SPAL, Triestina, Pineto e Monterosi: facce della stessa medaglia. Perché un club su due di C cambia allenatore?
Marco Pieracci
Il dato parlo da solo e fa riflettere: dopo l’ultima giornata di Serie C, quasi una squadra su due ha deciso di cambiare allenatore: 29 club su 60 sono ricorsi all’avvicendamento, ma c’è anche chi ha voluto esagerare e lo ha fatto addirittura tre o quattro volte, per cercare di dare un senso alla stagione, nella maggior parte dei casi e, fatte salve delle rare eccezioni, senza ottenere dei risultati apprezzabili. Emblematico il caso di Fabrizio Romondini, cacciato a settembre dal Monterosi per poi essere richiamato a dicembre e nuovamente esonerato meno di due mesi più tardi. Roba da far impallidire anche gli storici presidenti mangia-allenatori come Cellino o il compianto Zamparini. Gli ultimi quattro cambi fanno lievitare ulteriomente il numero delle panchine saltate (siamo arrivati alla soglia dei 40, da agosto a oggi), con tre mesi da giocare c’è da giurare che non saranno le ultime vittime di questa moda ormai sempre più dilagante.
Se quello della SPAL può essere visto come un tentativo estremo di dare una sterzata alla brutta piega che sta prendendo un’annata potenzialmente nefasta con lo spettro della seconda retrocessione consecutiva sullo sfondo, richiamando chi su quella panchina c’era seduto prima, cioè Domenico Di Carlo, sorprendono abbastanza le scelte di Triestina e Pineto. La proprietà americana dei rossoalabardati ha dato il benservito a un tecnico esperto della categoria che avrà avuto sicuramente le proprie responsabilità, per non essere riuscito a tenere la scia della capolista solitaria Mantova, ma lascia comunque la squadra al terzo posto dopo un cammino tutto sommato in linea con gli obiettivi prefissati per affidarsi a Roberto Bordin, assente dall’Italia da otto anni, nei quali peraltro si è tolto lo sfizio di vincere tre volte il campionato in Transnistria, prendere parte ai preliminari di Champions League con il suo Sheriff Tiraspol ed allenare la nazionale moldava. Il ritorno in una piazza nella quale ha già avuto modo di lavorare è una prospettiva affascinante, ma oltremodo rischiosa.
Lascia forse ancora più di stucco il licenziamento di Daniele Amaolo, artefice della prima storica promozione fra i professionisti della matricola Pineto, fatta navigare fin qui ampiamente al di sopra della zona rossa sfiorando addirittura quella off-limits dei playoff, nonostante una rosa inferiore a molte rivali. La flessione nel rendimento dopo il girone d’andata è stata evidente, ma fisiologica nell’arco di una stagione. Invece i quattro punti nelle ultime otto partite hanno spinto la dirigenza abruzzese a prendere una decisione impopolare, forse un po' affrettata, dopo il derby perso contro il Pescara. Lo sviluppo del campionato dirà chi avrà avuto ragione anche se, dall’alto dei 29 punti già conquistati, in caso di salvezza a maggio paradossalmente i meriti maggiori saranno proprio di chi è stato mandato via, visto che al suo successore basterà raccoglierne una manciata per essere fuori pericolo.


