Clemente di San Luca: "Più che tremendamente sconcertante, è diventato ridicolo"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, si è espresso così ai nostri microfoni: "Ormai è diventato veramente ridicolo, nel senso letterale del termine: «che fa ridere». Non più soltanto, e semplicemente, grottesco («tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare»). Il sorriso ironico, caratteristico dell’essenza partenopea, stigmatizza lo spettacolo (indecente, vergognoso, indegno) offerto a Bergamo dal ‘sistema’ arbitrale assai meglio del pianto che meriterebbe. Si fa fatica a contrastare la vox populi largamente diffusa a Napoli: «È già tutto stabilito, non vogliono che il Napoli vada in Champions». Come fai a convincere la gente che c’è buona fede? È venuto meno il pur minimo senso del pudore. Del resto, è la stagione epocale di Trump. La sensazione forte è di sentirsi presi in giro. Come se uno ricevesse un sonoro ‘pacchero’ in pieno viso, e si sentisse dire che è stato lui a porre la guancia all’incontro con la mano schiaffeggiante. Højlund – che certo nessuno definisce una mammoletta – lotta come un leone, prendendo da Hien, nel primo caso, una ginocchiata nel quadricipite, che lo fa cadere quando s’è ormai liberato dell’avversario, e, nel secondo, un tentativo palese di trattenuta cui resiste vigorosamente prima di riuscire a servire Gutierrez che segna. Certo, uno può pure dire che c’è il sole quando diluvia. Se lo fa, però, delle due l’una: o è non vedente, o è da manicomio.
Non si esce dallo smarrimento se non si mettono un paio di paletti imprescindibili in relazione alle due vere questioni sul tappeto. Una è la confusione tra profilo procedurale e profilo sostanziale; l’altra è, con riguardo al secondo profilo, la confusione tra accertamento del fatto e sua qualificazione giuridica. Per ragionare correttamente è indispensabile tener nettamente distinti i due profili: un conto è stabilire qual è, secondo le regole vigenti, la procedura che disciplina l’intervento del VAR; altro conto, e radicalmente diverso, è stabilire se c’è stata una infrazione. a) Secondo il Protocollo, il VAR deve intervenire sempre, richiamando alla review ogni qualvolta, nelle quattro ipotesi codificate, ricorra un episodio in cui il fatto merita di essere accertato con maggior accuratezza – o perché è sfuggito all’arbitro, o perché potrebbe esser stato da questi visto male. La «valutazione di campo» (che dovrebbe inibire l’intervento del VAR, come ripetono in maniera truffaldina) è un’autentica, arbitraria, invenzione per confondere ed impedire il rigore applicativo della norma. Laddove il VAR abbia il sospetto che l’arbitro abbia non, o mal, visto, ha il dovere giuridico di richiamarlo al video. Rigorosamente astenendosi da ogni pur minimo commento, e limitandosi a mostrare tutte le immagini utili al più compiuto accertamento del fatto, spettando in via esclusiva all’arbitro (l’unico abilitato a farlo) stabilire che abbia commesso un «chiaro ed evidente errore». b) Quanto al profilo sostanziale, vanno tenuti distinti l’accertamento del fatto – e cioè se fra i giocatori ci sia stato o no un contatto – dalla sua qualificazione giuridica – e cioè se quel contatto accertato meriti o meno di esser qualificato come una delle fattispecie fallose previste dalla Regola 12: segnatamente la negligenza, l’imprudenza o la vigoria sproporzionata.
È per questo che non aiutano affatto, e anzi confondono le idee, le spiegazioni rese nel corso di ‘Open Var’ dal signor Tommasi, emissario del designatore. Sul rigore revocato al Napoli, si sentono le voci di Aureliano e Di Paolo in sala VAR che si chiedono: «Perché è rigore? Ha ammonito anche qualcuno, non so chi». Poi quella di Chiffi che si rivolge a Zappacosta: «Tranquillo Zappa […], se non c’è lo vanno a vedere e lo togliamo». E in sala Var commentano: «Ma è lui che va contro Hien. È fermo Hien». Dopo di che: «Dani ti consiglio un OFR per possibile revoca». Così Chiffi va al video, si lascia convincere dai colleghi varisti sull’accertamento del fatto attraverso una visione incompleta delle immagini, e revoca il penalty. Tommasi ad Open Var afferma: «Decisione corretta, non c’è alcun fallo di Hien su Højlund. Højlund cerca il contatto e Hien è fermo. Non c’è sgambetto, non c’è nulla, non è fallo. Chiffi è anche posizionato molto bene, ha una sensazione errata e se ne accorge prontamente difronte il monitor. Appena vede l’immagine capisce l’errore commesso e giustamente retrocede e toglie il calcio di rigore. Molto ben lavorata in sala Var da Aureliano e Di Paolo. Quindi ottima decisione finale, meno buona di campo. Noi puntiamo molto sulla centralità dell’arbitro, sulle decisioni prese con congruità in campo, qui è un errore di campo, giustamente corretto».
