ESCLUSIVA TA - Omar Fantini boccia Sarri: "Non lo ritengo assolutamente adeguato all'Atalanta"
Claudia Esposito
«Non sono molto ottimista. E non mi capitava da un po'». Far ridere è il suo mestiere, ma quando si parla di Atalanta anche Omar Fantini fatica a trovare il lato divertente. Comico, conduttore televisivo e radiofonico, il bergamasco Fantini è uno di quei personaggi capaci di trasformare qualsiasi racconto in un aneddoto irresistibile, senza rinunciare alla schiettezza quando c'è da esprimere un'opinione.
Attualmente impegnato ogni mattina su Discoradio con il morning show "Belli svegli", al fianco di Fabrizio Sironi, Fantini sta portando nei teatri il suo spettacolo "Karma letale" e lavora già a una nuova produzione che debutterà il prossimo anno. Tra gli impegni professionali, però, trova sempre spazio una passione che definisce viscerale: quella per l'Atalanta, riscoperta anche grazie al figlio e agli anni trascorsi come inviato di Quelli che il calcio. Dagli aneddoti più esilaranti alla nostalgia per Josip Ilicic, dai ricordi della storica Europa League conquistata a Dublino al significato profondo del "Mola mia", Fantini si racconta in esclusiva a TuttoAtalanta.com. E quando il discorso si sposta sull'attualità nerazzurra, il sorriso lascia spazio a un'analisi senza sconti, dalla gestione di Maurizio Sarri alle difficoltà della squadra, fino alle prospettive contro Pafos e Milan.
Omar, quando è scattato il vero amore per l'Atalanta?
«In realtà è un amore abbastanza recente, considerata la mia età. O meglio, è stato un amore ritrovato. Quando mio figlio, che oggi ha diciotto anni, ha iniziato a giocare a calcio, mi ha riavvicinato a questo sport, che avevo un po' abbandonato. È successo più o meno nello stesso periodo in cui ho cominciato a seguire l'Atalanta come inviato di "Quelli che il calcio…". Tornando allo stadio e andando a vedere mio figlio giocare, si è riaccesa anche la passione per l'Atalanta. Ormai sono una ventina d'anni che mi è tornato il fuoco sacro».
Qual è il suo primo ricordo legato all'Atalanta? C'è stata una partita, un giocatore o un episodio particolare che le è rimasto impresso?
«Un giocatore che mi è rimasto nel cuore è sicuramente Josip Ilicic. Credo sia uno dei più grandi calciatori che si siano mai visti in Italia. Aveva creatività e genialità straordinarie, unite a un'imprevedibilità anche fisica. Quando lo guardavi, tutto sembrava tranne che agile e veloce: appariva un po' scoordinato, quasi dinoccolato. E invece riusciva a essere strepitoso in ogni giocata. Devo dire che mi manca davvero tanto».
Per diversi anni ha seguito l'Atalanta anche come inviato di "Quelli che il calcio…": che ricordi conserva di quell'esperienza e c'è qualche aneddoto particolare che le piacerebbe raccontare?
«Ho seguito per parecchi anni l'Atalanta per "Quelli che il calcio…" e, tra le varie avventure e disavventure, ne ricordo in particolare due. La prima risale a una partita di Coppa Italia a Firenze, quando sono stato addirittura minacciato di morte perché, trovandomi in tribuna stampa, avevo esultato a tutti e tre i gol dell'Atalanta. Diciamo che la cosa non era stata presa benissimo, nonostante mi trovassi in quella che avrebbe dovuto essere una tribuna d'onore. L'altro episodio, invece, risale al periodo del Covid. Ricordo di essere andato allo stadio per Atalanta-Inter e di aver assistito alla partita praticamente da solo: c'eravamo io, il presidente e un paio di steward. È stata una sensazione davvero stranissima, che ricordo ancora in maniera molto chiara e nitida».
In passato ha dichiarato che "a Bergamo l'Atalanta è una religione". Che cosa intendeva esattamente?
«È proprio una religione, perché da noi è tendenzialmente vietato tifare per un'altra squadra. Devi avere molto coraggio per farlo. A Bergamo l'Atalanta viene vissuta molto di pancia. C'è un legame viscerale con la squadra della propria città che non si ritrova in tante altre realtà».
In quali progetti professionali è impegnato attualmente? C'è già qualche novità o qualche altro progetto futuro che le piacerebbe anticiparci?
«Tutte le mattine sono su Discoradio con il programma "Belli svegli", insieme a Fabrizio Sironi. Inoltre, sono in giro con il mio tour teatrale "Karma letale". Per l'inverno stiamo completando il calendario delle tappe teatrali e, nel frattempo, sto scrivendo un nuovo spettacolo che debutterà l'anno prossimo».
