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ESCLUSIVA TMW - Il calcio albanese in crisi: Federazione e club raccontano il duro sciopero in attoTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Insidefoto/Image Sport
giovedì 17 settembre 2020 17:45Serie A
di Marco Conterio
esclusiva

Il calcio albanese in crisi: Federazione e club raccontano il duro sciopero in atto

"Promesse non mantenute, vogliamo riforme sul piano finanziario". A dirlo sono il dg della Federcalcio, Aldi Topciu e a raccontare lo sciopero è Refik Halili, proprietario del Tirana
Il calcio albanese è in sciopero. Con motivazioni profonde, con il pallone che, unito, si è mosso per cercare di superare la crisi. Chiedendo a gran voce al Governo riforme che "sono state promesse e non mantenute", sul piano finanziario da oramai troppo tempo. La Lega ha chiesto alla Federazione di non iniziare la nuova stagione: così tutte le categorie, dalla prima serie fino ai giovani, sono in sciopero. Il Governo, secondo la Lega, non ha rispettato le richieste fatte: due anni fa, c'è stato un tavolo tra le società e il Governo, chiedendo nuove leggi sul piano finanziario. Lo stallo a riguardo ha portato allo sciopero: nel 2019, spiegano le fonti che hanno scelto di raccontare questa lunga storia a Tuttomercatoweb.com, il Primo Ministro ha promesso che "in cento giorni si sarebbe risolto tutto". I cento giorni sono diventati due anni, la situazione in Albania è diventata complicata. E il calcio si è fermato.

"Sin dal 2016, abbiamo sfruttato l'attenzione sul calcio per portare avanti degli emendamenti e dei cambiamenti per poter portare avanti lo sviluppo". Lo spiega Aldi Topciu, direttore generale della Federazione albanese in esclusiva a Tuttomercatoweb.com. "Agevolazioni per gli investitori, per i proprietari. Sono arrivate tante promesse ma pochi fatti. Quel che il Presidente Duka ribadì era una cosa: una legge da sola non risolve tutto. Servivano delle modifiche in altre leggi di natura finanziaria".
Cosa accadde?
"Abbiamo messo insieme un gruppo di tecnici e di giuristi, portando avanti questa proposta, dal 2016 al 2019. Nel 2017 ci hanno chiamati in Parlamento per parlare di una nuova legge sullo sport. Per noi va bene, non è quello il punto e il problema. Duka ha spiegato che ci serve altro: serve un pacchetto che riformi il calcio e lo sport. Da allora non è successo niente, la legge è stata approvata così".
Nel 2019 un fatto che poteva cambiare tutto.
"Nel 2019 in uno stadio vicino a Tirana, c'è stata un'aggressione a un arbitro dopo il fischio finale. Erano ancora in campo. L'associazione degli arbitri ha bloccato il campionato per una settimana: si sono seduti col Primo Ministro e abbiamo sfruttato questo episodio per rinforzare le misure contro la violenza nello sport. Non solo: abbiamo proposto delle agevolazioni per provare a sviluppare il calcio. Il Primo Ministro ha ordinato un gruppo di lavoro dove c'eravamo anche noi. Riunioni da subito, alla fine il prodotto però non è stato quello cercato".
E invece?
"Dal 2019, però, ci sono state promesse: 100 giorni per realizzare i cambiamenti. Ora sono passati più di 500 e ci sono stati solo piccoli cambiamenti. Molto positivi e di questo siamo grati ma non sono cambiamenti che rivoluzionano il calcio albanese. Sono agevolazioni per imprese e corporazioni di un certo livello. Ne può usufruire solo una piccola e alta cerchia ristretta che non abbiamo come attori nel calcio".
Quelli, invece, no.
"I presidenti che investono non sono soggetti delle agevolazioni. Questo non ci piace, perché avevamo fatto delle richieste disattese. Pubblicamente, poi, non ci piace che il Governo e la politica dicano che non abbiamo fatto quel che ha chiesto la Federazione. E non è vero. Ci siamo fermati: non è una decisione arrivata in una notte ma che si è rinforzata in quattro anni".
Che reazione hanno ora i club?
"I club sono nervosi. Il Primo Ministro ha accettato le nostre richieste e ha promesso di più, dicendo che si sarebbe fatto in cento giorni. Alla fine di queste tavole rotonde, redarremo un documento strategico per lo sviluppo del calcio e dello sport".
Cosa vi aspettate?
"Ci aspettiamo che il Ministro mantenga la sua parola. Quel che abbiamo chiesto lo ha accettato come logico, che serve a tutti. Ci aspettiamo che mantenga la parola data e non faccia dribbling, dopo quattro anni. Le richieste fatte non toccano il budget del governo ma possono aiutare lo sport a mantenersi da solo, non vanno a toccare soldi pubblici o a mettere in difficoltà il contribuente. Sappiamo delle difficoltà del governo, non può mantenere lo sport da solo: cerchiamo modo e strategia, uno schema affinché il calcio si autosostenga".
Si è mosso qualcosa?
"Qualcosa si è mosso. Il Governo si sta muovendo, anche pubblicamente, coi media. Speriamo che qualcosa si muova presto".
Una storia che raccontiamo anche con Refik Halili, proprietario e sponsor del KF Tirana, il club più titolato d'Albania. Trent'anni, una vita insieme e per la società. "Personalmente, dallo scorso anno, volevo che il campionato si fermasse, che venisse boicottato dai club. Abbiamo tante difficoltà economiche, sin da quando le società erano di proprietà statale. Durante il Comunismo, le società erano di stato o dei Comuni: negli anni '90, c'è stato un procedimento per la privatizzazione".
Però adesso, senza il supporto, senza riforme economiche, per voi si fa difficile.
"Tutti i club albanesi sono in difficoltà. Chiediamo un aiuto allo Stato con delle riforme: abbiamo debiti dagli anni precedenti e non possiamo andare avanti così. Io è da una vita che investo nel Tirana, da trent'anni. Dal 2012 sono socio di maggioranza: ho speso tanti soldi della mia famiglia, anche soldi delle aziende per mantenere il club. Ho una connessione familiare col club, lo sport è la mia vita, ho speso tanto e amo questo sport".
Siete tutti d'accordo, peraltro
"Tutti i club sono d'accordo col boicottaggio. E' la prima volta, storica, che succede. Durante il periodo della pandemia non abbiamo avuto sostegni dallo Stato, siamo gli unici forse in Europa a non esser stati supportati e così le difficoltà aumentano".
Fin quando andrete avanti senza calcio?
"Purtroppo non posso dirlo ma siamo disposti a non andare avanti finché lo Stato non accetterà le nostre proposte".
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