I club non sono (solo) industrie: l’Inter farà un mercato record grazie ai risultati sportivi. Malagò fa quello che doveva fare il Milan. Ci sono due mine vaganti per il prossimo scudetto
Di tutta la retorica attorno al calcio, un’argomentazione l’ha smontata Giancarlo Abete. Perdente alle ultime elezioni in Federcalcio, ma di gran classe. In uno dei passaggi del suo accorato discorso, ha sottolineato che il calcio italiano spesso si ammanta di un’aura da industria che invece non ha. Lo dicono i numeri: nelle prime 200 aziende italiane per fatturato, non c’è nemmeno un club di calcio. Certo, se prendiamo l’intero movimento si arriva a un fatturato da circa 7 miliardi di euro, e a quel punto il “calcio” si potrebbe considerare la 25ª azienda italiana in assoluto. Il punto è: a) non è una, ma sono tante; b) non sono solo industria; c) non ragionano nemmeno come tali.
La questione non riguarda soltanto la percezione che le società calcistiche - e i loro dirigenti - hanno di sé, quanto le ragioni più profonde di questa centralità nel nostro Paese, che in compenso stanno via via perdendo. Intanto, sono pochissime quelle che ragionano davvero come se il pallone fosse un’attività imprenditoriale. In A: Atalanta, Udinese, poi forse basta. Per dirne una: non esiste in nessun altro settore un’azienda da 500 milioni di fatturato, che sta in piedi con un miliardo di ricapitalizzazioni da parte della proprietà in pochi anni. Non è un’impresa, è beneficenza. In seconda battuta, quando ritengono di ragionare soltanto con le logiche del business - come dice di voler fare il Milan, che poi non lo fa e questo è un altro discorso - vanno completamente fuori strada.
L’esempio più lampante è l’Inter, ma in realtà ci si può mettere anche il Napoli. Gli azzurri, che negli ultimi tre anni hanno vinto due scudetti, hanno speso un sacco di soldi, ben più che in tripla cifra. La società nerazzurra, quest’estate, farà un mercato da record, almeno per i tempi recenti: prenderà Marco Palestra per 53 milioni di euro e proverà a fare lo stesso con Nico Paz per 60, oltre a tutte le operazioni collaterali. Alla base, c’è ovviamente la fine dell’era Suning, ma soprattutto i risultati che il club, da otto anni stabilmente in Champions League, ha ottenuto. Non sono economici, ma sportivi. Per fortuna, funziona ancora così: si parte da lì, e poi si arriva al dato economico. Se si pensa di fare il contrario, si deraglia.
A proposito di chi deraglia, il Milan non ha pensato neanche per un secondo di puntare nuovamente su Paolo Maldini. È incomprensibile. Lo farà, se l’ex capitano rossonero farà una scelta di vita di questo tipo - il tema è quello, non i soldi o altro - il nuovo presidente federale Giovanni Malagò. Che, come alternativa (a meno di non ricostituire il tandem, ma forse sarebbe troppo) ha Ricky Massara. La coppia che ha fatto grande, almeno per un pochino, il Diavolo in tempi recenti. È abbastanza bizzarro che in Via Aldo Rossi quest’idea non sia balenata nemmeno per l’anticamera del cervello.
Il Milan sta facendo di tutto per non essere competitivo per il prossimo scudetto, mentre ci sono due mine vaganti. Classifica alla mano, è quasi banale dirlo: attenzione a Roma e Como. Nessuno ci crede davvero, ma sono due realtà che hanno un progetto, hanno soldi, stanno crescendo. Nella sagra dell’alternanza che è diventata la Serie A negli ultimi anni, non ci sarebbe da sorprendersi che Gian Piero Gasperini o Cesc Fabregas - che almeno hanno un’idea, poi può non piacere - riescano a infilarsi nella lotta tricolore.
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