Clemente di San Luca: "Infortuni? Va discussa preparazione e gestione del turnover!"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, ha analizzato il momento del Napoli: "Stasera a Copenaghen ci giochiamo la permanenza in Champions con quel che della rosa resta disponibile [Milinkovic-Savic (Contini), Beukema, Buongiorno, Juan Jesus (Olivera), Di Lorenzo, Lobotka, McTominay, Spinazzola (Gutierrez), Vergara (Lukaku), Hojlund (Lucca, Ambrosino), Elmas (Lang): in tutto 18 (due dei quali in lista di sbarco), perché Mazzocchi e Marianucci non sono in lista UEFA, più tre primavera]. E domenica andiamo allo Stadium per rigiocare la madre di tutte le partite. Il vero tifoso azzurro è in tensione ansiosa. Dopo due partite in casa in tre giorni, Parma e Sassuolo. Spera ardentemente, ma teme. La sua vocazione è a palpitare e sostenere, sempre. Soprattutto nelle avversità. Il suo consapevole destino è restare, non di rado, deluso, amareggiato. Per poi rivivere nuovi patemi d’animo, ululare e fischiare agli avversari e alla fine gioire. È ovvio, e perciò banale, gioire della sofferta vittoria col Sassuolo e dopo poco, una volta a casa, godere davanti alla TV della sconfitta dei non colorati a Cagliari (sarebbe opportuno fare una riflessione attenta sul dileggiare i sardi, coi quali dovremmo invece fare fronte comune). Ha gioito e goduto, sì, ma alla fine pondera sui fatti osservati. Ragiona. Si preoccupa. Perché vede che la squadra non sta in piedi. E riprende a interrogarsi. Non trova risposte, perché non sa. Può fare soltanto supposizioni.
Una cosa, però, non appare opinabile: il numero abnorme di infortuni, che sarebbe superficiale ascrivere alla sola sfortuna. Andrebbero messe in discussione preparazione atletica e gestione della rosa. Certo, gli infortuni possono capitare anche giocando soltanto un minuto. Però il rischio si riduce se si gioca meno, e siccome il calendario non dipende da te, puoi solo ‘manovrare’ con sapienti rotazioni. Non sempre è sufficiente il cuore che la squadra mostra di avere da vendere. Qualcuno ha detto che «una rosa molto attrezzata e forte» è stata decimata dagli infortuni «a causa probabilmente di metodi eccessivi di lavoro a secco». Non possiamo saperlo. Conte non spiega, anzi. Richiesto di dar notizia sui recuperi degli infortunati, risponde «Dovete chiederlo al dottore, io faccio l’allenatore». A parte la povertà di eleganza e buona educazione, delle due l’una. O è un dilettante, ma non lo è (anche per il lautissimo compenso che prende da professionista top). Oppure è reticente, e allora è giusto chiedersi perché. Non è credibile quando afferma: «Non abbiamo informazioni». Di fatto finisce per alimentare fondati sospetti che si è in presenza almeno di un’armonia perduta. Non si può negare al popolo azzurro di sapere come sta veramente Neres, cavandosela con «non c’è, significa che non sta bene». O dichiarare con sardonica ironia che «Aspettiamo fiduciosi, quelli che mancano bisogna vedere quando arrivano e quando giocano». Chiunque s’interroga: se non lo sai tu, chi dovrebbe saperlo? Ecco allora che arriva puntuale l’intervista del medico sociale alla Radio megafono ufficiale. Risposte, però, che non fanno chiarezza. La responsabilità aziendale condiziona. Si sa che possono sembrare verità anche piccole bugie costruite ad arte per tacitare le polemiche. Che però è il mister ad alimentare con le sue dichiarazioni. Ci si domanda perché ha assunto questa posizione. Se abbia inteso avanzare una critica allo staff. Il vice Stellini dichiara che «con la società ci sarà un discorso da fare», perché «abbiamo bisogno di giocatori nell’immediatezza», visto che alcuni di loro «non vengono utilizzati». Ma, fino a prova contraria, quei giocatori li ha voluti Conte. Chi lo difende sempre e comunque, dogmaticamente, come se proferisse il Verbo, non vuole veramente bene al Napoli. Fra pochi giorni, del resto, avremo la prova se è realmente in atto quel processo di ‘dejuventinizzazione’, che c’è sembrato di intravedere nel «Vergognatevi» di San Siro. In proposito mi è stato fatto notare che quella veemenza un po’ isterica è tratto caratterizzante del personaggio da sempre. Mi si è ricordato, ad esempio (ma ne avevo nitida memoria), di un Catania-Juve in cui la rinomata protervia arrogante non colorata impose all’arbitro clamorose decisioni illegittime. Ma, appunto, allora la veemenza era funzionale a generare ingiustizia, non a denunciarla. Vedremo. Fiduciosi. Sarà un’ottima occasione per apprezzare il suo comportamento da ‘paladino del sud’ (come ama definirlo la comunità dei suoi adoratori acritici).
