Marcello Sanfelice: "Cagliari, Allegri mi voleva al Milan, ma decisi di restare. Poi lo scontro con Cellino". E su Giulini...
Vittorio Arba
L'ex team manager del Cagliari, Marcello Sanfelice, è stato protagonista di una lunga intervista nel podcast "Sport Management Tips", condotto da Alessandro Preda e dall'ex rossoblù Andrea Pisanu. Un viaggio tra ricordi, aneddoti e retroscena legati alla sua esperienza nel mondo del calcio, con particolare attenzione agli anni trascorsi nella società sarda, prima sotto la presidenza di Massimo Cellino e successivamente con Tommaso Giulini. Sanfelice ha raccontato i motivi del suo primo addio al Cagliari, rivelando di aver ricevuto una proposta da Massimiliano Allegri per seguirlo al Milan, e si è soffermato sul mancato rinnovo del contratto dopo il ritorno in Sardegna. Spazio anche ai rapporti con gli allenatori, ai retroscena dello spogliatoio e al suo attuale distacco dal calcio professionistico. Di seguito le sue dichiarazioni, sintetizzate da TuttoCagliari.net.
Sanfelice: "Allegri mi chiese di andare con lui al Milan, ma per me il Cagliari era il massimo"
Uno dei passaggi più significativi dell'intervista riguarda il primo addio di Sanfelice al Cagliari, avvenuto dopo cinque anni di lavoro nella società rossoblù. L'ex dirigente ha rivelato che la separazione fu determinata da un'incomprensione con Massimo Cellino, nonostante la possibilità di seguire Allegri al Milan: "Io arrivai a Bologna dopo cinque anni di Cagliari Calcio. Mi ritrovai catapultato lì per un litigio con il presidente Massimo Cellino, che non mantenne una promessa che mi aveva fatto".
Sanfelice ha quindi raccontato di essere rimasto inizialmente in Sardegna anche dopo la partenza del tecnico livornese: "Ero già in ritiro con Bisoli allenatore, nonostante Allegri, che andò al Milan e poi vinse lo scudetto, mi avesse chiesto di andare con lui al Milan. Per me stare al Cagliari era il massimo".
La situazione cambiò quando arrivò la proposta del Bologna: "A un certo punto, per tutta una serie di incastri, mi chiamò il Bologna. Non trovai l'intesa con il presidente Cellino e quindi raggiunsi il Bologna a Sestola, in ritiro, con Colomba allenatore".
"Cellino odiava i ruoli. A Cagliari facevi tutto: è stata un'università del pallone"
Nel ricostruire il proprio percorso professionale, Sanfelice ha ricordato anche come ebbe inizio la sua esperienza nel Cagliari, dopo aver lavorato nell'emittente televisiva sarda Videolina: "Lavoravo in una TV qua che si chiamava Videolina, che tutti conoscono, la televisione sarda. Mi chiamò l'allora vicepresidente del Cagliari Marcello Vasapollo, che mi conosceva, e mi disse: 'Stiamo ringiovanendo la società, vieni a lavorare per il Cagliari'".
Un'opportunità accolta con entusiasmo, nonostante l'inesperienza iniziale.
"Io, malato di pallone, cresciuto col pallone tra i piedi e sotto il braccio, mi sono trovato catapultato in un mondo meraviglioso, senza avere ovviamente nessun tipo di esperienza. Con i Suazo, con i Conti, con i Lopez, con il compianto Andrea Capone, con Giampaolo allenatore del Cagliari. È iniziata così, con inesperienza e anche un pizzico di sfacciataggine".
La formazione professionale più importante, tuttavia, arrivò proprio durante gli anni della presidenza Cellino: "La scuola vera io la feci ovviamente a Cagliari con il presidente Cellino, perché odiava i ruoli. Quindi a Cagliari non c'era il team manager, non c'era l'addetto stampa, non c'era il direttore sportivo e il segretario. Facevi tutto, facevi tutto e imparavi a far tutto".
Sanfelice ha definito quell'esperienza una vera e propria scuola di sopravvivenza: "Lì impari l'arte di sopravvivere, di nuotare in mezzo al mare aperto con le intemperie. L'organizzazione della trasferta era abbastanza complessa, con le schermaglie del presidente Cellino, con i colori della tappezzeria del pullman, con i colori delle tende".
Tra i ricordi più curiosi, anche alcune particolari richieste organizzative: "C'erano le richieste dei numeri di stanza degli alberghi, il controllo delle matrici dei biglietti dove il numero 17 era bandito. Ci sono tantissimi aneddoti da raccontare che oggi sono divertenti. Quando li vivi, magari, è un po' più complesso".
