Menu Serie ASerie BSerie CCalcio EsteroCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomofiorentinafrosinonegenoainterjuventuslazioleccemilanmonzanapoliparmaromasassuolotorinoudinesevenezia
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenahellas veronalatinalivornomonzanocerinapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasalernitanasampdoriasassuolo
Altri canali mondialimondiale per clubserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistiche
tmw / inter / Editoriale
Il calcio italiano avrà presto un nuovo capo: scordatevi che risolva tutti i problemi. Che fine ha fatto Arbitropoli? Intanto la carriera di Rocchi è stata distruttaTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Il calcio italiano avrà presto un nuovo capo: scordatevi che risolva tutti i problemi. Che fine ha fatto Arbitropoli? Intanto la carriera di Rocchi è stata distrutta

Il conto alla rovescia è prossimo alla conclusione. Lunedì, se i pronostici saranno rispettati, Giovanni Malagò batterà Giancarlo Abete e diventerà il nuovo presidente della Federcalcio. I dubbi riguardano più l’ampiezza dello scarto che la possibilità di un ribaltone, anche se nel segreto dell’urna può accadere di tutto. L’ex numero uno del Coni approderà in via Allegri con la manifesta antipatia del governo, in primis del ministro per lo Sport, Andrea Abodi (che il dimissionario Gravina in un consiglio federale verbalizzò come ministro per il Calcio, e quello se la prese). Non è un problema da poco, e si sublima nella questione del presunto divieto di “pantouflage”: secondo chi sostiene questa tesi, l’elezione a presidente della Figc (con oltre 200 votanti che a loro volta sono espressione di migliaia di elettori) sarebbe paragonabile all’incarico in una società privata controllata. Non ci crede davvero nessuno, se non qualche esponente dell’attuale maggioranza: a un certo punto arriverà il parere dell’authority anticorruzione (l’Anac). Se arrivasse prima - difficile -, aprirebbe una questione di opportunità politica (non è vincolante), mentre se arrivasse dopo potrebbe teoricamente portare a un terremoto al vertice della Figc (ma a quel punto con tempistiche molto lunghe). In entrambi i casi, i propositi di commissariamento del governo sembrano finiti nel cassetto, dato che, anche in caso di delegittimazione del presidente, il Collegio di Garanzia dello Sport ha detto che si può andare avanti con il vicepresidente. Doversi scontrare con chi decide se, dove e come si spendono i soldi pubblici nello sport resta però evidentemente un problema, per qualsiasi presidente della Federcalcio. Ed è uno dei motivi per cui, se ci si aspetta che Malagò (o chi per lui) risolva i problemi del pallone… beh, stiamo freschi. Sicuramente Gravina ha delle responsabilità legate a una ricerca del consenso - che poi può declinarsi anche in voler procedere solo con l’accordo di tutti, per carità -, che ha portato a un sostanziale immobilismo. Però dei risultati li ha ottenuti (a livello giovanile in primo luogo) e soprattutto si è scontrato con un modello organizzativo bloccato per natura. Su cui, è appena il caso di evidenziarlo, non ha avuto aiuti. Anzi: il governo, nell’aumentare l’indipendenza della Serie A, ha fatto dell’immobilismo una legge. Il conflitto più evidente è proprio quello con il massimo campionato: al di là della pubblica contrizione, ai club non importa assolutamente nulla della Nazionale. È scritto nel loro statuto: sono società per capitali e come tali pensano solo al proprio tornaconto. Poi, e qui sta il problema, non capiscono che l’azzurro è anche un clamoroso volano: basti pensare a quanto il Mondiale aumenti la visibilità dei singoli calciatori - e quindi dei loro tesserati -, oltre che dell’intero movimento. Dato che mettere un po’ di sale in zucca ai signori del calcio (che stanno a Milano in Lega e non a Roma in Figc) è missione ai limiti dell’impossibile, il futuro presidente dovrà quantomeno provare a far capire loro che una Nazionale vincente aiuta tutti, e se un ct chiede una cosa - magari anche inutile: basti pensare allo stage - è meglio aiutarlo e non dargli nemmeno l’alibi. A proposito: Malagò quasi sicuramente chiamerà Roberto Mancini, che di fatto aveva già chiamato (nel 2018 la Figc era commissariata e il tecnico lo decise il Coni). Capisco chi è contrario alla scelta, soprattutto chi lo è per ragioni di amor di patria: Mancini è scappato in Arabia Saudita, non c’è altro modo di dirlo. Però quella separazione non è stata raccontata fino