Lutto nel calcio, addio a Paolo Mariutti
Il pomeriggio dell’8 giugno 1973, lo stadio Mirabello di Reggio Emilia ribolliva di tifo, al minuto settantatré di una partita ormai bloccata sul due a uno per i padroni di casa, l’allenatore dell’Arezzo fece un cenno verso la panchina.
Un ragazzo di diciannove anni, arrivato dal Friuli con una valigia piena di sogni e i riflessi pronti di chi è cresciuto bloccando palloni sui campi di sassi, si alzò di scatto, si infilò i guanti, strinse i lacci degli scarpini e corse a prendersi la porta in Serie B.
Quel ragazzo era Paolo Mariutti.
In quei diciassette minuti finali la palla non passò, e quel debutto silenzioso ma perfetto segnò l'inizio di una storia d'amore destinata a durare una vita intera, Paolo era nato a Spilimbergo (Pordenone) il 2-12-1954, tra le montagne friulane, ma il destino aveva per lui una mappa diversa.
Arezzo, con le sue colline e i suoi vicoli medievali, lo aveva adottato quando era ancora un adolescente promessa delle giovanili amaranto, anche se il calcio lo portò temporaneamente altrove – a farsi le ossa nel fango della Serie C con il Ravenna – la nostalgia per la Toscana era un richiamo troppo forte.
Ritornò a metà degli anni Settanta, accettando il ruolo più difficile del calcio: il secondo portiere, dietro a Romeo Giacinti, Paolo aspettava il suo turno con la dignità dei giusti.
Quando veniva chiamato in causa, la sua area di rigore diventava un fortino inespugnabile: poche parole, uscite coraggiose e una tranquillità che contagiava l'intera difesa.
Ma il calcio, si sa, scrive le sue favole più belle lontano dai riflettori della televisione.
Per Paolo, la vera terra promessa ebbe i colori arancioblù della Sansovino.
Quando vi arrivò nel 1979, era un uomo maturo e un portiere nel pieno delle sue forze, per quattro stagioni consecutive, divenne il guardiano indiscusso di una squadra che stava per compiere un miracolo sportivo.
Guidati dal suo carisma silenzioso, i ragazzi della Sansovino scalarono le categorie, partendo dalla Promozione fino a conquistare uno storico approdo nell'Interregionale.
Ogni parata di Mariutti in quegli anni non era solo un gol salvato, ma un mattone posato nella leggenda del calcio dilettantistico toscano, il tempo passa per tutti, e arriva un giorno in cui i guanti vanno appesi al chiodo.
Eppure, Paolo non riuscì mai davvero a staccarsi da quel rettangolo verde, il richiamo dell'erba tagliata e dello spogliatoio lo spinse in panchina come allenatore, trasmettendo la sua saggezza ai giovani della Baldaccio Bruni e del Pescaiola.
Negli anni della maturità, lo si poteva incontrare spesso al Museo Amaranto, lo scrigno dei ricordi del calcio aretino.
Parlava con quell'accento unico, una melodia a metà tra le sue radici friulane e l'inflessione toscana che ormai gli apparteneva nell'anima, si muoveva dietro le quinte del premio "Timone d'oro", fiero di far parte di quella comunità che lo aveva accolto straniero e lo salutava, ormai, come uno dei suoi figli più amati.
Quando nell'agosto del 2026 (11) Paolo ha chiuso gli occhi per l'ultima volta a 72 anni, un velo di malinconia è sceso sui campi della provincia aretina.
Ma per chi c'era in quelle domeniche di sole e di pioggia, Paolo Mariutti è ancora lì: lo sguardo fisso sul pallone, le gambe pronte a scattare e le braccia tese a proteggere la sua porta, per sempre.