2. In tutto questo, ci siamo rassegnati a dare per legittimo l’annullamento del gol di McFratm col Parma. Come vado ripetendo, però, la buona fede ormai non può più essere presunta. Va dimostrata. A proposito del fuorigioco di Mazzocchi, è inutile ed oziosa la questione che esso «fa male allo spirito del calcio». Perché riguarda la condivisione della regola, non la sua applicazione. Sulla quale si dichiara che non v’è incertezza. Che il guardialinee semiautomatico è infallibile. Sarà amaro, ma non si può non accettare che il fuorigioco sussista «anche per 1 cm». È irrilevante. Ora, se così fosse, non ci sarebbero dubbi. Sennonché, siamo proprio sicuri che si tratta di «una macchina che funziona precisa al 100%»? Se «non è una decisione degli uomini» – come si dichiara con sicumera –, pare contraddittorio affermare al tempo stesso che «a volte nel tracciare le righe e controllare bene c’è talmente poca distanza tra l’uno e l’altro che per decidere devono valutare con molta attenzione». Perché ciò significa che quindi non è integralmente «un fatto da macchina». Viene infatti di chiedersi come opera l’Intelligenza Artificiale nella fissazione del frame e nella misurazione al centimetro. In altre parole, non è peregrino domandarsi come il SAOT (Semi-Automated Offside Technology) utilizza le telecamere ad alta velocità. E in che modo l’IA individua i punti di riferimento per calcolare la posizione dei giocatori. Insomma, nel calcolare la posizione esatta dei giocatori per determinare se c’è fuorigioco, l’IA prescinde del tutto dall’apporto umano? La misurazione al centimetro che effettua è infallibile, o ci sono ancora margini di errore? Come opera in proposito l’interpretazione dell’algoritmo (non deterministico)? Ho posto queste domande alla stessa IA di Meta, che – dopo aver richiamato, punto per punto, il funzionamento del SAOT (Semi-Automated Offside Technology) – così ha concluso: «L’apporto umano è ancora presente nel sistema, poiché gli operatori del VAR (Video Assistant Referee) verificano le decisioni del sistema e possono intervenire in caso di errore. La misurazione al centimetro non è infallibile, poiché ci sono ancora margini di errore dovuti a fattori come: - la qualità delle immagini - la posizione delle telecamere - l’interpretazione dell’algoritmo - la sincronizzazione delle telecamere. Tuttavia, il sistema è considerato molto più preciso degli occhi umani e può rilevare differenze di posizione di pochi centimetri. L’interpretazione dell’algoritmo è basata su regole predefinite e modelli di apprendimento automatico, che vengono addestrati con grandi quantità di dati per migliorare la precisione. Tuttavia, l’algoritmo può ancora commettere errori in situazioni complesse o ambigue». Il problema, allora, è la definizione del confine tra le due parti del corpo. Esistono elementi oggettivi per stabilire dove finisce la spalla e comincia il braccio? Se è inequivocabilmente dimostrabile che la spalla era in fuorigioco, anche di un millimetro, nulla quaestio. Dubito, però, fortemente che la linea di quel confine sia tracciata dalla tecnologia (algoritmo non deterministico) senza alcuna influenza umana. In definitiva, il frame che c’è stato mostrato solleva un dubbio che non sembra si sia in grado di sciogliere, perché non v’è certezza che la macchina sia affidabile al 100%. Come per le immagini del presunto tocco di mano di Hojlund col Verona, dunque, senza una dimostrazione al di là di ogni ragionevole dubbio, il fatto che sia in fuorigioco la spalla e non il braccio non può ritenersi accertato. Per concludere, un avviso a chi vuol continuare a ragionare in modo intellettualmente onesto. Diffidate di chi persevera nell’invocare il ‘senso del gioco’ originario, che sarebbe stato stravolto dalla tecnologia e dall’approccio giuridico scientifico nell’interpretare le regole per pretenderne il rispetto eguale. Questi pseudo-nostalgici, anche se in buona fede, finiscono per legittimare gli abusi, gli eccessi di arbitrio, contribuendo alla mancanza di uniformità nell’applicazione del Regolamento. Come abbiamo spiegato venerdì scorso nel seminario alla Federico II, e chiariremo nell’incontro di venerdì prossimo all’Università di Trento, il diritto non è ‘scienza esatta’, ma resta disciplina scientifica. Forse, fra le scienze sociali, la più rigorosa nel metodo. Non pretende affatto di ingabbiare nelle norme ogni comportamento umano. Bisognerebbe studiare un po’ per capire perché l’arbitro non è un giudice. Esso non juris dice, ma ha il compito di far rispettare le regole, nell’esercizio della funzione di polizia amministrativa dell’ordinamento del calcio. E perché il VAR è strumento che lo supporta in esercizio di autotutela nell’interesse pubblico alla regolarità della competizione. L’industria del calcio perde i suoi clienti se il sistema perde credibilità. Se non ci si fida più di chi dirige il gioco, la bellezza di questo evapora".