in fondo (il Mancio non ebbe, a torto o a ragione, il supporto che voleva) e, soprattutto, si è pentito. Rispetto ad altri candidati, ha le spalle abbastanza larghe per reggere alla pressione (che non è quella, con tutto il rispetto, di giocare un’amichevole a Creta), darà disponibilità a legarsi fino al 2030 (che è l’unico orizzonte temporale sensato), ha la capacità di vedere il talento prima degli altri (che è molto più utile dell’essere un drago della tattica). C’è di peggio, insomma. Mentre la Figc si avvicina alle elezioni, il mercato si appresta a entrare nel vivo e il Mondiale è ancora intabarrato in questa inutile e noiosa prima fase (ma che bello Capo Verde: l’augurio per chi lo dice è di guardare solo partite del catenacciaro Capo Verde da qui in avanti), c’è un’inchiesta di cui non parla nessuno. A quasi due mesi dal 25 aprile, quando dalla Procura di Milano partirono gli avvisi di garanzia, non se ne sa più nulla. Sembrava un terremoto: scandalo arbitrale, l’Inter favorita e via dicendo. Poi, piano piano, il pubblico ministero Maurizio Ascione - che la conduce e che prima o poi dovrebbe trasferirsi in un’altra Procura - ha visto sgretolarsi il terreno. Le intercettazioni già non le aveva dall’estate 2025, in più non c’è stato il sequestro dei cellulari degli indagati (come ormai si fa in qualsiasi indagine che abbia un capo e una coda), e infine i vertici della Procura gli hanno anche consigliato di fermare le testimonianze, dopo aver visto una sfilata di personaggi dei quali, in qualche caso, era palese che non avessero nulla da poter aggiungere a quello che, eventualmente, aveva raccolto. A quasi due mesi da quel 25 aprile, non sappiamo ancora di che pasta sia fatta quest’inchiesta: certo, le incongruenze sono tante (basti pensare a Daniele Doveri, tanto sgradito all’Inter da averla arbitrata più di tutti negli ultimi due campionati), e se ci fosse stata la prova regina prima o poi sarebbe saltata fuori. Insomma, il sospetto che sotto sotto non ci sia nulla, o anche meno, l’abbiamo sempre avuto. Non la certezza, perché si dà per scontato che un pm indaghi se ha del materiale su cui indagare, mandi avvisi di garanzia (che poi diventano di pubblico dominio…) se è il caso e convochi decine di testimoni se c’è qualcosa da approfondire e non per capire come funzioni il mondo del calcio. Ecco, per tutte queste ragioni dobbiamo rispettare l’inchiesta, pur restando nel limbo di chi la vede andarsi a schiantare contro il nulla che ci è sempre sembrato esserci e però non può ancora trarre conclusioni. In tutto questo, c’è qualcuno che ha già pagato, a prescindere. Gianluca Rocchi si è auto-sospeso da designatore all’indomani della notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati. Probabilmente ha fatto bene: mancavano quattro giornate, in quel putiferio immaginatevi le polemiche per un rigore di troppo all’Inter… A quasi due mesi da quel 25 aprile, però, viene il dubbio che avrebbe fatto meglio a resistere. Oggi nel limbo c’è lui, indagato senza sapere cosa succederà: se l’inchiesta sarà archiviata - come chi scrive pensa da sempre -, non farà notizia. Si sa, l’accusa va in prima pagina per due settimane e il proscioglimento finisce a pagina 20 per una giornata. Per ora, però, non risulta l’inchiesta sia stata archiviata: è lì, dormiente, mentre la vita di una persona è stata travolta da una vicenda probabilmente senza alcuna rilevanza penale (e forse nemmeno disciplinare). E con essa è stata distrutta la sua carriera. Rocchi potrebbe anche non essere stato il miglior designatore di sempre: veniamo da un campionato molto complicato, anche se forse il problema principale è legato al materiale umano a disposizione. È stato però un grande arbitro, e può (poteva) essere un grande dirigente. Come Collina, che oggi guida gli arbitri della FIFA. Come Rosetti, che oggi guida gli arbitri dell’UEFA. Come Rizzoli, che oggi guida gli arbitri della confederazione americana. Come Trefoloni, che oggi addestra gli arbitri della UEFA. Come Irrati, che è il responsabile mondiale del VAR. È molto strano: viviamo in un Paese che critica costantemente gli arbitri italiani, mentre all’estero se li accaparrano alla prima occasione utile. Andrà così, lo auguriamo, pure a Rocchi: senza quest’inchiesta, sarebbe stato il prossimo direttore tecnico dell’AIA o magari il prossimo presidente. Tra qualche anno invece lo vedremo in qualche posto di prestigio all’estero, e noi ci chiederemo perché ce lo siamo fatti scappare. Sotto a chi tocca.