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Le partite del Cagliari e gli orari impossibili: la Sardegna e i lavoratori sardi meritano rispetto
Oggi alle 11:19Il punto
di Sergio Demuru
per Tuttocagliari.net

Le partite del Cagliari e gli orari impossibili: la Sardegna e i lavoratori sardi meritano rispetto

di Sergio Demuru

Le partite del lunedì e del venerdì sotto la lente d’ingrandimento. Soprattutto quelle che si giocano a pomeriggio inoltrato. Ultima in ordine di tempo Cagliari-Atalanta, lunedì 27 aprile, ore 18:30. Un orario che suona come una beffa per chi ha scelto di dare fiducia al Cagliari Calcio staccando un abbonamento a inizio stagione. La Lega Serie A e le televisioni hanno deciso: lo spettacolo deve andare in onda a quell'ora perché il "palinsesto" comanda, poco importa se le poltrone della “Unipol Domus” hanno seriamente rischiato di restare vuote o occupate solo da chi ha il privilegio di non avere orari, per una partita che per il Cagliari è valsa una stagione. Ma, parliamoci chiaro, non c’è traccia di chi possa difendere gli interessi di chi lavora.

Nessuno che focalizzi l’interesse del commerciante che a quell’ora ha la serranda alzata e non può certo mollar tutto per correre allo stadio. Oppure altresì l’impiegato o l'operaio che timbra il cartellino mentre le squadre scendono in campo. Pagare centinaia di euro per un abbonamento e poi trovarsi impossibilitati a usufruirne perché "il business" ha deciso che il lunedì pomeriggio è l'ora del calcio, è un insulto al portafoglio e alla passione.

E poi c’è il capitolo Sardegna vera, quella che non finisce ai confini di viale Diaz o del Poetto. Non si sa cosa dovrebbero fare i tifosi che arrivano dal centro o dal nord dell’Isola a seguire una squadra che ha un’identità ben definita in ogni angolo della regione. Per un abbonato di Sassari, Nuoro o Olbia, una partita alle 18:30 di lunedì significa una cosa sola: mezza giornata di ferie obbligatoria per il viaggio e un rientro a casa nel cuore della notte, con la sveglia che suona poche ore dopo per tornare al lavoro. È un sacrificio che va oltre l’amore per la maglia: è una mancanza di rispetto logistica verso chi tiene in piedi il sistema calcio. Il gioco moderno sta diventando un salotto televisivo asettico, dove il pubblico allo stadio è considerato solo un "rumore di fondo" o una macchia di colore utile alle riprese.

Si dimentica però che senza quel commerciante di Carbonia, senza quell’artigiano di Oristano o quel giovane di Porto Torres che fanno i salti mortali per esserci, il calcio perde la sua anima. Ed un monito per la Lega Calcio: un abbonamento non è solo un incasso garantito. È un patto d’onore. Fissare partite in orari proibitivi per chi produce e per chi viaggia significa tradire quel patto, se è vero, come è vero, che il calcio è della gente ed a giudicare da questi orari, sembra solo dei signori del telecomando. C’è un’aggravante nel decidere che il Cagliari debba giocare di lunedì o di venerdì alle 18:30, ed è una colpa che la Lega Serie A continua a ignorare: la geografia. Programmare una partita in questi orari nel "continente" è un disagio; farlo in Sardegna è un atto di puro cinismo burocratico.

Qualcuno spieghi ai signori del calendario che l’isola non è collegata da metropolitane veloci o treni ad alta velocità che uniscono le province in trenta minuti. Per un tifoso che parte da Sassari, da Olbia o dai centri della Barbagia, venire alla “Unipol Domus” alle 18:30 di un giorno lavorativo significa una cosa sola: rinunciare. Significa rinunciare perché le nostre strade, la nostra amata, ma martoriata 131, non permettono miracoli. Significa che un lavoratore di Nuoro dovrebbe uscire dall'ufficio alle 15:00, perdendo ore di stipendio, per sperare di sedersi in tribuna prima del fischio d’inizio. E al ritorno? Una traversata notturna con l'occhio stanco, per essere poi operativi all'alba del giorno dopo.

È inopportuno, è fuori dal mondo, è irrispettoso. Il venerdì e il lunedì a quell’ora sono la morte del diritto al tifo per chi non vive a Cagliari e dintorni. Il commerciante di un piccolo centro del centro Sardegna, che tiene in vita l'economia locale, deve scegliere tra la serranda e il cuore. E in un momento economico come questo, la scelta è obbligata, amara e ingiusta. La Sardegna paga già il prezzo dell'insularità in ogni settore, non bisognerebbe permettere che lo paghi anche allo stadio. Non siamo un "prodotto da studio televisivo" da piazzare dove avanza un buco di palinsesto. Siamo un popolo che per vedere la propria squadra attraversa una regione intera. Se il calcio vuole davvero essere "di chi lo ama", smetta di guardare solo l'orologio di Milano o Roma e inizi a guardare le cartine geografiche. La Sardegna merita rispetto. I lavoratori sardi meritano di poter vedere la partita per cui hanno pagato, senza dover scegliere tra il pane e la passione.