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Pierino Fanna, campione d'Italia in tre diversi ClubTUTTO mercato WEB
domenica 23 giugno 2024, 08:25Nato Oggi...
di Redazione TMW

Pierino Fanna, campione d'Italia in tre diversi Club

Pierino Fanna è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È uno dei sei calciatori italiani ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti, nel suo caso Juventus, Verona e Inter. (Grimacco, 23 giugno 1958)
Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente 19 anni, si pensa che certe lacune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere».
Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo. Fanna è utilizzato in ruoli e mansioni non adatte alle sue caratteristiche. Seconda punta con Bettega, in altre occasioni al fianco di Virdis. Pierino Fanna, oltre allo scudetto conquistato nel ‘78, che lo vede più spettatore che protagonista, diventa comunque uno degli artefici di altri due campionati vittoriosi: ‘80-81 e ‘81-82.
«Sapeste quanto mi carico al pensiero che qualcuno creda in me! Ho superato in questo modo le perplessità che mi hanno assalito nel vestire la maglia bianconera. Si arriva a Torino e si prova l’impressione di toccare il cielo con un dito; poi, si rimane come schiacciati dal peso di tanta responsabilità».
Nonostante questi successi, Fanna non riesce completamente a convincere. Emerge una certa fragilità atletica e, nell’estate del 1982, è ceduto al Verona, dove troverà finalmente la sua vera dimensione che lo condurrà trionfalmente allo scudetto del 1985 e alla Nazionale. Eccellente nell’Atalanta, deludente alla Juventus, strepitoso nel Verona, di nuovo deludente a Milano, sponda Inter.

Pierino Fanna oggi non si interessa molto di calcio e racconta in alcune sue interviste:
La Serie A m’interessa poco. Non vado più nemmeno allo stadio e le partite non mi appassionano più, anche perché ci sono troppi stranieri, molti dei quali anonimi. E da quando è nato il mio primo nipote Tommaso, ho deciso di fare il nonno a tempo pieno. Ogni tanto però gioco nella squadra delle vecchie glorie dell’Hellas e in panchina c’è ancora Osvaldo Bagnoli. Uno scudetto che, mi duole ammetterlo, non ricapiterà mai più a nessuna squadra di provincia. C'è stato l'avvento di Berlusconi, poi gli anni '90 ed è finita la poesia. Lo scudetto fu il parto della bravura mostruosa di Osvaldo Bagnoli, del suo essere mister e psicologo. E poi avevamo due soli stranieri : i grandissimi Elkjaer e Briegel.

Oggi te ne ritrovi minimo dieci-dodici e la faccenda si complica terribilmente. Io ringrazio l'Atalanta se ho fatto il calciatore: sono arrivato a Bergamo a 14 anni e sono andato via a 19, dopo tre stagioni di settore giovanile e due di prima squadra in serie B. Mi hanno lanciato e costruito prima come uomo e poi come calciatore, trasmettendo valori importanti. C’erano uomini come i Bortolotti, Brolis, Previtali e Morotti, allenatori come Titta Rota. Una palestra di vita. Io però mi chiamo Pierino. Non so perché sulle figurine Panini ci fosse “Pietro”. La Panini si è confusa.
Mister Bagnoli mi capiva anche dal punto di vista umano e mi faceva giocare e sentire apprezzato. Fui eletto miglior ala del campionato per tre anni. Quando andai all’Inter, ritrovai dopo un anno Trapattoni, con cui ero in conflitto dai tempi della Juventus. Mi toglieva quando eravamo in vantaggio per inserire un difensore o un centrocampista… Con il senno di poi sarebbe facile dire che ho sbagliato a trasferirmi, ma la vita non funziona così. Ho poi provato a fare l’allenatore, ma nonostante avessi tutti i patentini, non ho continuato : mi piace troppo la libertà. E poi il mestiere del tecnico è cambiato troppo: si urla per 90 minuti e mi stupisce ogni volta, perché se uno prepara bene le partite, non ha senso sbracciarsi per tutta la gara. Ai miei tempi l’allenatore parlava e gesticolava meno e noi giocavamo meglio. Bagnoli parlava pochissimo, perché sapevamo già cosa fare.