L'ex team manager ha ricordato come queste abitudini lo accompagnarono anche durante i primi tempi a Bologna: "Chi lavorava con me nella segreteria del Bologna mi sentiva parlare con gli alberghi o mi vedeva chiedere di mandare le foto dei pullman. Mi guardavano e dicevano: 'Ma tu non stai bene'. Chiedevo le foto delle tappezzerie del pullman perché non ci doveva essere il viola nelle tende".
Nonostante le difficoltà, il giudizio sulla formazione ricevuta da Cellino rimane positivo: "Quando mi sono liberato un po' di questi freni, di queste catene, devo dire che mi sono alleggerito anch'io. Però quella con Cellino, docente universitario di pallone, è stata decisamente una scuola incredibile".
"Cellino non prese bene il mio addio, ma gli devo tantissimo"
Tornando sul rapporto con l'ex presidente del Cagliari, Sanfelice ha spiegato come la separazione non fosse stata particolarmente serena, pur riconoscendo il ruolo fondamentale avuto da Cellino nella propria carriera: "Non ci siamo lasciati benissimo, perché non visse benissimo la mia scelta di andar via. Anzi, conservo ancora un suo ultimo messaggio, non di carezze, baci e ringraziamenti".
L'ex dirigente ha tuttavia ribadito la propria riconoscenza: "So che comunque mi ha voluto bene e gli devo veramente tantissimo, perché se ho vissuto un sogno, se ho avuto la possibilità di vivere un sogno e se ho imparato tantissimo è grazie a lui".
Tra gli episodi ricordati anche una trasferta del Cagliari a Torino contro la Juventus, durante la quale Sanfelice si ritrovò a gestire numerosi aspetti organizzativi insieme al medico sociale Marco Scorcu: "Mi ritrovai a Torino da solo, io e il dottor Scorcu, perché all'allora direttore sportivo Marroccu stava nascendo un figlio e quindi non venne. In due dovevamo fare di tutto".
Sanfelice ha raccontato anche un curioso scambio con la dirigenza bianconera: "Mi ricordo che c'erano Blanc e Bettega, dirigenti della Juventus, che mi chiesero: 'Ma scusa, i vostri dirigenti dove sono? Il presidente?'. Io raccontai che erano con un volo privato e stavano arrivando a Torino, ma sapevo perfettamente che il presidente non sarebbe mai venuto".
Il ritorno con Giulini: "Forse non rifarei quella scelta. Poi non mi rinnovò il contratto"
Particolarmente interessante anche il racconto del ritorno al Cagliari, avvenuto dopo quattro anni trascorsi al Bologna, durante il primo anno della presidenza Giulini. Sanfelice ha spiegato come, paradossalmente, il lavoro lontano dalla Sardegna gli avesse consentito di vivere la propria professione con maggiore serenità: "Da cagliaritano, di Cagliari, che viveva la città e che si era ritrovato come un bambino a realizzare un sogno, perché ero malato di calcio e tifoso del Cagliari, non mi sono perso mezza partita. Trovarmi seduto in panchina in Serie A, però, non me lo sono goduto. L'ho quasi vissuto male, non mi sono vissuto quegli anni bene".
Un'esperienza diversa rispetto a quella bolognese: "Questa realizzazione forse l'ho vissuta di più a Bologna, in una città che non mi conosceva, dove forse devi essere un professionista e vieni apprezzato di più. Quei quattro anni a Bologna me li sono proprio goduti: ho vissuto la città, il tifo, la piazza, il lavoro".
Da qui la riflessione sulla decisione di tornare in Sardegna: "È stato quasi scioccante per me lasciare Bologna e tornare a Cagliari il primo anno di Giulini, quasi come tornare finalmente a casa mia. Forse quella scelta non è stata propriamente corretta, però per dei percorsi di vita personali mi sono ritrovato a doverla prendere. Non sono pentito, perché vuol dire che doveva andare così, però forse col senno di poi non la rifarei".
Il secondo addio al Cagliari arrivò quando la società decise di non proseguire il rapporto professionale: "Dopo cinque anni di Cagliari, quattro anni di Bologna e l'anno di Cagliari, Giulini non mi rinnovò il contratto. Io dissi: 'Perfetto, mi prendo il classico anno sabbatico'".
Una scelta che ebbe conseguenze importanti sul piano personale e professionale: "Quando sei abituato a quei ritmi, a quella settimana, a quell'energia, a quella pressione, a quelle centinaia di telefonate quotidiane che ricevevi per il biglietto, per la maglietta, per l'autografo, per il favore, per qualsiasi cosa, il telefono smette di squillare. È stato scioccante".
