ESCLUSIVA TA - Il tifosissimo Bruno Arsuffi e le 420 maglie della Dea: "Un sogno battere il record mondiale. Atalanta in Champions per mentalità"
Bruno Arsuffi è un tifoso storico dell’Atalanta, cresciuto sugli spalti fin dai primi anni Settanta e testimone diretto di epoche molto diverse della storia nerazzurra. Oggi è una colonna del gruppo «Come una seconda pelle»: collezionisti di maglie uniti dalla volontà di conservare la memoria del club. In occasione della festa per l’inaugurazione della statua dell’Europa League, il gruppo ha organizzato all’interno dello stadio una mostra monumentale con 420 pezzi, offrendo ai tifosi un viaggio nel tempo. Con Bruno, in esclusiva per TuttoAtalanta.com, abbiamo ripercorso il suo rapporto con la Dea, tra ricordi personali, cimeli unici e attualità.
Quando è nata la sua passione per l’Atalanta?
«I primi ricordi risalgono ai primi anni Settanta. Mio papà era tifoso e mi portava allo stadio con lui quando avevo circa sei anni. Andavamo in Gradinata, perché la Curva Nord come la conosciamo oggi e i gruppi organizzati sarebbero nati solo qualche anno dopo, verso la metà del decennio».
Ricorda qualche partita in particolare di quel periodo?
«Gare che oggi sembrano preistoria: Milan-Atalanta 9-3 del 15 ottobre 1972 a San Siro, una delle partite con più gol della storia, e quella col Leicester nella Coppa Anglo-Italiana vinta 5-3. Sono ricordi indelebili, anche perché non si andava allo stadio ogni domenica. Ricordo benissimo anche gli spareggi di Genova del 1978. Avevo 13 anni. Da lì, l’anno successivo, ho iniziato a fare l’abbonamento in Curva Nord. Venivo da Cisano Bergamasco con il gruppo che poi è diventato il Club Amici dell’Atalanta. Ho sempre frequentato la Curva cantando, ma senza mai far parte di gruppi ultras organizzati».
Da allora è sempre stato presente?
«Fino ai 24-25 anni sì. Poi a Bergamo iniziarono a esserci troppi incidenti e tensioni, così mi allontanai un po’. Sono tornato con continuità nel 2000, dopo il matrimonio. Ho rifatto l’abbonamento e ho iniziato a portare le mie figlie, Vittoria e Anna. Ho trasmesso loro la passione: oggi sono entrambe atalantine e frequentano la Nord».
Le emozioni più forti sono quelle del passato o quelle recenti?
«Quelle degli ultimi dieci anni sono straordinarie. Diventare una grande era un sogno proibito. Un tempo vincere a San Siro capitava una volta nella vita. Eravamo la Cenerentola, sempre sull'ascensore tra A e B. Ho vissuto anche un’intera stagione in C senza perdere quasi una partita, trasferte comprese».
Il ricordo più bello in assoluto?
«La finale di Dublino. Soprattutto perché ero lì con le mie figlie. Una studiava in Inghilterra, l’altra arrivava dalle vacanze. Siamo partiti con tre voli diversi ma ci siamo ritrovati tutti lì. Abbiamo visto la partita insieme e poi ci siamo divisi di nuovo. Un ricordo eterno».
E del passato?
«Gli spareggi di Genova e il 2-1 casalingo alla Juventus dell’Atalanta di Vavassori: uno dei momenti più esaltanti di sempre».
Lei fa parte del gruppo «Come una seconda pelle».
«Siamo una decina di collezionisti di maglie. Ci conosciamo tutti, ogni tanto una birra o una pizza insieme. Condividiamo la stessa passione viscerale».
Avete organizzato una mostra incredibile per la statua dell’Europa League.
«Avevamo già fatto una mostra a San Paolo d’Argon, ma quella allo stadio è stata speciale. Abbiamo esposto circa 420 maglie, creando un percorso nella storia».
Puntate a qualche record?
«È una suggestione. Il record credo sia di un collezionista inglese con circa mille maglie, ma unendo le nostre collezioni potremmo arrivarci vicino. Non è escluso che in futuro proveremo a fare qualcosa di ancora più grande».
Quando ha iniziato a collezionare?
«Da una decina d’anni. Oggi ne ho quasi duecento».
Tutte "match worn", indossate in campo?
«Tutte. Alcune le ho acquistate da altri collezionisti, altre recuperate dai giocatori. Lo scambio tra appassionati è fondamentale».
I pezzi pregiati della sua collezione?