La passione per l'Atalanta incide anche sull'organizzazione dei suoi impegni professionali? Le è mai capitato di modificare il programma di uno spettacolo o di un appuntamento di lavoro per non perdere una partita della Dea?
«Sì, incide sui miei impegni, ma non nel senso che posso modificarli. Se ho uno spettacolo, ovviamente non posso rinviarlo per una partita. È successo però che l'Atalanta interferisse con quello che stavo facendo. L'anno scorso, mentre registravo un programma con Valentina Persia, l'Atalanta giocava contro il Paris Saint-Germain. Così, a ogni interruzione della registrazione, durante quelli che in gergo televisivo si chiamano neri tecnici, quando si simula lo stacco pubblicitario, chiedevo al pubblico come stesse andando la partita. La prima volta mi hanno risposto: "Zero a uno per il Paris". La seconda: "Zero a due per il Paris". Poi: "Zero a tre per il Paris". A quel punto ho detto: "Ecco, grazie e basta. Non informatemi più, siamo a posto così!". Insomma, la passione per l'Atalanta incide sui miei impegni, e non sempre favorevolmente».
Tra le pagine più importanti della storia recente dell'Atalanta c'è sicuramente la conquista dell'Europa League a Dublino. Dove ha seguito quella finale e che ricordi ne conserva?
«La settimana prima c'era stata la finale di Coppa Italia. Sapendo di non potere vedere entrambe le partite dal vivo, avevo chiesto a mio figlio di sceglierne una delle due. È vero che la trasferta a Dublino avrebbe potuto essere romantica, ma gli avevo fatto notare che saremmo andati ad affrontare una squadra che non perdeva da quarantuno partite e che aveva vinto la Bundesliga con settimane d'anticipo. Dall'altra parte c'era, invece, la Juventus, che la settimana prima aveva giocato contro la Salernitana. Alla fine abbiamo deciso di andare a Roma, convinti di poter assistere a una bella vittoria dell'Atalanta contro la Juve e di portarci a casa la Coppa Italia. Perfetto: Coppa Italia persa e vittoria a Dublino. Comunque la finale di Europa League l'ho vista in un pub al Villaggio degli Sposi, in città, insieme a mio figlio. Poi siamo andati in centro a festeggiare. È stata comunque una serata molto bella».
Durante la sua partecipazione al reality show "L'Isola dei Famosi" ha raccontato che una frase le risuonava nella testa, soprattutto di notte: "Mola mia". Quanto hanno contato le sue radici bergamasche nell'affrontare quell'esperienza?
«"Mola mia" è un motto incredibile, che ha acquistato ancora più forza durante il Covid, ma che rappresenta pienamente il modo di essere e di pensare dei bergamaschi. Forse deriva anche dalle nostre origini, da una tradizione di lavori manuali e umili, in cui ci si trova spesso ad affrontare problemi che non si risolvono sempre e soltanto con uno stratagemma, ma a volte semplicemente insistendo. Mi viene in mente un esempio: quando devi togliere una vite arrugginita, non sempre hai lo Svitol a disposizione e allora servono insistenza e caparbietà. Il "Mola mia" mi ha aiutato anche sull'Isola, dove, oltre a questa espressione, mi sarebbe piaciuto anche il "Maia ergòt"».
Quando guarda l'Atalanta riesce a mantenere il suo senso dell'umorismo oppure diventa un tifoso che soffre e si arrabbia come tutti gli altri?
«Dipende. Ci sono partite in cui riesco a restare razionale, a capire quello che sta succedendo e, di conseguenza, a non perdere le staffe. In altre occasioni, invece, proprio non riesco a contenermi. Di solito mi arrabbio soprattutto quando ci sono errori individuali. Se la squadra non funziona, posso anche innervosirmi, ma è una rabbia più contenuta, più intellettuale. L'errore personale che magari manda a monte una partita, invece, mi fa proprio perdere le staffe».
In un suo video social ha richiamato l'episodio del rigore non concesso a Rowe contro la Juventus. L'ha fatta arrabbiare di più il rigore non concesso o la prestazione della squadra?
«Il rigore negato contro la Juve è stato un bel pretesto per realizzare il video di lancio della terza maglia dell'Atalanta di quest'anno. Ci ho scherzato sopra, anche se, quando è successo, non avevo affatto voglia di scherzare. Se devo essere sincero, però, mi aveva deluso molto di più la prestazione. Non credo che quel rigore avrebbe cambiato la partita. Penso che siamo in una fase molto delicata. Incrocio le dita e spero che Sarri possa riportarci a essere quell'Atalanta dei tempi di Gasperini, anche se, personalmente, non lo ritengo l'allenatore adatto. Mi sembra che ormai abbia fatto il suo tempo così come il suo gioco. Credo serva qualcuno di più innovativo in panchina, soprattutto capace di convincere i giocatori a esprimere tutto il loro valore. Abbiamo una squadra molto più forte rispetto a quella che aveva Gasperini quando arrivò a Bergamo. Mi piace quindi l'idea di avere un allenatore che, oltre a essere un tecnico, sappia anche essere un motivatore».
