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L'Inter entusiasma, ma prima del derby ci sono due nodi da sciogliere

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Lapo De Carlo
per Linterista.it
Oggi alle 00:00Editoriale
autore Lapo De Carlo
27.10.2026 00:00Editoriale

Ci sono state più rimonte questa stagione che nelle ultime dieci complessive. Se l’anno scorso l’andamento dei match è stato quasi noioso e con scontri diretti poco entusiasmanti, quest’anno la squadra tiene i tifosi incollati alla seggiolina e poltrona fino all’ultimo respiro. Con buona pace di alcuni spettatori del primo anello arancione, solitamente avvezzi a lasciare San Siro circa dieci minuti prima della fine dei 90 minuti.
L’Inter si conferma la forza dominante del campionato, una macchina d’alta scuola capace di piegare anche la Fiorentina in un finale ad altissima tensione emotiva. Eppure, la vittoria per due a uno ottenuta a San Siro porta con sé un retrogusto familiare, un copione già visto tra le mura domestiche e nei palcoscenici europei che oscilla pericolosamente tra l'epica della grande rimonta e l'ansia di un difetto strutturale. Se da un lato la profondità e l'efficacia della panchina si rivelano ancora una volta l'arma totale per scardinare le partite più bloccate, dall'altro emerge un interrogativo stringente sull'origine di questi continui passaggi a vuoto iniziali.
Nota di merito a Thuram per un approccio alla gara alla Lautaro. Energico, appassionato, leader e finalmente arrabbiato. Se continua così può essere certo che Zidane lo convocherà.

La sfida contro i viola ha condensato in novanta minuti tutti i contrasti della stagione nerazzurra. Il gol iniziale di Jimenez, una prodezza balistica che ha fulminato la retroguardia, ha esasperato un canovaccio tattico già reso complicato da decisioni arbitrali controverse.
Il fallo dii Viery ai danni di Marcus Thuram in piena area di rigore è parso (quasi) a chiunque un errore macroscopico di Mariani e soprattutto il Var, un episodio che avrebbe potuto affossare psicologicamente una squadra meno solida. Invece, proprio nel momento di massimo svantaggio, quando l'elettricità sembrava scemare e la disattenzione iniziale rischiava di trasformarsi in rassegnazione, l'Inter ha attivato quell'interruttore nervoso che scatta solo nelle grandi scuderie. Il pareggio di Thuram e il rigore decisivo di Piotr Zielinski nel recupero non sono stati episodi fortuiti, ma il frutto di un assedio ragionato e di una superiorità tecnica indiscutibile.

Questo continuo ricorso alle maratone di nervi e cuore nasconde però una radice profonda, un comune denominatore che unisce il percorso in campionato a quello in Champions League. La squadra soffre di un'apparente pigrizia d'avvio, una sorta di deficit di tensione agonistica che si manifesta puntualmente nei primi tempi. È come se l’Inter avesse bisogno di subire uno schiaffo, di trovarsi con le spalle al muro, per scrollarsi di dosso una strana apatia e ritrovare la ferocia necessaria.
Nel caso di Inter-Fiorentina in realtà c’era anche la stanchezza per lo sforzo emotivo e agonistico ottenuto con lo Shakhtar.
La mancanza di reattività iniziale, che spesso si traduce in errori individuali o letture pigre in fase di non possesso, dipende in particolare da avversari che per almeno un tempo riescono ad occupare con efficacia gli spazi, cedendo terreno nella ripresa, ma la progressione dei match che ha l’Inter sono un lusso che alla lunga rischia di logorare le energie mentali del gruppo, costretto ogni volta a spendere il doppio per rimediare a situazioni ampiamente evitabili.

A lasciare qualche perplessità è l’apporto sotto traccia di Dimarco, le ultime due gare di Bastoni e il rendimento ancora opaco della campagna acquisti estiva. Finora, nessuno dei nuovi innesti è riuscito a imporsi come un reale valore aggiunto in grado di spostare gli equilibri o di garantire quel turnover di qualità che una stagione così densa richiede. La squadra continua a poggiare interamente sulle certezze della vecchia guardia e sulle fiammate dei soliti noti, un fattore che a lungo andare potrebbe presentare il conto in termini di usura fisica.
Se Chivu vuole blindare il primato ed evitare che le notti europee diventino un calvario di rimonte impossibili, dovrà lavorare non solo sulla tenuta tattica, ma soprattutto sulla psicologia di un gruppo che deve imparare a dominare le partite dal primo minuto, senza aspettare che sia il cronometro, o lo svantaggio, a dettare le regole del gioco.

per Linterista.it

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