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Juventus, dove sono i leader? Il crollo contro la Lazio e quell'identità calpestata

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Redazione TMW
Oggi alle 07:10Altre Notizie
autore Redazione TMW
19.10.2026 07:10Altre Notizie
Il botta e risposta a caldo tra Bremer e Spalletti dopo il tonfo con la Lazio fotografa la crisi profonda della Signora. Non è solo questione di campo: questa squadra ha smarrito l'anima e il cinismo che ne hanno fatto la storia.
FotoTUTTOmercatoWEB
© foto di www.imagephotoagency.it

Bastano pochi minuti, una manciata di battute davanti ai microfoni della tv, per scoperchiare il vaso di Pandora di una Juventus che non è più Juventus, il pesante 0-3 incassato a domicilio dalla Lazio di Gattuso non è solo un verdetto numerico impietoso; è lo specchio di una frattura interna, un cortocircuito emotivo e gerarchico che mette a nudo una realtà drammatica. Se una volta lo spogliatoio bianconero era una cassaforte inattaccabile, un monolite di ferro protetto dalla legge dell'omertà competitiva, oggi è una polveriera a cielo aperto.

L'Atto d'Accusa del Capitano

Le parole del capitano Gleison Bremer nel post-partita hanno il peso di un macigno e la precisione di un bisturi:
“Io non posso prendere in braccio tutti... C'è chi sente i fischi e magari ha paura e si nasconde, se paragoni alla Juve di qualche anno fa è diverso, questo pesa”.
Una dichiarazione che da un lato fotografa la solitudine del leader difensivo, ma dall'altro certifica una mancanza di attributi e di personalità diffusa all'interno del gruppo, il brasiliano ha toccato il nervo scoperto, la paura.
La paura della pressione, la paura dello Stadium che fischia, l'incapacità cronica di reggere il peso di una maglia che, storicamente, esige spalle larghe e sangue freddo. Il paragone con il passato recente, quello dei Buffon, dei Chiellini, dei Bonucci e dei Barzagli, è impietoso e descrive perfettamente lo smarrimento della nuova generazione bianconera.

La Sferzata di Spalletti

La replica di Luciano Spalletti non si è fatta attendere ed è arrivata come una secchiata di acqua gelida, tesa a ristabilire le distanze istituzionali ma finendo per confermare la tensione: “Ha criticato i compagni? Tutti siamo stati nella partita, anche lui, prima di pensare ai compagni si guarda se stessi”.
Il tecnico toscano ha scelto la linea della trincea collettiva, bacchettando pubblicamente il suo capitano.
Una mossa che certifica la fine di quel codice non scritto secondo cui i panni sporchi si lavano nello spogliatoio. Se l'allenatore si ritrova a dover difendere il resto della squadra dall'accusa di "codardia" lanciata dal proprio leader, significa che lo spogliatoio ha smarrito la sua bussola.

Una Storia Calpestata

Questa istantanea fotografa la parabola discendente degli ultimi anni della Vecchia Signora.
Per decenni la Juventus è stata sinonimo di cinismo, resilienza, cultura del lavoro e, soprattutto, di un'identità granitica riassunta nel celebre motto di Bonipertiana memoria "Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta".
Era la squadra più temuta e rispettata d'Italia, capace di vincere nove scudetti consecutivi cannibalizzando il campionato con la forza del collettivo e della società.
Oggi, quella che è la squadra più tifata del Paese fatica a riconoscersi, la transizione generazionale e societaria ha lasciato il posto a una squadra fragile, che si scioglie alle prime difficoltà e che manca di quella cattiveria agonistica che storicamente colmava anche i gap tecnici.
Non si tratta più solo di schemi saltati, di distrazioni difensive o di una manovra d'attacco sterile; è una crisi d'identità profonda, la Juventus di oggi sembra aver paura della sua stessa ombra e, quel che è peggio, ha perso l'abitudine alla vittoria, accettando la sconfitta con una rassegnazione che un tempo sarebbe stata inconcepibile a Torino.
Spalletti e Bremer si trovano davanti al compito più difficile, prima ancora di aggiustare la classifica, devono ritrovare l'anima della Juventus.

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Immagine editoriale di Enzo Bucchioni
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