalista Franco Ordine: "Va raccontato come una favola. Comincerei: 'C'era una volta un ragazzo che si chiamava Gianni Rivera, che indossava la maglia numero 10 e che veniva considerato una sorta di santità calcistica, per il talento straordinario di cui era stato dotato da madre natura ed esprimeva in maniera leggera, quasi ballando sulle punte. Cresciuto in una famiglia umile ad Alessandria, ha avuto la capacità non solo di vincere trofei ma anche di incastonare la propria identità e la sua carriera nella storia del calcio italiano e mondiale'. Io lo racconterei così". E ha continuato: "Perché Rivera non è un numero 10 qualunque? Perché è riuscito, cosa che non sempre capita ai grandi, a incantare un'intera generazione ma anche scandire la storia del calcio per una ventina d'anni. Fino al 1979, alla vigilia di un cambiamento del calcio mondiale. E proprio in quell'anno a San Siro, in occasione dell'ultima di campionato, Milan-Bologna, una parte del secondo anello c'erano alcuni gradoni chiusi al pubblico per dei lavori. Per quella partita, che avrebbe dato la stella al Milan, il responsabile dell'ordine pubblico fu costretto a chiamare Rivera, perché avevano occupato anche quell'area. E dal campo, col microfono, fece un appello ai tifosi. Un po' come Mosè, Rivera riuscì nel miracolo di far svuotare quello spicchio di stadio. Fu una scena emblematica". Il più grande numero 10 italiano? Ecco cosa ha detto Ordine: "Ho visto Pelè, Maradona, ma Rivera non era a disagio in mezzo a questi due". Mentre sul dualismo con Mazzola: "E' una grande invenzione commerciale di Milano. Su questa rivalità, abbiamo scoperto che i due, al di là della rivalità dei club, erano amici. Era un'amicizia consolidata dal fatto che i due erano consapevoli di rappresentare le due tifoserie, ma a metà degli anni Sessanta furono protagonisti della più grande iniziativa calcistico-sociale del calcio italiano, perché grazie a loro nacque il sindacato dei calciatori. Entrambi, oltre a frequentarsi fuori dal campo, hanno incarnato la carriera successiva. Mazzola è diventato il numero 1 dell'Inter da dirigente, mentre Rivera è diventato il numero 2 del Milan di Colombo e Farina. Rivera però fu unico, perché nella prima volta del calcio italiano un calciatore di grande rilievo fu capace di mandare a casa il proprietario del Milan. Nel 1974-75, nel corso di un incontro a Roma, Dardanello, giornalista di grande valore, intervistò il presidente del Milan e capì che Buticchi aveva intenzione di cedere Rivera per acquistare Claudio Sala. La pubblicazione di quell'intervista procurò un terremoto, perché a quel punto Rivera disse che non sarebbe andato via e cominciò a mettere insieme, con un avvocato, una serie di imprenditori dell'epoca con l'intento di fargli prendere il Milan. E fu agevolato dal fatto che dopo aver vinto la Coppa delle Coppe, il Milan perse lo Scudetto col Verona per 5-3 in favore della Juve. Per la rivolta dei tifosi del Milan, schierati dalla parte di Rivera, Buticchi fu costretto a lasciare". E Ordine ha raccontato un altro episodio particolare: "Fu anche l'antesignano di coloro che denunciavano i giochi di potere nel calcio italiano. Dopo un Cagliari-Milan, e Rivera sparò a zero contro l'arbitro Michelotti. Disse che, oltre agli errori commessi, era un arbitro del sistema. Quell'intervista fece talmente clamore e ci fu un provvedimento disciplinare nei suoi confronti. Rivera però, finita la squalifica, continuò a fare la guerra contro i poteri calcistici del calcio italiano". Infine la partita simbolo di Rivera: "La finale di Madrid contro l'Ajax è la sua vittoria. Cominciava la luce abbagliante del calcio olandese, che venne oscurato dal talento di Rivera, che non fece gol ma illuminò la scena servendo una serie di assist sulla testa di Prati che determinarono il largo successo del Milan. Questa è la grande partita col Milan di Gianni".

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