"Nainggolan mi chiamò per andare alla Roma. Dissi di no per restare al Cagliari"
Sanfelice ha inoltre rivelato di aver avuto altre opportunità professionali durante il suo percorso in rossoblù, tra cui una proposta legata alla Roma: "Le proposte che arrivavano prima erano quelle del Milan o della Roma, con Nainggolan che mi chiamò per andare a Roma. Io dissi: 'No, guarda, no grazie, rimango a Cagliari'. Invece poi Giulini non mi rinnovò il contratto".
Dopo l'interruzione del rapporto con il club sardo, le possibilità professionali cambiarono sensibilmente: "Le offerte arrivavano dal Venezia in Serie B o C, dalla Ternana, dal Trapani, da una squadra svizzera. Le persone che magari non ti rispondevano più al telefono o facevano finta. Non è stato semplice riorganizzare una vita".
Il periodo successivo all'uscita dal calcio professionistico fu quindi particolarmente complicato: "Ho passato due anni di fortissimo shock. Quando sei abituato a quella modalità, a quella pressione, alle trasferte, al risultato sportivo, allo spogliatoio, all'adrenalina dei novanta minuti, e tutto questo si ferma, non è facile".
Sanfelice su Allegri: "Il più grande maestro nella gestione dello spogliatoio"
Nel corso dell'intervista, Sanfelice ha ripercorso anche il rapporto con i numerosi allenatori incontrati durante la propria carriera, tra cui Marco Giampaolo, Massimiliano Allegri, Zdenek Zeman, Stefano Pioli e Alberto Malesani. Particolarmente significativo il giudizio sull'attuale tecnico del Milan, con il quale ha mantenuto un rapporto di amicizia anche al di fuori del calcio: "Con Allegri si è costruito e instaurato un rapporto di solida, vera, pura, leale amicizia fuori dal calcio. Ci sentiamo spessissimo, ma si parla veramente poco di calcio e tanto di vita extra, di normalità".
Sanfelice ha poi indicato proprio Allegri come un punto di riferimento nella gestione del gruppo: "Se avessi un'ipotetica boule, metterei dentro un po' di Giampaolo, il modo di attaccare di Zeman, la difesa con l'elastico di Giampaolo, la follia di Malesani, la professionalità di Pioli, ma tutto questo raggruppato nella modalità di gestire il gruppo di Allegri". Secondo l'ex dirigente, il principale punto di forza dell'allenatore livornese consiste nella capacità di adattarsi alle caratteristiche dei propri calciatori: "Allegri non era sicuramente un inventore, un professore di calcio. Ma vedere la gestione del gruppo, vedere come lui si adattava ai giocatori che aveva, è stato un grandissimo insegnamento".
Il giudizio su Giampaolo e il retroscena Suazo-Pepe
Diverso, invece, il giudizio su Marco Giampaolo, particolarmente apprezzato per la preparazione tattica, ma considerato meno efficace nella gestione dei rapporti umani: "Giampaolo era incredibile, un maestro in campo nel vederlo preparare l'allenamento, nel vederlo preparare la partita. Ma con grande fatica nel rapporto umano. Il giocatore era quasi una macchina. Adesso esagero, però sto parlando di vent'anni fa".
Sanfelice ha quindi ricordato come questa caratteristica potesse rappresentare un limite per il tecnico: "Su Giampaolo allenatore avrei scommesso qualsiasi cosa, ma una delle sue pecche è stata proprio quella di non riuscire a curare i rapporti umani al meglio".
A testimonianza della sua particolare mentalità, l'ex team manager ha raccontato un episodio risalente agli anni del Cagliari: "Mi ricordo l'anno di Giampaolo. Suazo si era fatto male e quindi tutta la settimana c'era la disperazione totale. Il mago dei muscoli Emanuele Randelli si dedicava alle cosce di Davide. Tutti disperati".
La reazione dell'allenatore fu però sorprendentemente tranquilla: "Giampaolo, in maniera serafica, disse: 'Che problema c'è? Gioca Simone Pepe'. Simone Pepe che all'epoca arrivava dalla Roma, partite in Serie A zero, esperienza zero, grandissimo carattere e grandissima simpatia. Ma in quel momento Simone Pepe non era Suazo, che faceva 19, 20, 21 gol in Serie A".
Un episodio che, secondo Sanfelice, riassumeva perfettamente la personalità del tecnico: "Tutti dissero: 'Questo è matto, non gioca Suazo e gioca Simone Pepe'. Però questo ricordo è un po' la fotografia di quello che era ed è Giampaolo".
Diego Lopez e Daniele Conti: "Due leader silenziosi, bastava uno sguardo"
Sanfelice ha parlato anche delle figure più importanti incontrate all'interno degli spogliatoi, soffermandosi sul ruolo dei leader.
