Pippo Inzaghi rilancia Scamacca: "Sarà il suo anno"
Filippo Inzaghi rilancia Gianluca Scamacca nella corsa al titolo di capocannoniere della Serie A e, in una lunga intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, passa in rassegna un campionato che continua a seguire da vicino anche dalla panchina della cadetteria. Il tecnico del Palermo parla dall'Australia, dove i rosanero sono impegnati insieme a Inter, Milan e Juventus, dopo un arrivo a Perth che ha avuto il sapore di una rimpatriata rossonera: oltre duecento tifosi del Milan ad attenderlo in hotel, martedì sera, tra applausi, cori e autografi.
SCAMACCA E I BOMBER AZZURRI - Il passaggio che fa più rumore riguarda però la classifica marcatori nella sua lunga intervista. Riconosce che Lautaro Martínez resta il metro di paragone, ma il suo auspicio guarda in casa nostra: «Lautaro è una garanzia, ma per il prossimo anno mi auguro la definitiva esplosione di un italiano». E il nome lo fa senza esitazioni: «Dico Scamacca perché credo possa essere la sua stagione». Una investitura pesante per il centravanti nerazzurro, che nelle gerarchie estive di Maurizio Sarri è tornato a essere Scamacca il riferimento offensivo dell'Atalanta. Attorno a lui, Inzaghi allarga il ventaglio a Giacomo Raspadori, ai giovani Francesco Pio Esposito e Francesco Camarda, a Moise Kean e a Patrick Cutrone, definito uno che non tradisce mai. La ragione di tanto interesse la spiega lui stesso: «Abbiamo bisogno di riportare un centravanti ai vertici della classifica dei cannonieri per il bene della Nazionale».
IL RICORDO DI FRANCO BARESI - Il primo pensiero, però, è per chi non c'è più. Superpippo sceglie di aprire da Franco Baresi, un nome che nella sua famiglia è sempre stato sinonimo di calcio: «Da un pensiero per Baresi che è stato l'idolo di mio padre e di tutta la mia famiglia». Il rammarico è quello di non aver potuto essere presente all'ultimo saluto: «Avrei voluto essere al suo funerale, ma purtroppo ero in viaggio per l'Australia», racconta, spiegando di essersi recato al murale dedicato al capitano rossonero nella città australiana. C'è poi un cimelio che custodisce da trent'anni e che dice tutto del rapporto tra i due: «Ho ancora la sua maglia di Parma-Milan del 24 marzo 1996». Il verdetto, per lui, non ammette repliche: «Per me è stato il più grande difensore della storia». Parole che si sommano al coro di omaggi seguiti alla scomparsa del capitano eterno del Milan.
L'ACCOGLIENZA DI PERTH - Il bagno di folla australiano lo ha spiazzato. All'inizio pensava che quella gente fosse lì per altri: «Quando ho visto tutta quella gente, inizialmente pensavo fosse lì per il Milan». E invece i cori erano per lui. «Emozionarsi così alla mia età è una delle cose più belle che mi ha dato il calcio», ammette. In mezzo alla folla spuntavano le maglie della finale di Champions di Atene, quella della sua doppietta: «Segnare due gol in una finale è qualcosa di speciale». Un capitolo che il Milan ha voluto celebrare anche sul retro della seconda divisa di quest'anno, con il richiamo alla notte greca dopo la ferita di Istanbul.
ISTANBUL E ATENE - Proprio quel dittico resta il perno della sua narrazione personale. Nel 2005 non era in campo, e questo ha reso il 2007 ancora più dolce: «Io, tra l'altro, a Istanbul ero infortunato e quindi il destino mi ha davvero dato una seconda possibilità». Una notte, la definisce, indimenticabile. Il tema tornerà utile più avanti, quando il discorso scivolerà sul Palermo: nel suo vocabolario Istanbul e Atene sono diventati categorie dello spirito, la caduta e la rivincita.
IL MILAN DI AMORIM - Da tifoso, la seconda esclusione consecutiva dalla Champions gli è rimasta sullo stomaco: «Da milanista speravo che lo scorso anno la squadra riuscisse ad arrivare in Champions», confessa, aggiungendo di aver creduto per un tratto della stagione che i rossoneri potessero addirittura inserirsi nella corsa scudetto. Ora tocca a Rubén Amorim e a una campagna acquisti robusta invertire la rotta, e il monito è quello di chi conosce il peso della maglia: «La storia insegna che i rossoneri devono stare a quei livelli».
