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Steffè sul rinnovo di contratto: “Resto ottimista ma non decido solo io”
venerdì 16 aprile 2021 14:25Spogliatoi
di Giacomo Giunchi
per Tuttocesena.it

Steffè sul rinnovo di contratto: “Resto ottimista ma non decido solo io”

Il centrocampista giuliano racconta la sua biografia in un’estenuante intervista che va a sondare i temi più disparati.

A distanza di oltre un mese d’assenza tornano finalmente le nostre interviste all’interno dello spogliatoio del Cesena. Dopo aver puntellato per bene la difesa - con Favale, Ciofi e Longo - e aver fatto un salto in attacco - sul bomber Mattia Bortolussi - oggi ci fermiamo in una via di mezzo; nel mezzo del campo. Infatti, a parlare e a raccontare di sé abbiamo il centrocampista del Cavalluccio classe ’96, Demetrio Steffè. Sebbene sia ancora un ragazzo giovane, ha dietro di sé una lunga carriera da raccontare. Si parlerà di terremoti, di mondiali, di promozioni mancate in Serie B, dell’espulsione contro il Ravenna e anche del rinnovo di contratto, in scadenza a giugno… Sedetevi comodi, perché sarà una lunga intervista.

Steffè, nella sua prima esperienza in una squadra primavera, al Chievo nel 2013, nel finale di stagione disputò ben 320 minuti di gara in appena sei giorni. Lei quindi era già abituato a questi ritmi che state avendo ultimamente?
“Sì, diciamo che lì è una cosa diversa, perché ti giochi tanto in pochissimi giorni. Anche noi quest’anno ci giocheremo tanto di importante, ma purtroppo il Covid ha lasciato degli strascichi pesanti, da lì in poi è stato tutto in salita”.

Secondo lei, in percentuale, il Covid quanto ha condizionato la vostra stagione?
“Intanto, facendo i debiti scongiuri, speriamo di esserne usciti definitivamente. Ora avendo settimane regolari, nelle quali possiamo svolgere doppi allenamenti, cerchiamo di tornare ad essere quelli che eravamo prima. Anche se in realtà siamo sempre stati gli, solo che ultimamente mancava sempre qualcosa, come la forza nelle gambe, la lucidità mentale. In certe situazioni poi siamo stati anche molto sfortunati, ma il mister ci dice sempre che la fortuna e la sfortuna sono cose che in un certo senso alleni.
In percentuale non saprei dire quanto, di sicuro nel periodo che ci siamo appena lasciati alle spalle direi percentuali molto alte. Se guardo invece più sulla lunga distanza, un po’ ci ha condizionato ma ormai è alle spalle, quindi si può solo che far meglio”
.

Dopo questa prima esperienza in prestito al Chievo, fece ritorno all’Inter, disputando la prima stagione nella primavera di un grande club. Che emozione fu per lei e quanto fui felice quell’anno di vincere anche la Coppa Viareggio?
“Innanzi tutto, io sono andato via di casa a 14 anni e nel 2014 avevo già fatto tre anni nell’ambiente Inter, quindi lo conoscevo benissimo. Quando sono tornato, inizialmente mi avevano aggregato alla prima squadra di Mazzarri fino ad ottobre; per assurdo in quel primo periodo in primavera non giocavo neanche titolare. Mister Vecchi (attuale allenatore del Südtirol, ndr) mi diceva che se io arrivavo da loro solo nel fine settimana, non potevo essere alla pari del gruppo. Ad un certo punto anche la prima squadra dell’Inter ha iniziato ad arrancare, perciò i giovani sono tornati quasi tutti in primavera. Vincere la Coppa Viareggio è stata una grande emozione perché l’abbiamo dominata, con 7 successi su 7 partite. Purtroppo negli ultimi tempi ha perso un po’ il valore che aveva fino a qualche anno fa, però a livello di primavera è comunque il trofeo più importante da conquistare”.

Tra l’altro, la stagione 2014/15 era una delle peggiori dell’Inter degli ultimi anni…
“Curiosamente io sono arrivato a Milano nell’agosto 2010, quando loro avevano appena vinto il triplete ed erano nell’apice più alto della storia interista. Purtroppo, tra una cosa e l’altra, io ho cominciato a giocare in un frangente più grigio. Però rimane un ricordo piacevole”.

