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Spalletti e l’esonero di carta e di pioggia sui taccuini dei tifosiTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Spalletti e l’esonero di carta e di pioggia sui taccuini dei tifosi

Guai all’uomo il cui cuore da giovane non ha appreso a sperare, ad amare e a riporre fiducia nella vita! Joseph Conrad

Può una manciata di gol rifilati a un NEC di nebbiosa provenienza — con quelle magliette con striscia orizzontale che paiono più la divisa di un gregario del Giro d'Italia negli anni eroici di Binda che non l'attrezzatura di un sodalizio calcistico — bastare davvero a estirpare il dubbio dal cuore del tifoso e a consacrare finalmente la nascita di una creatura spallettiana trionfante? O si tratta soltanto di un miraggio nel deserto della Continassa, un fuoco di paglia alimentato da avversari troppo arrendevoli, un effimero balsamo pronto a dissolversi al primo soffio di vento contrario, lasciando il nocchiero toscano ancora una volta solo al timone, in balia di flutti ben più minacciosi?

Nell’aria densa e inquieta di questi giorni bianconeri, tra le redazioni dei giornali e i tavolini bagnati dei bar dello sport, si respira già l’odore acre dell’esonero. È un profumo antico, che pizzica il naso di tifosi e addetti ai lavori, un mormorio insistito che corre di bocca in bocca come un vento di tramontana: c’è chi, con la fede incrollabile dei testardi, non vuole nemmeno sentirne parlare, convinto che le crisi siano solo nuvole passeggere destinate a dissolversi al primo raggio di sole; e c’è chi, al contrario, ha già la valigia pronta per l’allenatore, brandendo la scure del giudizio sommario con la stessa rapidità con cui si cambia canale a metà partita.

Poi si sa il tifoso è un essere mirabilmente bizzarro, un funambolo dell'anima che passa dalle stalle alle stelle nel giro di una manciata di secondi. Ed ecco che, improvvisa come un colpo di scena da baraccone, arriva la roboante vittoria per 5 a 0 in Europa League contro il mediocre NEC. Una goleada che per novanta minuti ha ubriacato i romantici cuori, spingendo una folla di entusiasti a sedare ogni perplessità e a librarsi d'un tratto verso le stelle, dimenticando i patimenti della vigilia e le opache serate di campionato per inneggiare al genio ritrovato. Ma i dubbi restano lì, appostati dietro l'angolo.

C’è una pioggia che non bagna le cose per davvero, ma serve solo a farle sembrare più vecchie. Quando il tifoso guarda la sua squadra perdere strada, gli viene naturale immaginare un addio che nella realtà non c’è ancora stato. Luciano Spalletti sta sempre lì, sulla panchina della Juventus, ma nella testa di chi soffre la domenica quell’esonero è già avvenuto un centinaio di volte. Bisognerebbe arrivarci davvero a Torino, sotto certi portici dove l’aria profuma di caffè amaro e di malinconia, per capire come funziona il cuore di chi tifa. Il tifoso della Juve non sa stare nel mezzo: non gli basta sperare, vuole la certezza del dominio, quella sicurezza antica che un tempo sembrava dovuta. Quando la vittoria traballa, il futuro diventa subito un pensiero nero e la panchina si fa solitudine. Sognare l’addio dell’allenatore è un modo come un altro per difendersi dal dolore. Si pensa che basti cambiare un uomo per cancellare le serate storte, per ritrovare quel calore e quell'anima che sembrano smarriti. È l’illusione che voltando pagina, da qualche parte, ci sia ad aspettarci un mattino più chiaro. Ma intanto la pioggia continua a cadere e la realtà resta lì, stanca, a fare i conti con la pazienza che manca.

