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L'epatite e il crimine di Goikoetxea: Maradona a Barcellona, quando (quasi) tutto è andato stortoTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
giovedì 26 novembre 2020 14:30Serie A
di Ivan Cardia

L'epatite e il crimine di Goikoetxea: Maradona a Barcellona, quando (quasi) tutto è andato storto

“Maradona llego, vio… y firmo!”. 5 giugno 1982, El Mundo Deportivo, il principale quotidiano catalano, titola così. Venne, vide e firmò: rielaborazione in salsa calcistica del Veni, vidi, vici di Cesare. Il Barcellona ha appena acquistato Diego Armando Maradona, il ragazzo prodigio del calcio argentino. Il Pibe de Oro ha 22 anni, nel 1979 ha vinto il Pallone d’Ordo del Mondiale Under-20 e per due anni di fila è stato votato come calciatore sudamericano dell’anno. Si appresta a disputare i mondiali in programma proprio in Spagna, dove segnerà due gol all’Ungheria ma l’Argentina sarà eliminata al secondo turno, battuta da Italia e Brasile, con Maradona annullato dalla celebre marcatura di Gentile. Nel 1981 ha segnato 28 gol in 40 presenze con la maglia del Boca Juniors. Il Barça del presidente Josep Lluís Núñez sborsa 1.200 milioni di pesetas: al cambio d’oggi farebbero 7 milioni di euro. È l’affare del secolo.

Il Barça ci aveva già provato. Lo ha raccontato, proprio nel giorno della morte di Diego, a la Repubblica Josep Maria Minguella, l’uomo che ha portato Maradona all’ombra della Sagrada Familia. E che aveva già tentato qualche anno prima: nel 1977, viaggiando per i campi d’Argentina nota la cebollita. Tratta per conto del Barcellona, l’Argentinos Jrs chiede 100 mila dollari: il club catalano non li ha, l’affare salta. Tre anni dopo, Minguella torna alla carica e trova l’accordo con l’Argentinos Jrs. Ma è l’epoca di Videla e dei generali: Maradona non è ancora D10s ma è pur sempre già un patrimonio nazionale. Deve rimanere in Argentina almeno fino al 1982, fino al mondiale. Minguella sfiora il linciaggio, alla fine Maradona si accasa al Boca Juniors. Aspettando la terza chiamata del Camp Nou, quella giusta.

A Barcellona parte male. La stagione della squadra non è all’altezza delle aspettative. In panchina la inizia il tedesco Udo Lattek, vincitore della Coppa delle Coppe nell’annata precedente, ma che dura soltanto fino alla 26^ giornata. Maradona inizia con un gol al Valencia e poi si ripete col Valladolid. Del suo periodo a Barcellona si è scritto tanto, ma non è andato davvero tutto male. Uno dei due gol siglati alla Stella Rossa nell’incontro di Coppa delle Coppe dell’ottobre 1982, per esempio, è senza dubbi uno dei più belli e iconici della sua carriera: Diego riceve palla poco dopo il centrocampo, attacca la difesa, mette a sedere un avversario e poi s’inventa un meraviglioso pallonetto dalla distanza. È vero però che la prima stagione finisce troppo presto: a inizio dicembre una epatite virale lo mette ai box. Maradona deve fermarsi, torna in campo soltanto a marzo. Il Barça stenta, al suo rientro l’argentino sigla 5 gol in 7 gare ma non bastano: la squadra, alla cui guida è nel frattempo subentrato Menotti, sicuramente più vicino all’indole del fuoriclasse, chiude il campionato al quarto posto. Vince, con Maradona in campo, la finale di Copa del Rey contro il Real Madrid. Esce, sempre con Maradona in campo, contro l’Austria Vienna, dopo due brutti pareggi in Coppa delle Coppe.

Il secondo anno: l’infortunio, gli eccessi, l’addio. Il rapporto con il presidente Nunez, il collezionista di fenomeni che l’ha voluto al Barça, si va progressivamente incrinando. Un episodio: prima della già citata finale col Real Madrid, Maradona e Bernd Schuster (di cui Diego dirà “è più pazzo di me”) sono invitati alla partita di addio al calcio di Paul Breitner. La società gli nega il permesso, i due chiedono audizione al presidente che però non li riceve. Il Pibe De Oro inizia a spaccare trofei nella sala d’onore del Barcellona, costringendo il numero uno a dargli il passaporto. Anche se poi alla partita i due non andranno comunque. Nel frattempo, iniziano gli eccessi. E anche i veleni con lo stesso Nunez, del quale Diego parlerà sempre malissimo negli anni a venire. “La polizia mi ha detto di stare attento - dirà poi il presidente culès a TV3 - a questa vicenda della droga. Lui ha sempre negato, ha detto che non era vero”. Eccessi o meno, Maradona va in campo. Il Barça vince tre delle prime quattro partite di campionato, ma la quarta è contro l’Athletic Club di Bilbao, la squadra campione in carica di Spagna. 24 settembre 1983, è una data spartiacque: un intervento killer di Andoni Goikoetxea stende il Pibe. Le immagini sono forti ancora oggi e colpiscono. El Mundo titola: “El crimen”. Il crimine, contro il calcio, prima ancora che contro Maradona. Il medico social del club lo opera alla caviglia, ma l’argentino si vuole affidare a Ruben Oliva, guru del calcio argentino e vicinissimo allo stesso Menotti. Il club è contrario, Maradona e Nunez fanno un patto: niente stipendio finché Diego sarà in patria a recuperare, ma se tornerà in campo entro tre mesi lo riceverà in un’unica soluzione. Affare fatto. 106 giorni dopo, El Diez è di nuovo a disposizione del Barça. L’8 gennaio del 1984 torna in campo e segna una doppietta al Siviglia. Nel frattempo, la squadra ha perso colpi e resta arretrata nella lotta per il titolo, un nuovo cruccio per Diego che è sempre più lontano da Nunez e dal Barça. Il capitolo finale lo scrive lui stesso, il 5 maggio 1984. Al Santiago Bernabeu, nella tana dei rivali del Real, il Barcellona gioca la finale di Copa del Rey. Di fronte non ci sono le merengues, ma di nuovo l’Athletic Club. Maradona e Javier Clemente, tecnico dei baschi, si attaccano pesantemente. La partita finisce 1-0 per la formazione di Bilbao, in campo Schuster vendica l’amico stendendo Goikoetxea, ma gli animi si riscaldano. Al fischio finale, Miguel Sola provoca Maradona, che lo colpisce con un pugno. Sotto lo sguardo attonito di Re Juan Carlos, nasce una delle risse più memorabili nella storia del calcio spagnolo. La Batalla del Bernabeu. Maradona viene squalificato per tre mesi, il suo futuro è già scritto da tempo: l’amico Jorge Cyterszpiler, che ha curato anche un non fortunatissimo documentario sul suo recupero dal tremendo infortunio, lavora da tempo per portarlo in Italia. Perché qualcosa col Barça si è rotto, o non ha mai funzionato. E così c’è l’azzurro di Napoli. Ma questa è un’altra storia.
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