Andando avanti nella sua carriera, l’anno dopo ha compiuto l’esordio tra i professionisti, tra le fila del Savona. Cos’ha significato per lei segnare in quell’esordio?
“Dirò la verità: quella per me fu un’estate difficile. Appena uscito dalla primavera dell’Inter di cui ero il capitano, il mio procuratore di allora mi disse che mi avrebbero preso in Serie B. Quindi lui, per tutta l’estate ha declinato le offerte che arrivavano anche da piazze molto più importanti in Serie C, con tutto il rispetto per il Savona. Nel mentre, mi sono fatto tutta la stagione estiva a casa mia ad allenarmi da solo, poi mi sono ritrovato all’ultimo giorno di mercato senza squadra e così ho accettato Savona, perché altrimenti avrei dovuto farmi un altro anno di primavera. Il mio rapporto con questo procuratore dopo quell’estate si è concluso definitivamente. Tornando al Savona, lì ero partito alla grande, segnai pure all’esordio; speravo diventasse una magnifica annata, invece fu tutt’altro…”

Quella stagione giocò molto nel ruolo di esterno destro, giusto?
“Sì, in realtà fino a gennaio giocavo in qualsiasi ruolo che era libero, poi da gennaio in avanti ci furono vari problemi societari e fino a giugno giocai molto meno”.

Negli anni successivi, a Teramo, Siena e Trapani, queste difficoltà persistettero, dato che si susseguirono molte panchine e ingressi a fine partita. Ritiene questo, il periodo più complicato della sua carriera? Come ha fatto a rialzarsi in quei momenti difficili?
“Io sono uno che di carattere non molla mai, però in quegli anni mi ritrovai in squadre modeste a fare panchina, era tutto molto triste e demoralizzante. Da Teramo addirittura sono dovuto scappare via perché ci fu il terremoto. Ho dovuto anche cambiare casa perché quella in cui abitavo si era piegata tutta. A gennaio ho scelto di andarmene perché vivevo male, sono aspetti che si riflettono sul campo, dato che magari la notte non dormi dalla paura, ad esempio.
A Siena sono arrivato in un momento di difficoltà della squadra. All’inizio feci molto bene, eravamo a ridosso della zona playoff. Anche lì però la società iniziò a fare altre scelte ed andò male.
L’anno dopo a Trapani andai in una società appena retrocessa dalla Serie B che voleva subito vincere il campionato. In principio feci un po’ fatica. Riuscii a riprendermi, però un piccolo stiramento mi bloccò nuovamente. A fine stagione arrivammo ai playoff, ma fummo eliminati dal Cosenza, una squadra che letteralmente volava”
.

Passando alle cose positive, nella stagione 2018/19 tornò a casa sua, alla Triestina. Per lei quella stagione da protagonista fu una sorta di rinascita?
“Quella fu, fino a quel punto della mia carriera, l’annata per me più importante nel calcio dei grandi, sia a livello di squadra che a livello personale. Ero tra i più giovani, avevo gente più esperta davanti a me nonostante il mister avesse insistito molto per avermi. Però ad un certo punto cominciai a giocarle tutte e fu così sino al termine della stagione”.

In quell’annata perdeste la finale dei playoff per la Serie B ai supplementari. Quanto fu l’amarezza che provò? Pensa che con un’eventuale promozione in B la sua carriera sarebbe cambiata radicalmente?
“L’amarezza persiste ancora oggi, perché poi, a parte tutto, quell’anno lì cambiarono la regola dei gol in trasferta poco prima dell’inizio dei playoff. A Pisa facemmo 2-2, e in casa 1-1. Fino all’anno prima questo ci sarebbe bastato per andare in B. Però vabbè, ormai è andata… Penso che quando un giocatore vince un campionato, soprattutto nella squadra della propria città, la carriera cambia perché si va a lottare per nuovi obiettivi più importanti. È impossibile sapere se anche in caso di promozione oggi sarei qui a Cesena, nel calcio non si sa mai. Per fortuna c’è ancora tempo per salire in B, ancora se con il passare degli anni è sempre meno”.

Il secondo anno a Trieste lo visse un po’ meno da protagonista. L’interruzione del campionato a causa del Covid fu la mazzata finale per la sua avventura nella propria città natale?
“Diciamo che quell’anno le cose cambiarono molto in peggio, perché essendo arrivati in finale l’anno prima, la società volle subito puntare al primo posto. Purtroppo, dopo le prime giornate di campionato si è deciso di cambiare tutto lo staff tecnico. Così la stagione iniziò a complicarsi ancora più di quanto non fosse già in salita. Il Covid è stato una brutta botta, ma per assurdo, quando siamo rientrati, abbiamo fatto lo stesso i playoff e io ho giocato tutte e due le gare. Pensavo di poter restare, ma con mister Gauteri non c’era grande feeling”.

