Allegri, mica Guariti. Quanti allenatori può sbagliare la Juve pur di non prendere Conte? Inter, i limiti di Chivu e la nostalgia di Inzaghi: rischia di ritrovarselo contro
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Ivan Cardia
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ieri alle 23:20Editoriale
autore Ivan Cardia
20.10.2026 23:20Editoriale
Due su due, dopo l’orrendo quattro su quattro al contrario della scorsa settimana. La Champions League restituisce sorrisi alle italiane, anche se la verità sta sempre noiosamente nel mezzo: non eravamo dei falliti - calcisticamente parlando - dopo quattro ko, non siamo certo usciti dal tunnel dopo due vittorie. Siamo un po’ più Allegri, come Max che ritrova la vittoria con il Napoli.
Ma, appunto, nessuno è guarito. Vale per il calcio italiano, che di problemi da affrontare ne ha mille - per ora si pensa al segretario generale della FIGC, come se importasse a qualcuno -, ma anche per la formazione azzurra, alle prese con una stagione fin qui peggio che deficitaria. Il successo sul Bodo/Glimt non scaccia i fantasmi, anzi. Un po’ per come è arrivato, a fatica. Ma soprattutto perché l’impressione è, ancora una volta, che Allegri proprio non riesca a tirare dal cilindro un qualsiasi coniglio, come pure gli accadeva in passato. Il rifugio del “contano solo i risultati” è una gabbia che si è costruito da solo, pur sapendo benissimo che i risultati vanno inseguiti attraverso la prestazione, e proprio non riesce a uscirne. Il calcio, però, va drammaticamente in un’altra direzione. E non basta un successo affannoso sui norvegesi (che non sono più da tempo i salmonari descritti da qualcuno in passato) per raddrizzare la stagione.
A Torino è stato, nelle ultime ore, il momento del faccia a faccia tra Luciano Spalletti e la sua squadra. Se c’è una critica che non si può fare all’allenatore della Juventus, è che non dica le cose che pensa. Le dice, le ribadisce, le abbellisce, fa giri immensi e poi le ridice. Spalletti è, incontrovertibilmente, un allenatore onesto. Ed è anche un grande allenatore, per quello che ha fatto in carriera. Però non sembra quello giusto per una Juve che è già intervenuta su uno dei problemi a monte - la dirigenza -, ma rischia di buttare all’aria un’altra stagione anche per un ostracismo di dimensioni ai limiti dell’incomprensibile.
Pur di non richiamare Antonio Conte - che tornerebbe di corsa, non è neppure più un segreto -, hanno puntato su chiunque. Su Thiago Motta e la sua proposta rivoluzionaria: male. Su Igor Tudor, il salvatore della patria: peggio che andar di notte. Su Luciano Spalletti, addirittura, ci hanno puntato due volte: al posto del croato, e fin lì poco da dire. E poi ancora dopo che non ha centrato la qualificazione alla Champions League: passi pure l’avvio azzoppato, ma 29 delle 38 giornate dello scorso campionato le ha vissute lui, non si può addossare tutta la colpa a Tudor. Non v’è certezza che Conte possa risolvere i problemi, però è quello che fa da tutta una carriera. Soprattutto, la sensazione è che il no ad Antonio non abbia alcuna motivazione tecnica, ma affondi le sue radici nella rottura con la proprietà, che peraltro ha - ancora meno felicemente, va detto - ostracizzato anche l’altra parte di quella contesa, cioè Andrea Agnelli. Il risultato è che la squadra va sbandando e non riesce a trovare una nuova guida in grado di rimetterla in sesto, mentre Conte è lì sulla riva del fiume.
Alla Juve potrebbe, l’anno prossimo, approdare Simone Inzaghi. Non è una certezza, per ora, ma un naturale sviluppo del percorso di entrambi. Passi lo stipendio multimilionario, ma Simone deve tornare in Europa perché è quello il palcoscenico più naturale per uno come lui. Per informazioni, chiedere all’Inter, che di Cristian Chivu ha già scoperto le virtù, ma sta conoscendo pure i difetti. Il tecnico romeno ha gestito alla grandissima il salto di qualità da Parma, e questo non glielo si potrà togliere mai. Però con Inzaghi l’Inter in Europa era tutt’altra musica. È un periodo, quello inzaghiano, che è stato molto sottovalutato, perché oggettivamente non ha vinto tutti gli scudetti che avrebbe potuto, ma non è mai stato normale vedere i nerazzurri giocare così. Quei meccanismi si sono persi, e la dimensione verticale che ha aggiunto Chivu non vale questo smarrimento: l’Inter dà l’impressione di giocare sempre allo stesso modo, allo stesso ritmo. Se l’avversario va più lento, e in Italia capita quasi sempre, prima o poi la partita l’aggiusta, perché ha una rosa troppo più forte delle altre. In Champions, invece, vanno quasi sempre più veloce, e le difficoltà che sta incontrando finora sono una naturale conseguenza. Se davvero Inzaghi tornasse in Italia, quello con il suo passato sarebbe un rendez-vous molto interessante.
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