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La Champions, il portiere, la gestione di Lautaro: Inter, Chivu deve fare un salto di qualità

autore
Ivan Cardia
Oggi alle 15:00Serie A
autore Ivan Cardia
15.10.2026 15:00Serie A
I nerazzurri guidano la Serie A, ma tra fragilità difensive, gestione del gruppo e difficoltà europee il tecnico romeno è già chiamato a una svolta
www.imagephotoagency.it
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L’infortunio di Lautaro Martinez è solo l’ultima crepa nell’avvio di stagione dell’Inter. Prima in classifica in Serie A, la formazione allenata da Cristian Chivu è a zero punti in Champions League. Ma anche il percorso in campionato, a ben guardarlo, è frutto di un cammino non così lineare, fatto di rimonte e tanti gol subiti. Con una questione aperta - quella del portiere, dopo le incertezze di Josep Martinez - e anche parecchio delicata. Tanti piccoli dettagli che, in un modo o nell’altro, puntano sempre all’allenatore romeno.

Il secondo anno è sempre il più difficile

Vale per gli allenatori quello che Caparezza cantava per i cantanti. Nella sua prima stagione all’Inter, oggettivamente, Chivu ha convinto tutti. La Champions, in realtà, era una macchia, ma non era affatto scontato che un tecnico alle prime armi tra i “grandi” subentrasse a un allenatore che aveva giocato due finali di Champions League e, alla prima occasione, portasse a casa scudetto e Coppa Italia. Abbastanza da far dimenticare il disastroso doppio confronto con il Bodo/Glimt. Nella seconda stagione, però, tutti si aspettano il salto di qualità. E si torna, inevitabilmente, in Norvegia.

Lautaro va gestito

Dall’infortunio di Bodo allo stop di oggi, Lautaro arriverà ad aver saltato in nove mesi più gare (18 contro 13) che nei suoi sette anni e mezzo precedenti. Il capitano vuole sempre giocare, anche quando non è al meglio, ma su questo deve intervenire la mano e la decisione dell’allenatore: se averlo fatto giocare in Norvegia, su un campo impraticabile, può essere perdonabile (ma era la gara d’andata), la mezz’ora di pochi giorni fa con il Parma, dopo la sosta per le nazionali e in una gara già chiusa, è oggettivamente meno comprensibile. A costo d’essere ripetitivi: i calciatori come Lautaro vogliono sempre giocare, sta al tecnico - e va detto che Chivu è uno molto attento a schierare i propri giocatori solo quando sono al top - convincerli che forse non è il caso.

Il caso portiere

Poi c’è, appunto, la questione portiere. Il peccato originale è sul mercato: l’Inter ha promosso Josep Martinez non perché l’avesse meritato - nella scorsa stagione non ha praticamente mai giocato, anche se quando l’ha fatto ha risposto presente -, ma perché non ha ritenuto di poter trovare un’alternativa di alto livello sul mercato. O di poter/voler spendere quello che serviva per metterla a disposizione di Chivu. Ora Cristian ha a disposizione lo spagnolo e Ivan Provedel, che è comunque un vice molto affidabile: spedire in panchina l’ex Genoa può avere effetti controproducenti, ma gli errori, dopo otto partite stagionali, sono già sufficienti. Anche qui subentra una questione di gestione, psicologica: parlarci, spiegargli che forse è un passaggio giusto, tentare un’altra strada senza rischiare di “perderlo”. La concorrenza può sminuire o rinforzare: tutto sta a come viene proposta. L’Inter, oggi, prende troppi gol: in Italia può anche rimontare con (quasi) tutte le avversarie senza neanche sforzarsi più di tanto. In Europa questo discorso non vale.

Champions e presunzione

Ed ecco il contesto generale: la stagione dell’Inter non si misurerà solo dall’eventuale scudetto. Certo, sarebbe il secondo consecutivo, e in Serie A non accade dal ciclo d’oro della Juventus che una squadra - eventualmente - ci riesca. Ma il percorso nerazzurro si valuterà anche alla luce della Champions League, per questioni sia economiche sia sportive. Su quel terreno, per ora, peggio che andar di notte: il bilancio dopo Real Madrid e Club Brugge è negativo senza troppi appelli, se non quello di un calendario abbastanza abbordabile. Con i belgi, al di là del risultato, sono emersi limiti anche relativi al progetto tecnico-tattico: l’Inter attacca facendo massa e non ha più il gioco raffinato di Simone Inzaghi. Chivu ha alzato il baricentro e allungato i reparti, ma quei meccanismi così minuziosi non possono più funzionare allo stesso modo e il rischio di scollarsi è dietro l’angolo. Così l’assenza di un piano B - che anche l’Inter di Inzaghi non aveva - rischia di diventare un problema insormontabile. Se in Italia tendenzialmente le avversarie vanno sotto al ritmo medio che riescono a tenere i nerazzurri - che più o meno giocano sempre alla stessa velocità -, all’estero ci sono squadre che vanno più forte. E l’Inter, che nel suo zoccolo duro dà sempre l’impressione di un peccato originale di presunzione - altro tasto psicologico su cui Chivu dovrebbe riuscire a battere e incidere -, va in affanno.

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