L’emissario AIA sbaglia due volte. 1) La chiamata alla review di Aureliano è sì (diversamente da quanto – distorcendo il disposto del Protocollo – continuano a ripetere, che il VAR può intervenire soltanto in caso di «chiaro ed evidente errore», dovendo prevalere la «valutazione di campo») perfettamente legittima. Sono, però, illegittimi i commenti dei preposti al VAR (che dovrebbero tacere e limitarsi a mostrare tutte le immagini utili all’accertamento del fatto: Aureliano non è autorizzato a dire «Per me non è rigore», il VAR non costituendo un secondo livello di esercizio della discrezionalità), giacché la qualificazione giuridica della fattispecie è di competenza esclusiva dell’arbitro. Solo questi è abilitato a stabilire se ha commesso un «chiaro ed evidente errore». 2) È illegittimo anche l’accertamento del fatto, Chiffi non avendo commesso un errore, perché Aureliano (pur se, in un primo momento, applica correttamente il Protocollo – non uniformandosi al malcostume generalizzato – dopo) induce un erroneo accertamento del fatto (inspiegabilmente omettendo – almeno così è parso – di mostrare tutte le immagini): dalle riprese della telecamera dietro alla porta, infatti, risulta inequivocabilmente che Hien pianta il ginocchio sul quadricipite di Højlund. Non è il danese a colpire la gamba ferma di Hien, ma quest’ultimo a dargli una ginocchiata. È quindi scorretto, e perciò illegittimo, l’accertamento del fatto, non la sua qualificazione giuridica: un errore grossolano. Nel complesso la vicenda è scandalosa perché la stessa «valutazione di campo» – ‘inventata’ (più che praeter) contra legem – viene adoperata ad uso e consumo proprio, quando fa comodo, ad intermittenza. Stando alla Regola 12, il rigore è netto e inopinabile, per palese «negligenza». Dunque, è inafferrabile la sua revoca alla luce della (pur legittima) revisione.
La cosa si fa gravissima per il gol perfettamente regolare annullato poi a Gutierrez, in ragione della illegittima omissione di intervento del VAR. Chiffi non fischia quando Højlund sguscia via dalle carezze di Hien. Lascia proseguire. Decreta il fallo dopo il gol. Incomprensibilmente. Giacché in nessun modo sarebbe ipotizzabile che abbia voluto attendere il termine dell’azione per assumere la decisione. Sebbene si senta dire «Fischio fallo eh… alla fine»; l’assistente aggiungere «Perfetto sì bravo, aspetto, per me è fallo lì»; e Chiffi replicare: «Stiamo solo aspettando, fanno il controllo di routine e poi...». Dalla Sala VAR, in pochi secondi, si ascolta Aureliano che comunica «Check completato»; Chiffi rispondere: «Bene, grazie»; e Aureliano e Di Paolo confermare che «C’è la mano che se la trascina», «Sì, si vede pure da questa». Viene proprio di pensare che Chiffi abbia fischiato solo dopo essersi reso conto che Gutierrez segna. In ogni caso, è veramente sorprendente che Aureliano resti inerte e non intervenga per far rivedere l’episodio, come aveva correttamente fatto poco prima per il rigore (che, però, ha poi illegittimamente indotto a revocare). D’incanto svanisce la (apprezzabile) solerzia esibita sul rigore. Le immagini mostrano senza incertezze che è pura fantasia quella adombrata da Hien nella meschina conferma di Palladino: che Højlund avrebbe utilizzato il braccio del difensore per trattenerlo fra braccio e corpo. Non si capisce perché il VAR non abbia rilevato ciò che si vede nitidamente. Se proprio dovesse ravvisarsi un fallo, o un tentativo di fallo, è Hien a compierlo. Tenta invano di spostare Højlund. Questi mette il corpo davanti e, solo per resistere al tentativo del difensore, ‘trattiene’ il braccio che Hien (illegalmente) gli mette addosso.
