Legrottaglie: "Il calcio mi ha insegnato che da soli non si va lontano"
Nicola Legrottaglie, ex vice allenatore del Cagliari, è intervenuto come ospite a Radio TV Serie A. Di seguito le sue parole:
Il primo ricordo
“Il primo ricordo legato al calcio è la piazzetta che avevo di fronte casa mia, quella dove andavo dopo scuola e vedevo giocare i ragazzi più grandi di me. Allora si giocava ancora nelle piazze perché di campi non ce ne erano tantissimi e non erano facili da raggiungere. Ero già appassionato di calcio, seguivo mio padre che giocava a livello dilettantistico, e quindi mi buttavo nella mischia. All’inizio giocavo in porta, ero il più piccolino, poi quando hanno visto che ero anche bravino mi mandavano davanti per concludere l’azione. Mi ricordo la difficoltà nel giocare in certe ore del pomeriggio, c’erano infatti degli orari da rispettare: bisognava cominciare dopo le quattro altrimenti le vecchiette ti bucavano il pallone (ride n.d.r.). Ho iniziato lì la mia esperienza con il calcio e con la vita perché il calcio per me è vita: ci sono dei principi e dei valori nel calcio che difficilmente trovi da altre parti”.
Il cambio di ruolo
“All’inizio giocavo in attacco: ho sempre amato e sognato di fare gol, è la soddisfazione più grande nel calcio. Da piccolo ho iniziato a segnare tanto nei pulcini, poi un allenatore del mio paese - Mottola - ha cominciato a spostarmi più verso il centrocampo e ho iniziato a fare il play davanti alla difesa, ma sempre con la propensione al gol. Gioco in questo ruolo fino ai vent’anni quando poi inizia la mia carriera nei professionisti. Successivamente un allenatore, Enrico Catuzzi, che era molto bravo con i giovani e ha dato il via alla mia carriera, ha visto in anticipo la direzione che il calcio stava prendendo e mi ricordo che mi chiamò nello spogliatoio e mi disse che se volevo diventare un grande calciatore dovevo cambiare ruolo. All’inizio io non ero d’accordo e addirittura chiamai il mio procuratore chiedendogli di andare via. Succede poi che tutti i difensori si fanno male e sono costretto a giocare in difesa all’esordio in campionato. Quel giorno ho giocato per la prima volta dietro e sono stato il migliore in campo. Da quel momento divento un difensore”.
Il Chievo
“Il miracolo si manifesta quando ci sono delle situazioni particolari che non si possono studiare o replicare, creare un altro Chievo oggi non sarebbe possibile, non ci sono quelle specifiche condizioni. Quel Chievo lì aveva un’unicità: c’erano giocatori come me che volevano mettersi in mostra nel calcio che conta e un grande allenatore come Delneri che riusciva a motivarci attraverso una visione. Avevamo tutti uno scopo e una visione unica, si è creato un mix incredibile. Abbiamo fatto una cosa che non credo nessuno farà mai più: una squadra di un piccolo quartiere che lottava con le grandi. Io lì ho fatto il mio exploit, ero il giovane con talento che non si era ancora espresso al massimo delle sue potenzialità ma entrando in quella dinamica sono risucito a dare tutto”.
Mister Delneri
“Lo devo ringraziare perché ha cambiato il mio mindset: prima ero molto concentrato su me stesso, lui mi ha insegnato che nella vita bisogna sapersi anche mettere di lato e iniziare a mettere il gruppo al centro, perché una vittoria del gruppo è una vittoria di tutti, anche mia. All’inizio ho avuto difficoltà perché pretendevo di giocare e fare certe cose, lui aveva un metodo e una tipologia di gioco opposto al mio e mi diceva di adattarmi al gruppo, così sarei migliorato. Io, pur non essendo a mio agio, gli ho dato ascolto e sono riuscito a fare grandi prestazioni. Si vede che il mio destino era quello di essere messo in un contesto non indiviudale ma di gruppo e raggiungere grandi obiettivi. Questo è un valore che il calcio mi ha insegnato e che mi sono portato dietro da allora: nella vita non puoi mai pensare di andare lontano da solo. Era bellissimo vedere il coinvolgimento esterno nei nostri confronti: mi ricordo che dopo l’allenamento c’era il mondo! Telecamere che venivano a riprenderci dal Giappone, Stati Uniti, Norvegia... questo ci dava ancora più carica. Un' altra cosa bellissima era il Bentegodi: all’inizio era sempre vuoto quando giocavamo, riuscivamo a sentire le nostre voci, ma in tre anni era pieno con addirititura la nostra curva. È stato un vero e proprio miracolo”.
Le grandi soddisfazioni
“Il Milan al Bentegodi ha sempre sofferto il nostro modo di giocare. Se penso all’Inter invece mi ricordo che la settimana precedente al 5 maggio, giocano contro di noi e segniamo il 2-2 al 94’. Quei due punti persi hanno poi permesso alla Juve di vincere il campionato la settimana successiva. Tante squadre avevano difficoltà a giocare contro di noi. Se guardo il sistema di gioco di Delneri penso che adesso sarebbe uno degli allenatori più richiesti al mondo: con il var infatti avremmo interrotto le partite ogni secondo con tutti i fuorigioco che causavamo e che non ci sono stati fischiati, oggi ci sarebbero state tantissime interruzioni. Delneri è stato un coach che nonostante le difficoltà avute nelle grandi squadre, ha veramente cambiato il calcio in quel periodo: tanti giocatori che lo seguivano realmente hanno poi fatto strada”.
