Bartoletti e i 60 anni di Bergomi: Auguri "bindùn"
Mi fa un certo effetto augurare buon compleanno al neo sessantenne "Zio" Bergomi.
Perché era “vecchio” a 17 anni quando lo conobbi. Esordì nell’Inter di Bersellini che portava lo scudetto sul petto (anche se per vincere il suo primo e unico scudetto - però da capitano - avrebbe dovuto aspettare quasi un decennio). Appena tre anni prima era stato scartato dal Milan e un po’ gli era dispiaciuto perché a Settala erano quasi tutti tifosi rossoneri: anche lui, anche il suo papà che perse prestissimo e che non lo vide mai giocare né in Serie A, né tantomeno in Nazionale. Poi fu Inter per sempre!
Quando Bearzot il 5 luglio del 1982 gli disse “alzati ragazzo” e lo mandò in campo contro il Brasile, aveva nelle gambe sì e no una mezz’ora di azzurro (un’amichevole di tre mesi prima contro la Germania Est, quando era subentrato a Marangon) e tutto si aspettava fuorchè giocare un Mondiale a 18 anni (men che meno di vincerlo da protagonista). Zoff, per dire, aveva quasi 22 anni più di lui
Ha disputato quattro Mondiali: e sarebbero stati cinque se Sacchi non lo avesse bocciato (come bocciò Vialli e Mancini) per USA 94. Fu Cesare Maldini, vice di Bearzot nel 1982, a richiamarlo per la Coppa del Mondo del 1998. Erano sette anni che non vestiva più la maglia azzurra.
E si fece onore
E’ un ragazzo (e io posso chiamarlo così) di una gentilezza e di un’educazione straordinarie. Fa con molta serietà il suo lavoro di telecronista, volando sopra le critiche di chi lo giudica “troppo interista” e di chi - fra i tifosi della Beneamata - lo giudica invece troppo poco “di parte”. Critiche che si elidono algebricamente al cospetto dell’onestà intellettuale (e della competenza e anche della pacatezza) che mette sempre in quello che fa. Se proprio si deve lasciare andare lo fa con la Nazionale: della quale, al grido “andiamo a Berlino”, ha commentato quel titolo mondiale che avrebbe voluto conquistare sul campo, come capitano, sedici anni prima.
Ora scherza un po’ di più di quand’era alle prime armi e Giampiero Marini lo battezzò “zio” per i suoi baffoni. “Forse - ha detto - bisogna nascere vecchi per diventare giovani”.
Auguri "bindùn"






