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Non esiste un caso Bastoni, l'antipatia nei suoi confronti ha dato il pretesto alla gogna mediaticaTUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Marta Bonfiglio
per Linterista.it

Non esiste un caso Bastoni, l'antipatia nei suoi confronti ha dato il pretesto alla gogna mediatica

Il calcio vive di passioni. Ma spesso vive anche delle loro degenerazioni. E i social network, ormai, non sono altro che il grande specchio di ciò che siamo diventati: non la causa, ma il danno collaterale delle nostre azioni. Uno spazio dove ognuno si sente giudice, pubblico ministero. Il caso di Alessandro Bastoni ne è l’ennesima dimostrazione. Da quando il difensore dell'Inter si è reso protagonista della simulazione nell'episodio che, durante Inter-Juventus, è costato l’espulsione a Pierre Kalulu, la sua quotidianità si è trasformata in un bersaglio. Fischi negli stadi – prima a Lecce, poi nella trasferta contro il Como  – e soprattutto una vera e propria gogna sui social.

Le critiche non si sono fermate al campo, ma hanno travolto la vita privata del giocatore con minacce rivolte alla moglie, alla sua bambina piccola. Una spirale di odio che nulla ha più a che fare con il pallone.

Ed è qui che bisogna fermarsi un attimo e guardarsi allo specchio. Perché i social non sono altro che una piattaforma. Non generano odio da soli. Lo amplificano, semmai. Sono il riflesso di ciò che decidiamo di scrivere, di pensare, di alimentare. Il problema non è lo strumento: siamo noi. Dietro uno schermo tutti si sentono più forti. Più coraggiosi. Più legittimati a giudicare. In pochi secondi si passa dalla critica sportiva alla sentenza morale. C’è persino chi invoca la non convocazione di Bastoni con la Italy national football team, come se un episodio discutibile fosse sufficiente a cancellare anni di carriera, prestazioni e professionalità.

Eppure il calcio, chi lo conosce davvero, sa bene che certe cose succedono da sempre. Simulazioni, furbizie, polemiche arbitrali. Il pallone è pieno di episodi del genere, ieri come oggi. Fingere che quello di Bastoni sia un caso unico significa semplicemente scegliere di ignorare la memoria del gioco. Non a caso, dal mondo del calcio sono arrivate anche parole di equilibrio. Tra le più significative quelle di Cesc Fabregas, allenatore del Como. In conferenza stampa dopo la partita di Coppa Italia proprio contro i nerazzurri è stato chiarissimo: quando tutti alzano la voce contro una persona, il rischio è che quella persona diventi il bersaglio collettivo. Fabregas ha ricordato che Bastoni è un grande giocatore e, soprattutto, un ragazzo giovane che può sbagliare. Ha detto che l'episodio è stato un errore, ma ha anche aggiunto qualcosa che nel rumore generale si tende a dimenticare: chi sbaglia può chiedere scusa e imparare. E Bastoni, in effetti, lo ha fatto.

Allora la domanda è inevitabile: perché continuare? Perché un ragazzo che ha riconosciuto il proprio errore deve subire settimane di insulti, fischi e minacce? La risposta, probabilmente, è molto più semplice di quanto si voglia ammettere. Bastoni gioca nell'Inter. E per molti tifosi di altre squadre l'Inter è la squadra “da odiare”, calcisticamente parlando. Tutto il resto diventa contorno, giustificazione, pretesto. Sarebbe più onesto dirlo chiaramente. Ammettere che l’antipatia sportiva guida il giudizio. Perché il tifo fa parte del calcio, e anche le rivalità più accese sono il sale di questo sport. Ma trasformare una rivalità in un tribunale permanente, e un errore in una condanna sociale, significa perdere il senso delle proporzioni.

Il calcio dovrebbe restare un gioco. Un gioco serio, certo, con milioni di tifosi e interessi enormi. Ma sempre un gioco. E forse, prima di scrivere l'ennesimo commento carico di rabbia sotto un post, varrebbe la pena ricordarlo. Perché dietro ogni profilo social non c’è solo un calciatore, c’è una persona. E anche una famiglia.