Mutu: "Nei periodi bui il telefono squilla meno. Frey? Amico vero"
Redazione FV
Adrian Mutu, ex attaccante di Fiorentina e Juventus, ha concesso una lunga intervista al Corriere della Sera in occasione della sfida tra viola e bianconeri, ripercorrendo la sua esperienza a Firenze e soffermandosi sulle differenze tra i due club: "Oggi vivo il calcio in maniera diversa rispetto a quando ero giocatore, ma con la stessa passione. Seguo tante partite, studio, cerco di aggiornarmi continuamente perché questo sport cambia molto velocemente. Mi piace analizzare le squadre, gli allenatori, capire le nuove idee. Naturalmente cerco anche di dedicare più tempo alla mia famiglia. Da calciatore vivi sempre con la valigia pronta, adesso apprezzo molto di più le cose semplici".
Chi le è stato vicino nei periodi più difficili della sua carriera?
"Nella mia carriera ho conosciuto tanti calciatori, ma nelle difficoltà capisci davvero chi ti vuole bene. Quando vinci e segni, hai sempre tante persone intorno. Se attraversi un periodo complicato, invece, il telefono squilla molto meno, ed è la cosa più dolorosa. Ho imparato ad apprezzare soprattutto chi mi è rimasto vicino senza chiedere nulla in cambio. Non faccio nomi, ma a volte non servono grandi gesti. Basta una telefonata, un messaggio, qualcuno che ti dice che crede ancora in te. Sono cose che non dimentichi, perché in certi frangenti valgono molto più di un gol".
Che rapporto ha avuto con Frey?
"Lui è uno che c'è sempre stato. Per me è molto più di un ex compagno di squadra. È un amico vero, una persona con cui ho condiviso anni bellissimi, ma anche momenti complicati. Quando passi tanto tempo insieme nello stesso spogliatoio, impari a conoscere il carattere delle persone. Con Sébastien il rapporto è andato oltre il calcio. La cosa più bella del nostro rapporto è che non abbiamo bisogno di sentirci ogni giorno per sapere di poter contare l’uno sull’altro. Ci sono legami che il tempo e la distanza non cambiano. Per me, questa è la vera amicizia".
Che insegnamenti le ha dato suo padre?
"Mio padre mi ha trasmesso una mentalità che mi ha accompagnato per tutta la carriera. Mi ha insegnato a non accontentarmi, a lavorare per diventare il migliore. Oggi, però, dopo tutto quello che ho vissuto, aggiungerei qualcosa a quelle parole. Direi ai miei figli di inseguire i propri sogni, di avere ambizione, ma soprattutto di cercare di essere persone migliori ogni giorno. Quando sei giovane pensi che il successo sia la cosa più importante. Con il tempo capisci che conta, ma non è tutto. Ci sono la famiglia, la salute, il rispetto, la serenità. Vorrei che fossero felici e orgogliosi delle persone che diventano, indipendentemente dalla professione che sceglieranno".
Ha ancora progetti per il suo futuro?
"Assolutamente sì. Ho ancora tanti obiettivi e tanta voglia di fare. Come allenatore voglio continuare a crescere, migliorare e dimostrare il mio valore. Il calcio è stato la mia vita e continua a essere una parte fondamentale di me. Ma come uomo adesso guardo anche ad altre cose. Desidero essere presente per la mia famiglia, vedere crescere i miei figli, godermi occasioni che da calciatore, a volte, non ho potuto vivere come avrei voluto. A 47 anni hai una prospettiva diversa. Non senti più il bisogno di dimostrare qualcosa a tutti, ma soprattutto a te stesso. Vorrei poter guardare indietro, un giorno, e dire di essere stato non soltanto un buon calciatore o un buon allenatore, ma soprattutto un buon padre e una persona migliore".
Quanto conta il rapporto da recuperare con suo figlio mario?
"Quando sei giovane e giochi ad alti livelli, il calcio occupa praticamente tutta la tua vita. Viaggi continuamente, hai allenamenti, partite, ritiri e tante responsabilità. Crescendo capisci che certe occasioni con i tuoi figli non tornano più. Adesso per me anche una giornata normale trascorsa insieme può avere un valore enorme. Non serve fare qualcosa di straordinario. Parlare, ridere, condividere del tempo, essere presenti. Ho segnato tanti gol importanti nella mia carriera, ma il rapporto con un figlio appartiene a una dimensione completamente diversa. È qualcosa che non puoi misurare con i trofei".
Cosa rappresenta per lei l'Italia?
"L’Italia per me è una seconda casa. Mi ha dato tantissimo, non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche umano. Qui ho conosciuto gioie straordinarie e attraversato periodi molto difficili. E lungo questo percorso ho incontrato persone che mi hanno aiutato, consigliato e sostenuto senza cercare visibilità. Non sempre sono riuscito a ringraziare tutti come avrei voluto. Ma una cosa la posso dire: sono profondamente riconoscente a chi ha saputo vedere Adrian, l’uomo, e non soltanto Mutu, il calciatore. Perché alla fine i gol e le vittorie rimangono nella storia del calcio, ma coloro che ti hanno voluto bene rimangono nella tua vita".