Però la scorsa estate è arrivata la chiamata del Cesena. È stata per lei una ventata d’aria fresca?
“Svelo un retroscena, già nel gennaio precedente c’era già stato qualche contatto. Durante il mercato estivo me la passavo malissimo: ero passato dall’essere un punto fondamentale della squadra all’essere messo fuori rosa. Poi ero a casa mia lì a Trieste, tutti i tifosi che ancora oggi sento e che mi scrivono, ai tempi dei fatti non si capacitavano di questa situazione. Non vedevo l’ora che la situazione si chiarisse. Se le cose non funzionano non si può marcire lì solo perché si è di Trieste. Perciò ho detto immediatamente al mio procuratore: «Andiamo, d’altronde meglio di Cesena in Serie C dove posso andare?». E abbiamo concluso subito”.

Al Cesena in breve tempo è diventato un titolare inamovibile, ma alle prime uscite ovviamente partiva dalla panchina. Cosa le diceva Viali in quel periodo?
“Ancora una volta devo dire grazie al gruppo, perché mi hanno accolto come un fratello. Ciò mi ha aiutato molto, anche perché io venivo da fuori e non ero neanche stato in ritiro. Posso solo ringraziare anche mister Viali e il direttore Zebi, perché da parte loro ho sempre avvertito tanta fiducia nei miei confronti. Appena arrivato, ero consapevole di non essere nella condizione ottimale per rendere al meglio. Le prime partite sono servite per mettermi in condizione e il mister ha fatto le giuste scelte, aspettando a farmi partire da titolare”.

Lei in carriera non era mai stato espulso, almeno fino al match della scorsa settimana contro il Ravenna. Cosa si è ripetuto nella testa dopo il cartellino rosso?
“L’azione l’avrò riguardata duecento volte, e ancora oggi non mi capacito di come possa essere successo, dato che eravamo in sette uomini contro uno. Ferretti ha fatto quello scatto di venti metri dritto su di me che mi ha colto alla sprovvista. Purtroppo l’ho pagata cara questa disattenzione. Però se lui avesse segnato subito il 2-0, magari la partita sarebbe finita diversamente. Ho fatto questa figuraccia, ma spero di cancellarla il prima possibile. Avrei preferito spendere la prima espulsione della mia carriera in maniera più utile e non in questo modo, però mi è servita da lezione”.

Facciamo un passo indietro, a Cesena-Sambenedettese 2-1: il suo gol al secondo minuto da parte sua e il raddoppio di Zecca in pieno recupero. Che ricordi ha di quella folle partita?
“In Serie C prima sblocchi una partita e meglio è, perché trovi più spazi; segnare al pronti-via mi ha regalato una sensazione molto bella. Per di più si trattava del secondo gol in due partite consecutive, era la prima volta in carriera”.

Ora siete a un punto dalla sua ex Triestina e a tre dalla FeralpiSalò. Voi ritenete il quinto posto un obiettivo concreto e raggiungibile?
“Purtroppo, durante il girone di ritorno abbiamo perso tanti punti, però le cose concrete che abbiamo davanti ora sono tre partite. Non dobbiamo fare calcoli e dovremo guardare solo noi stessi. Questo gruppo merita davvero tanto. Vogliamo finire questa stagione con qualcosa di straordinario, perché se non fai quel qualcosina in più, purtroppo non resta tanto”.

Possiamo definirla un esperto dei playoff, dato che li ha disputati per tutte e tre le stagioni precedenti. Qual è la chiave per arrivare più lontano possibile?
“Dire che è importante arrivare bene fisicamente sarebbe scontato. Per prima cosa, queste partite post Covid possono esserci state d’aiuto per abituarci a scendere in campo ogni tre giorni. In secondo luogo, questa è una squadra con una grande anima. L’unico peccato è l’assenza dei nostri tifosi, a cui avrebbe fatto molto piacere poter assistere ai playoff dopo la rinascita di questa società”.

Lei, Steffè, da giocatore del Cesena non ha mai visto la Curva Mare piena…
“No, da giocatore del Cesena no. Solo una volta sono stato a contatto con i tifosi, il primo giorno, durante il mio arrivo a Villa Silvia, e già lì avevo sentito qualcosa di speciale. Ma la curva è il famoso dodicesimo uomo in campo”.