La domanda è: perché stavolta dovrebbe valere, diversamente dalla prima, la «valutazione di campo»? Se pure Chiffi ha comunicato in auricolare che Højlund ha fatto fallo, ma ha voluto far terminare l’azione, perché il gioco riprende immediato senza soluzione di continuità? Il VAR aveva il dovere giuridico di richiamarlo al video. Lì dove avrebbe constatato che Højlund non trattiene Hien; che è questi che cerca invano di ostacolarlo dopo essere stato dribblato di potenza; e che non cade affatto per effetto della trattenuta del braccio sotto l’ascella (dove quel braccio comunque non avrebbe potuto stare). Sconcerta l’ambiguità della risposta di Tommasi: «A vedere le immagini è chiaro che c’è questo corpo a corpo, Hien cerca il contatto con Højlund, che gli ruba il tempo. È poca roba per considerarlo falloso, qualcosa fa l’attaccante del Napoli, ma è troppo per definirne una punibilità. Chiffi dice subito che è fallo, avallato da Cecconi. Nella revisione concordano con lui, questo è un errore, ma bisogna decidere correttamente in campo. Al VAR vedono una trattenuta, ma è molto più importante la decisione di campo, una corretta avrebbe evitato qualunque problematica. In questa gara l’arbitro aveva mantenuto una soglia tecnica alta, fischiando davvero poco anche su contrasti importanti, lasciando giocare, ma in queste due situazioni ha abbassato tanto la soglia». Non si riesce ad intendere se sta censurando il direttore di gara o il VAR, così di fatto finendo per assolvere entrambi. Le regole – è vero – non sono scritte in maniera ineccepibile, ma la loro interpretazione sarebbe meno confusa se solo si seguissero le tecniche proprie della scienza giuridica. L’«errore chiaro ed evidente» è un «concetto giuridico indeterminato», non una «formula vaga». Basterebbe seguire quanto dispone il Protocollo secondo la sua giuridica interpretazione sistematica.
I rilievi espressi coincidono in gran parte con quelli mossi da Cesari. L’ex arbitro, oggi commentatore a Mediaset, ha sottolineato che «l’elemento fondamentale di questa partita è la difformità di giudizio», per dimostrare la quale richiama – oltre ai due casi esaminati – anche il fallo su Mazzocchi non rilevato prima del calcio d’angolo da cui è nato il pareggio degli orobici. Sul primo episodio, afferma che il VAR non mostra a Chiffi «le immagini giuste», in particolare quella in cui si vede Hien che «ferma» Højlund. Sul secondo episodio, spiega che Chiffi, «appena c’è il contatto, vuole mettere il fischietto in bocca e poi ci ripensa. E fa continuare l’azione fino al gol». Aggiungendo che si tratta di «un contatto di gioco normale» e che «non è fallo quello di Højlund su Hien nel gol di Gutierrez, ancor di più dopo che hai tolto il rigore per il fallo di Hien su Højlund». Evidenzia, infine, l’incoerenza di Chiffi nella stessa partita, affermando che c’è «fallo su Mazzocchi prima del gol di Pasalic»: «Mazzocchi è in possesso di pallone e arriva Zalewski che lo butta giù». Disorientato, s’interroga: «Dov’è l’uniformità di giudizio? È sicuramente più fallo di quello di Højlund su Hien».
Com’è stata efficacemente definita, quella di Bergamo è «partita da ufficio inchieste». In relazione ad essa, in realtà, ci sarebbero i presupposti affinché una Procura della Repubblica apra un fascicolo d’indagine penale allo scopo di verificare la sussistenza del dolo specifico indispensabile per provare la commissione del reato di «frode in competizione sportiva». In definitiva, la partita risulta falsata. Un caro amico economista, persona mite e moderata, mi ha scritto commentando così: «Siamo ormai nel campo di una forma singolare di illecito sportivo. Per non parlare – in una corsa per la Champions che può determinare il risultato economico di una società – della ‘turbativa’ di mercato".