Tra i calciatori del Cagliari, un posto particolare è occupato da Diego Lopez: "Nel mio percorso ho avuto leader silenziosi. Faccio un nome su tutti: Diego Lopez. Un leader silenzioso, ma bastava uno sguardo, bastava una sua parola che il gruppo veniva resettato, lo spogliatoio".
Un modello differente rispetto a quello rappresentato da Alessandro Diamanti, conosciuto durante l'esperienza bolognese: "Non era sicuramente un leader alla Diamanti, rumoroso, chiassoso, sempre in prima fila, ma che poi ti faceva vincere le partite con una punizione, un calcio d'angolo, una giocata".
Un altro esempio positivo è quello di Daniele Conti: "Lo stesso Daniele Conti non è sicuramente una persona molto loquace nello spogliatoio, ma in campo lo sentivi eccome, quindi la squadra gli andava dietro".
Il ricordo di Zeman: "A Sappada ho visto giocatori vomitare e piangere"
Tra gli allenatori ricordati durante l'intervista anche Zdenek Zeman, con il quale Sanfelice ha condiviso un periodo al Cagliari. L'ex team manager ha raccontato le difficoltà iniziali nei rapporti con il tecnico boemo: "All'inizio il rapporto con Zeman era lunare, perché non parlava, dovevi interpretare i suoi suoni gutturali. Poi il rapporto è diventato una meraviglia: ci guardavamo, bastava un'intesa".
Particolarmente intenso il ricordo della preparazione atletica durante il ritiro di Sappada: "A Sappada, durante i mille metri di Zeman, ho visto giocatori vomitare, qualcuno piangere, qualcuno accasciarsi. E non sono leggende, non sono leggende".
Un metodo di lavoro estremamente impegnativo che, secondo Sanfelice, produceva comunque effetti evidenti sul piano atletico: "Devo dire che poi la squadra dal settantesimo in poi volava. Magari curava poco la difesa, questo sì".
"Oggi non guardo più mezza partita del Cagliari. È stato quasi un rifiuto"
Nella parte finale dell'intervista, Sanfelice ha fatto una rivelazione particolarmente significativa sul proprio rapporto attuale con il calcio e con il Cagliari: "Sembrerà strano, oggi non guardo più niente. Non guardo più mezza partita del Cagliari".
Una distanza che sorprende considerando la passione vissuta durante gli anni trascorsi all'interno del club: "Ho un carissimo amico che è ancora nel Cagliari, Matteo Stagno, che fa il segretario da tantissimo tempo e ha un profilo enorme come esperienza. Ci sentiamo, ma non parliamo di calcio".
Lo stesso vale per altri professionisti conosciuti nel corso della carriera: "Oggi l'allenatore in seconda del Cagliari è Giacomo Murelli, che è stato per vent'anni il secondo di Pioli. Almeno due volte al mese andiamo a mangiare la pizza, ma magari mi chiede: 'Hai visto la partita?'. Non ho visto nulla, non vedo nulla".
Sanfelice ha quindi provato a spiegare le ragioni di questo distacco: "È strano, perché guardavo tutto, ma è stato quasi come un rifiuto. Poi al CUS mi capita magari di andare a vedere gli allenamenti dei bambini, dei ragazzini, e ho sempre quello spirito, quella sete, quella fame, quella voglia. Però è strano".
La nuova vita al CUS Cagliari: "Oggi siamo una realtà meravigliosa"
Dopo la conclusione dell'esperienza nel calcio professionistico, Sanfelice ha trovato una nuova dimensione nel CUS Cagliari, dove ricopre un ruolo dirigenziale: "Devo ringraziare la società del CUS Cagliari e il presidente Marco Meloni, che mi ha affidato la cloche di questa società. Oggi sono entusiasta, perché siamo una realtà meravigliosa che è cresciuta in maniera esponenziale".
L'ex dirigente ha sottolineato anche le dimensioni raggiunte dalla struttura sportiva: "Oggi siamo 6.502 persone iscritte, un numero certificato, con certificato medico, alle varie discipline. Undici discipline, una squadra di volley in Serie A, una squadra di basket in Serie A, una squadra di hockey in Serie A".
Infine, Sanfelice ha ammesso come il passaggio dal calcio professionistico al nuovo ambiente gli abbia richiesto un importante cambiamento di mentalità: "Quando sono arrivato, abituato a standard un attimo più elevati, ho fatto fatica, quasi con un pizzico di presunzione. Poi ho capito che il problema ero io, non loro. Lì ho fatto click".
Un percorso che gli ha permesso di ritrovare entusiasmo e motivazioni, dopo aver attraversato un periodo particolarmente difficile in seguito all'addio al Cagliari: "I ragazzi oggi sono la mia linfa vitale. Non potrei mai farne a meno".