GONÇALO RAMOS E LA MALEDIZIONE DELLA 9 - Tra i volti nuovi, il centravanti portoghese lo convince: Gonçalo Ramos e Mario Gila sono per lui due innesti azzeccati. «Il portoghese si muove bene e ha il gol nel sangue», è il giudizio tecnico. Sul totem della maglia numero 9, che dopo di lui solo Olivier Giroud è riuscito a onorare, sceglie di sdrammatizzare: «Su queste cose si scherza anche troppo e spero che Ramos faccia bene». Il modo più elegante per archiviare una superstizione che a Milanello dura da troppi anni.
SERIE A, LE FAVORITE - Il pronostico è quello di un torneo compatto. «L'Inter parte davanti a tutti perché ha vinto lo scudetto e ha una squadra molto attrezzata», scandisce, inserendo poi anche il Napoli tra le formazioni con un organico di primo livello. Sulla Juventus il giudizio è netto: «La Juventus, con Spalletti e Carnevali, tornerà a essere un'avversaria temibile per tutti». Gli piace il ritorno a Torino di Randal Kolo Muani, corteggiato per un anno e mezzo, ma il colpo che lo ha impressionato di più porta un altro nome: Benjamin Alajbegović, visto all'opera in nazionale. E su Dušan Vlahović, ancora svincolato, non chiude nulla: «Io penso che possa ancora dire la sua ad alti livelli».
LA NAZIONALE DOPO IL TERZO MONDIALE MANCATO - Il tema azzurro resta una ferita aperta. «L'eliminazione ai playoff è stato un grande dispiacere», ammette, dichiarandosi però fiducioso nel nuovo corso affidato a dirigenti e tecnici che conosce da vicino, da Giovanni Malagò a Roberto Mancini fino a Claudio Ranieri, per lui una garanzia assoluta in quel ruolo. E poi c'è la battuta che nasconde una malinconia vera: «mi piacerebbe far vedere ai miei figli un Mondiale con l'Italia». I bambini crescono, ricorda: bisogna sbrigarsi.
SIMONE INZAGHI E LA SCELTA ARABA - Capitolo famiglia. Del fratello Simone Inzaghi, oggi all'Al Hilal, offre un ritratto sereno: «Lo sento felice e sereno». Legge il trasferimento come una pausa necessaria da un ambiente, quello della Serie A, che sa essere logorante, e non ha dubbi sul futuro: «sono convinto che presto tornerà in Italia o in Europa perché se lo merita». Aggiunge una riflessione che vale come rivalutazione postuma del ciclo interista: i risultati delle italiane nelle coppe hanno reso più evidente il valore delle due finali di Champions raggiunte, un traguardo di cui forse non si era colto fino in fondo il peso.
PALERMO, L'ANNO DELLA VERITÀ - Poi il presente, che si chiama Serie B. La base di partenza è il piazzamento della passata stagione: «I 72 punti conquistati lo scorso anno... rappresentano una solida base di partenza per il 2026-27». Ma è il capitolo tifosi quello che lo tocca di più, con il ricordo dell'applauso arrivato dopo la semifinale playoff persa contro il Catanzaro, un gesto che dice non essersi praticamente mai visto in Italia: «Con i tifosi abbiamo un grande debito». L'etichetta di favorito non lo spaventa e non la respinge: «Sappiamo di avere alle spalle una società e un pubblico di un'altra categoria, ma nessuno ci regalerà niente». Anzi, mette in guardia i suoi: «non basterà chiamarsi Palermo, o avere una rosa forte, per tornare in Serie A». Sul progetto del City Football Group, che nel giugno scorso ha portato all'approdo di Pippo Inzaghi in rosanero, il giudizio è pienamente positivo: «Avere una proprietà così importante e allenare in una piazza come Palermo per me è un onore e una responsabilità».
DAL CATANZARO ALLA SERIE A - La chiusura torna alla metafora personale: se il Catanzaro è stata la sua Istanbul, la promozione sarebbe l'Atene siciliana. Un anno fa aveva sperato di ripetere subito i salti compiuti a Benevento e a Pisa, e non è andata. Ora riparte da un gruppo maturo e da un mercato consistente, con Gabriel Strefezza ultimo arrivato: «Mi reputo un allenatore fortunato e ora sta a me ripagare il club e la gente di Palermo».
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