Quindi non ritiene Maurizio Sarri l'allenatore giusto per l'Atalanta?
«Non lo ritengo assolutamente adeguato all'Atalanta, per il semplice fatto che, come sappiamo tutti, il suo calcio si basa sulla difesa a zona, mentre noi abbiamo una rosa di tanti giocatori che sono sempre stati abituati a giocare con marcature a uomo. Sinceramente, rieducare completamente una squadra che è arrivata a vincere un'Europa League giocando in quel modo mi lascia perplesso. Passare dalla marcatura a uomo a quella a zona significa cambiare tutti i fondamentali: cambia il modo di marcare, d'intervenire e anche il tempo degli interventi. Non capisco il senso di rieducare un'intera squadra a un modulo o, meglio, a un tipo di gioco che, peraltro, personalmente non mi piace moltissimo, ma spero sinceramente di essere smentito».
Al di là della vittoria, contro il Venezia che Atalanta ha visto? Ha notato dei miglioramenti rispetto alle precedenti partite? E che cosa ritiene manchi ancora a questa squadra?
«Direi bene, ma non benissimo. Sicuramente qualcosa di meglio si è visto nella prima mezz'ora, soprattutto dal punto di vista offensivo, dove abbiamo prodotto un po' di più. C'è da dire che, in generale, è stata una bella partita, con tante occasioni da una parte e dall'altra. E queste sono le partite che mi piace vedere. Per quanto riguarda la prestazione dell'Atalanta, però, direi che non ci siamo ancora. A un certo punto il Venezia ha quasi rischiato di meritarsi la partita e stiamo parlando di una squadra ferma ancora a zero punti. Qualche miglioramento sicuramente c'è stato, ma dipende anche dagli avversari. Ho visto tutti sulle gambe già dopo mezz'ora, quarantacinque minuti. Avere soltanto un tempo nelle gambe a ottobre mi fa pensare di essere un po' indietro nella preparazione».
Quali obiettivi ritiene possa raggiungere l'Atalanta in questa stagione?
«Realisticamente bisogna distinguere tra la squadra che abbiamo sulla carta e quella che stiamo vedendo adesso in campo. Per i giocatori e la rosa a disposizione, meriteremmo quantomeno l'Europa League, se non addirittura la Champions League, ma per come stiamo giocando attualmente, mi sembra già tanto riuscire a ottenere una qualificazione europea attraverso la Conference League. E questa, sicuramente, non è una prospettiva che ci rende felici».
A proposito di Conference, giovedì l'Atalanta giocherà contro il Pafos. Che partita si aspetta e quali prospettive vede per il cammino europeo dei nerazzurri?
«Credo di non potermi aspettare molto di più rispetto a quello che ho visto finora. La Conference League è bellissima perché mi fa scoprire nomi di squadre che non avevo mai sentito prima in vita mia. Quindi imparo anche un po' di geografia! Quantomeno la Conference serve a migliorare le proprie conoscenze geografiche. Sinceramente non mi aspetto molto di più. Credo che, se faremo passi avanti, saranno piccoli passi, non enormi miglioramenti da un momento all'altro. Spero almeno che riusciremo a giocare come nella prima mezz'ora contro il Venezia, quando ho visto sicuramente un po' più di dinamicità».
E domenica contro il Milan?
«Con il Milan vale un po' lo stesso discorso, anche se sicuramente è una squadra che conosciamo meglio e, di conseguenza, possiamo organizzarci un po' di più. Penso che Sarri preparerà la partita, ma il mio timore è che la prepari un po' troppo alla Sarri, senza sbilanciarsi, com'è successo contro il Venezia. Non sono molto ottimista, non so se si capisce. Ed è una cosa che non mi capitava da un po'. Che fatica!».
Tra una battuta e un ricordo, emerge così il ritratto di un Omar Fantini profondamente legato alla sua Bergamo e all'Atalanta. Un tifoso capace di scherzare persino sulle delusioni più cocenti, come quella Coppa Italia sfumata contro la Juventus alla vigilia del trionfo europeo, ma che davanti alle difficoltà attuali della squadra non nasconde amarezza e preoccupazione. Il suo giudizio su Sarri è netto e le aspettative per questa stagione decisamente ridimensionate. Eppure, dietro il pessimismo, resta la speranza di essere smentito. Perché, in fondo, proprio quel "Mola mia" che Fantini considera l'espressione più autentica dello spirito bergamasco racconta anche il rapporto con la Dea: si può discutere, arrabbiarsi, perdere la pazienza e persino un po' di fiducia, ma mollare, quando si tratta di Atalanta, non è contemplato.
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