Abbiamo ora contemplato la malinconia quasi autunnale con la pipa spenta in bocca e lo sguardo perso, ma ci sono momenti in cui l’unica chiave di lettura possibile diventa quella regalataci dall'inimitabile scrittore britannico. Immaginiamo, per un istante, la panchina della Juventus come una di quelle barche sul Tamigi occupate da tre cittadini londinesi – diciamo George, Harris e Jerome – convinti di essere degli esperti navigatori e invece completamente incapaci di distinguere la prua dalla poppa. La scena è tragicomica. Luciano, nelle vesti di un capitano Jerome un po’ sovraeccitato, sbraita dalla linea laterale brandendo una cartellina tattica che assomiglia a una mappa del tesoro disegnata da un bambino miope. «Remate! Sfruttate le corsie esterne! Mantenete il baricentro alto!» urla, mentre i suoi centrocampisti si scontrano l’uno contro l’altro con la grazia scoordinata di tre cani bassotti che cercano di infilarsi contemporaneamente nella stessa cuccia. Harris – l'imprendibile trequartista pagato a peso d'oro – si ferma a metà campo a sistemarsi i calzettoni, lamentandosi del fatto che l’umidità disturba la sua ispirazione artistica. George, ovvero il terzino sinistro, guarda la palla sfilargli tra le gambe con la placida indifferenza di chi sta aspettando l’autobus in un giorno di sciopero generale. E in tutto questo bailamme, a completare il quadretto, ci mancava soltanto Montmorency. Il celebre fox-terrier della comitiva britannica avrebbe fatto bella mostra di sé in mezzo al campo, offrendo prestazioni tattiche e un senso della posizione persino più ordinati di quelli ammirati in queste uscite stagionali, magari mettendosi comodo sul dischetto del rigore a guardare la palla rotolare via con aria di sufficienza.

E adesso? Eccoci giunti al dilemma shakespeariano, tragicamente piantato sull'orlo della sosta per le nazionali e, soprattutto, sul ciglio della supersfida di oggi pomeriggio contro l’Atalanta. Basterà la goleada agli olandesi a sterilizzare i malumori, o sarà proprio la Dea – con il suo pressing asfissiante e la sua lezione di calcio impartita dal vecchio Sarri – l'ago della bilancia capace di buttare giù o salvare definitivamente Spalletti? La dirigenza si torce le mani nei salotti ovattati della Continassa, mentre sullo sfondo aleggia l'ombra pesante, ingombrante e magnetica di Antonio Conte, pronto a riaccendere quel furore antico che sembra svanito nel nulla.

Arrivati a questo punto, spogliati momentaneamente della sciarpa e vestiti degli abiti del filosofo di provincia, ci tocca interrogarci sul senso ultimo delle cose: il cambiamento serve davvero a redimere i peccati, o è soltanto l'ennesimo giro sulla stessa giostra rotta? Nel dubbio che la salvezza stia in una carezza o in una rivoluzione, mentre la pioggia continua a battere sui vetri e l'orologio scorre inesorabile verso il fischio d'inizio di oggi pomeriggio, la grande domanda rimane lì, sospesa nell'aria fredda di Torino: riuscirà il vecchio nocchiero ferito a raddrizzare la barca contro lo scoglio atalantino, o ci ritroveremo tutti a recitare il de profundis prima di cena?

In fondo, la vera fortuna del tifoso sta proprio qui: nell’essere l’unico essere vivente capace di pretendere la felicità eterna da novanta minuti di corsa dietro a un cuoio cucito. Se Spalletti affonderà contro l’Atalanta o se inventerà l’ennesima piroetta tattica per restare a galla — esorcizzando l'ennesimo esonero immaginato al banco del bar — cambierà ben poco nell’economia dell’universo, ma cambierà tutto nella digestione della nostra domenica sera.

E allora tanto vale prenderla con filosofia, quella buona da osteria: in attesa che la dirigenza decida se comprare un nuovo timoniere o direttamente una barca più grande, conviene tenersi stretta l'illusione. Perché se è vero che la giostra è rotta e continua a girare a vuoto, è anche vero che finché c’è un pallone al centro del campo, persino tre uomini in barca — e un cane su un dischetto del rigore — hanno il diritto di credere che la prossima sponda sarà quella della terra promessa.

Roberto De Frede

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