Lei ha anche giocato nelle nazionali italiane giovanili. Che ricordi ha dell’Europeo Under 17 del 2013, perso in finale ai rigori contro la Russia?
“Sono quei ricordi che ti porterai sempre dietro, perché anche se è la nazionale giovanile, nel mio piccolo posso dire di aver disputato un europeo e un mondiale, magari non mi ricapiterà mai più. La sconfitta in finale dell’Europeo fu pesante, anche perché addirittura vincemmo la semifinale contro la Slovacchia per 2-0 in casa loro, con ventimila spettatori che li supportavano. Poi la finale fu una brutta botta, perché fu una partita povera di occasioni, quindi finì 0-0, e subito dopo i novanta minuti si andò ai calci di rigore. La cosa più assurda è che eravamo sotto di due rigori, però ad un certo punto Scuffet parò due penalty consecutivi,  dentro di me pensavo che fosse fatta. Invece siamo andati ad oltranza e loro hanno segnato mentre noi no. Il mondiale invece fu diverso, perché lo disputammo tra Dubai e Abu Dhabi con 40 gradi tra ottobre e novembre. Disputammo un buon girone, passando il turno, ma poi agli ottavi incontrammo il Messico, che poi arrivò in finale, e uscimmo”.

Il suo contratto è in scadenza a giugno, è ottimista sul rinnovo?
“Qui a Cesena sto benissimo. È una società sana, organizzata, con le idee ben chiare e con alle spalle un progetto che viene portato avanti. Penso che in un momento come questo, lavorare per una società del genere sia molto importante per tutti. Mi piacerebbe come tutti raggiungere un qualcosa in più, la società merita, però non è detto che basti poco tempo. Se le cose vengono fatte in questo modo prima o poi succede. Io sono ottimista di mio, ovviamente non sono solo io a decidere del mio futuro…”

I primi anni alle giovanili dell’Inter la chiamavano ‘il nuovo Javier Zanetti’. Cosa ne pensa del campione argentino e in cosa si rivede in lui?
“Avere questo paragone con lui fu davvero pesante, perché stiamo parlando di una leggenda. Non mi sono mai allenato con lui ma ai tempi dell’Inter lo vidi da vicino ed era veramente impressionante. A misure di fisico mi rivedo abbastanza. Lui poi era uno sempre presente, anche quando tutti erano stanchi lui c’era sempre per correre e per recuperare palloni. La sua voglia di allenarsi sempre al massimo è esemplare”.

Sempre da ragazzino, ammise che tifava per la Juventus. Ora invece? Juve o Inter?
“Diciamo che io sono cresciuto juventino e lo resterò per sempre. Dai 14 ai 20 anni ho militato all’Inter, ma io al di là del tifo scendo sempre in campo dando il massimo per la maglia che ho addosso. Mi è capitato di segnare con la maglia nerazzurra in finale contro la Juve, come mi è capitato di segnare con la maglia del Chievo contro l’Inter e ogni volta ho esultato come se nulla fosse. La fede sul campo di gioco passa in secondo piano”.

Quale caratteristica pensa la contraddistingua dagli altri?
“Io di queste cose qua preferisco che ne parlino gli altri, perché io faccio fatica…”

Beh, io direi che lei è in possesso di una gran corsa, di una grande esplosività e di un’ottima abilità a recuperar palloni…
“Certo, è vero. Ma ho sempre fatto fatica a rispondere a queste domande; non posso dirti di aver la tecnica di Neymar e preferisco che siano gli altri a giudicare quello che so fare. Poi ognuno ha la sua idea di calcio”.

Invece quale pensa che sia la qualità più utile per un centrocampista moderno?
“Secondo me la duttilità, perché se un centrocampista o anche un difensore di oggi è duttile, per il mister è tanta roba, poiché è un giocatore su cui può sempre fare affidamento”.

Steffè, chiudiamo con alcuni pronostici! Chi vince Champions ed Europa League?
“Purtroppo in Champions League c’è una finale anticipata (PSG-Manchester City, ndr). Il Chelsea sta tornando il Chelsea di una volta, però non è ancora da finale. Invece il Real Madrid è sempre il Real Madrid. Secondo me comunque, la favorita è il Paris Saint-Germain.
In Europa League sarebbe bello se vincesse la Roma, perché farebbe bene a tutto il Paese. La Roma e Fonseca pian piano stanno dimostrando una grande solidità di gioco, oltre ad avere ottimi elementi a disposizione; in questa competizione potrebbe trionfare. Per quello che ha fatto c’è poco da rimproverargli a Fonseca; spero che loro possano chiudere al meglio, esattamente come vogliamo fare noi qui a Cesena”
.

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