In bianconero
“L’impatto è stato forte, era una realtà completamente diversa come contesto. Sono arrivato in maniera un po’ presuntuosa, lo devo ammettere. Nella mia testa avevo una consapevolezza che forse non era ancora reale: venivo dalla Nazionale, tante squadre mi avevano cercato... quando ti vedi ogni mattina sui giornali, nelle trasmissioni, con le luci sempre puntate addosso, l’orgoglio dopo un po’ arriva per forza. Questa è una grande trappola del mondo del calcio soprattutto ad una certa età, mi sentivo già di essere arrivato una volta completato il trasferimento alla Juve. Sono anche partito bene ma non avevo messo in conto i problemi fisici: avevo una pubalgia che mi tartassava da anni e che mi ha impedito di allenarmi al massimo, in più si giocava tre volte a settimana e il mio fisico non era abituato a questi ritmi e infatti non ha retto. Ho cominciato a perdere la mia continuità nelle performance e poi mi sono reso conto di che cos’era la Juve a livello di pressione: se sbagliavo una palla al Chievo lo vedevano in centomila, alla Juve probabilmente cento milioni nel mondo; l’ errore a livello mediatico risaltava tanto. Ho dovuto subire quella trasformazione nel mio carattere: dovevo imparare l’umiltà e rendermi conto della differenza di contesto dove ero e quello da dove venivo. Avrei dovuto preventivare che, in una nuova realtà, dovevo darmi il tempo di entrarci nella modalità e nei tempi giusti, quindi il primo anno è andato male. Sono arrivato in una situazione mentale difficile, non nascondo che non è stato facile guardare i commenti e le trasmissioni che parlavano male di me. Mi ricordo che il primo anno ho pure vinto il Bidone d’Oro, il premio per la delusione dell’anno. La cosa bella è che prima di me c’erano stati Rivaldo e Vieri quindi l’ho presa un po’ sul ridere. Il primo anno in panchina c'è stato Lippi e poi Capello, successivamente sono andato in prestito al Bologna di Mazzone ma siamo retrocessi, la mia carriera è andata sempre peggio. Sono andato poi a Siena (2005) dove è cambiata un po’ la storia della mia vita”.
Un cambio di vita
“Ho cominciato a rendermi conto che la vita vera era un’altra, non quella fatta di cose belle e di successi che avevo vissuto fino a lì. Ho dovuto sbattere la testa contro il muro per capire che c’era qualcosa che non mi rendeva soddisfatto. Sono andato a cercare quel qualcosa che avrebbe colmato quel vuoto che sentivo dentro e che tentavo di riempire con il successo, i soldi, la fama... Ho fatto un percorso interiore, mio, personale dove ho scoperto la fede e un altro modo di vedere la vita. Una volta tornato alla Juve mi fischiavano tutti, ero considerato un bidone e nessuno avrebbe mai scommesso nuovamente su di me. Torno in bianconero per via di Calciopoli, la squadra era stata smantellata, ho giocato in Serie B e ho dato il via ad una nuova vita e una nuova carriera”.
In Nazionale
“Mi ha convocato per la prima volta il mitico Trap, lui è una persona unica. Mi ricordo che la sera prima delle partite veniva sempre nelle camere e stava con te 20 minuti chiacchierando dei temi più disparati. Per noi era come un padre. Ho fatto tante convocazioni in Nazionale, davanti avevo monumenti come Cannavaro, Nesta, Maldini, Materazzi quindi non era facile giocare. Ho fatto 16 presenze in maglia azzurra, la competizione più importante a cui ho partecipato è stata la Confederation Cup nel 2009. Ho invece saltato un Europeo per pubalgia e poi non sono stato convocato per il Mondiale in Sudafrica (2010) e in quel caso penso sia stato un po’ ingiusto. Ho grande rispetto per Lippi, è una persona fantastica, ma lì non ha fatto la scelta giusta lasciandomi a casa. Penso che meritassi di esserci, soprattutto dopo che ho fatto parte del giro della Nazionale per due anni: all’ultima convocazione sono stato scartato in favore di Bonucci che non era mai stato convocato prima. Alla fine poi l’ha pagata perché siamo usciti ai gironi, ma non perché non c’ero io. Credo però che nella vita si raccoglie ciò che si semina: se prendi scelte sbagliate poi rischi di pagarle. Quando fai l’allenatore devi stare molto attento a queste dinamiche non solo per una questione personale ma di gruppo. Alcuni coach fanno infatti fanno scelte sbagliate perché guardano a se stessi invece di guardare il bene del gruppo e poi le pagano”.
Il calcio di oggi
“È uno calcio più atletico e più veloce ma allo stesso tempo anche tecnico. La tecnica emerge quando i ritmi si abbassano. Adesso può sembrare che rispetto a prima ci sia meno tecnica ma non è così: essendo aumentata la velocità la tecnica dev’essere ancora più fine. Mi ricordo che ai miei tempi giocare in Champions League era assolutamente diverso rispetto al campionato. Oggi credo che ci siano troppi fischi e troppe interruzioni anche per il var: il calcio deve andare in una direzione più smart, più veloce, più semplice, secondo me ci vorrebbe qualche modifica per il bene del calcio stesso”.