«La maglia di Stromberg è stata un sogno realizzato - spiega e racconta, in esclusiva, a TuttoAtalanta.com -. Poi ho diverse maglie di Ilicic, in particolare quella della prima vittoria a Liverpool per 2-0. Ho anche alcune maglie delle finali di Coppa Italia, purtroppo quelle perse, e pezzi storici in lanetta come quelle di Ezio Bertuzzo e Pietro Fanna. E poi una cinquantina di maglie da portiere: colorate e bellissime».
C’è un aneddoto particolare legato a una maglia?
«Sì, quella di Musso in Europa League. Avevamo fatto uno striscione per lui, che era l'idolo di mia figlia piccola. Lui l’ha visto ed è venuto a regalarci la maglia di persona».
Il pezzo mancante che sogna?
«Ce ne sarebbero mille, ma direi quella di De Ketelaere, magari ricevuta direttamente da lui. E poi quella di Pizzaballa, il mio primo portiere. È rarissima, l'ho vista in un'altra collezione e l'ho tenuta in mano, ma non è mia. La cosa bella del nostro gruppo è proprio l’assenza d’invidia».
Chi è il giocatore simbolo della storia atalantina secondo lei?
«In passato Stromberg, senza dubbio. Poi Caniggia e Cristiano Doni. Nella storia recente Ilicic, meraviglioso. E De Roon per l’Atalanta di oggi».
Le piace l’Atalanta di questa stagione?
«Resta il punto di domanda sulla scelta iniziale di Juric. Ho massima fiducia nella società, ma dopo nove anni di Gasperini era l’ultima persona che avrei scelto».
I successi erano tutti merito di Gasperini?
«La mano di Gasperini è evidente, ma è Gasperini "con" l’Atalanta. La società ha lavorato benissimo. Non si resta nove anni a quel livello per caso. E quest’anno siamo tra le prime otto in Champions: il merito è anche della dirigenza».
Ha applaudito Gasperini al suo ritorno da avversario?
«Non c’ero, ma non l’avrei applaudito. I suoi ultimi sei mesi a Bergamo non sono stati positivi, ha avuto uscite infelici. La comunicazione è sempre stata il suo limite».
Come ha giudicato l'accoglienza della New Balance Arena?
«Mi aspettavo un po’ più di calore, soprattutto dalla Nord che l'ha sempre acclamato. Forse ha inciso il rispetto per il suo nuovo ruolo alla Roma, ma sinceramente pensavo a qualcosa di più».
È contento dell’arrivo di Palladino?
«Assolutamente sì. Ero convinto sarebbe stato la prima scelta già in estate. Quando si dimise dalla Fiorentina pensai subito a lui».
Cosa ha portato per far svoltare la squadra?
«Il coraggio. Ha ridato la determinazione di giocare per vincere. Con Juric sembrava scendessimo in campo per pareggiare: palla indietro, zero rischi. Con Palladino è cambiato tutto».
È arrivato troppo tardi?
«Sì. Doveva arrivare già dopo Cremona, dopo lo sfogo di Carnesecchi».
Dove può arrivare questa Atalanta?
«Tornare in Europa sarebbe già molto bello. Arrivare tra le prime sei sarebbe un grandissimo risultato».
E in Champions?
«Più avanti possibile. Paradossalmente in Europa facciamo meglio che in campionato, anche con Juric era così».
Perché secondo lei?
«Questione di testa. Le motivazioni in Champions arrivano da sole, è un palcoscenico che ti fa dare qualcosa in più».
Servono rinforzi?
«Forse un centrocampista per far rifiatare De Roon e un giovane su cui investire, perché Marten non sarà eterno».
Si parla di addio per Maldini e Samardzic. D'accordo?
«Su Samardzic sì. Maldini invece credo paghi un cognome troppo pesante. In allenamento dicono sia un fenomeno, ma in partita soffre troppo il confronto col padre».
Pronostico per Atalanta–Torino?
«A parte il freddo polare, mi aspetto una bella partita. Non faccio previsioni perché non ne azzecco una, ma sulla carta dovremmo fare noi la partita. Anche se nel calcio non si sa mai».
L’intervista con Bruno Arsuffi restituisce la voce di un tifoso che ha attraversato tutte le ere nerazzurre. Il suo impegno con il gruppo «Come una seconda pelle» dimostra come la passione possa farsi cultura: la mostra delle maglie non è stata solo un’esposizione, ma un atto d'amore collettivo che tiene viva l’identità atalantina.






