Il fantasma nella macchina e l’illusione della verità assoluta
Al bar dello sport si dice sorridendo amaramente, tra un caffè e un cornetto, che l'Italia è una repubblica fondata sul calcio e sul sospetto. Al centro di questo crocevia tra passione cieca e cavillo normativo siede, in questo momento storico, Gianluca Rocchi, il "designatore", una figura che in questi anni ha assunto i tratti di un protagonista shakespeariano, sospeso tra il potere di decidere i destini del campo e la fragilità di una classe arbitrale. Il nome poteva essere Mevio, Tizio, Sempronio, la sostanza difficilmente sarebbe cambiata, visto come vanno le cose. Se il calcio fosse un romanzo, l'arbitro non ne sarebbe l'eroe, ma l'antagonista involontario, il cui princeps è appunto chi designa, colui che incarna perfettamente il ruolo del deus ex machina che, invece di risolvere il dramma, spesso lo complica fino alla tragedia, per restare in tema.
In un'epoca di iper-visibilità, disgraziatamente grazie al VAR, l'errore arbitrale non è più un incidente di percorso, ma una macchia indelebile. L'introduzione del VAR nel calcio era stata accolta come l'avvento di un messia tecnologico, una promessa di redenzione dall'errore umano che, per decenni, ha alimentato il sospetto e la polemica barocca delle domeniche italiane: la tecnologia non elimina il giudizio, lo sposta soltanto. Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che questa spinta verso l'automazione sia mossa da un sincero anelito di onestà. Dietro la maschera della precisione tecnologica si cela un intreccio di interessi economici e di potere che operano in una zona d'ombra quasi metafisica. Per le grandi holding e i colossi delle scommesse, l'incertezza umana è un rischio finanziario. Una macchina garantisce una standardizzazione che rende il "prodotto calcio" più vendibile, scalabile e privo di variabili scomode. Come insegnava Foucault, il potere moderno non si esercita più con la forza bruta, ma attraverso la norma e la sorveglianza. La tecnologia nel calcio è la forma suprema di controllo: chi programma l'algoritmo detiene le chiavi della verità. Chi stabilisce i parametri della macchina? Chi gestisce i server dove vengono processati i destini di un campionato? Il potere si è spostato dal fischietto sul campo a una stanza asettica, abitata da tecnici e burocrati i cui nomi restano ignoti al grande pubblico. È un potere misterioso, che si auto-giustifica attraverso la scienza per nascondere la propria natura politica. Dietro la parvenza di una giustizia algoritmica "uguale per tutti", si consolida un sistema dove il denaro e l'influenza tecnologica decidono le sorti del gioco. Il calcio, nato come espressione di popolo e di passione, rischia di finire come un esperimento di ingegneria sociale.
Il desiderio di una giustizia totale attraverso il VAR richiama il paradosso di Jorge Luis Borges in Del rigore nella scienza. Borges scrive di un impero così ossessionato dalla precisione da creare una mappa della stessa grandezza del territorio. Nel calcio moderno, stiamo tentando di sovrapporre la mappa digitale (il frame rallentato, la linea del fuorigioco tirata al millimetro) alla realtà dinamica e caotica del gioco. Tuttavia, come insegna lo scrittore argentino, la mappa non è il territorio. Quando Rocchi o i suoi arbitri si trovano davanti allo schermo, non guardano la realtà, ma una sua rappresentazione mediata. L'errore non risiede nel sensore, ma nell'occhio di chi interpreta quel pixel, trasformando l'oggettività scientifica in una nuova forma di soggettività iper-tecnologica.
Friedrich Nietzsche sosteneva che non esistono fatti, solo interpretazioni. Questa massima sembra descrivere perfettamente l'attuale crisi dell'arbitraggio. Nonostante la macchina offra un'immagine nitida, la decisione finale resta un atto di volontà umana. La polemica scoppiata attorno alla gestione Rocchi non riguarda la qualità delle telecamere, ma la parzialità dell'arbitrio. Dietro la macchina c'è ancora un uomo che deve decidere se un contatto è "congruo" o "negligente", termini che appartengono alla sfera della semantica, non della matematica. Finché la giustizia dipenderà da un aggettivo e non da un numero, l'ombra del sospetto, ciò che Nietzsche chiamerebbe il risentimento, continuerà a inquinare il campo.
Se poi a tutto questo ci si debba preoccupare alla fonte anche della designazione arbitrale… Beh il designatore opera nell'ambito della discrezionalità tecnica, la scelta di inviare un arbitro invece di un altro per un big match, non è un atto amministrativo puro, ma una valutazione basata su meritocrazia, esperienza e opportunità. Chissà perché ho la sensazione che state storcendo il naso...
Mi sovviene la figura del Panopticon, ideato da Jeremy Bentham nel XVIII secolo, quale modello architettonico carcerario descritto da Michel Foucault come metafora del potere disciplinare moderno. Consiste in una torre centrale di sorveglianza circondata da celle, permettendo un controllo totale, invisibile e continuo. Gli individui, sapendo di poter essere osservati ma non sapendo quando, interiorizzano la sorveglianza, autodisciplinandosi. Il VAR, badate bene, ha creato un Panopticon invertito dove l'arbitro è osservato da milioni di persone, ogni suo battito di ciglia è analizzato, eppure questa visibilità totale non produce giustizia, ma paralisi.
Più la tecnologia cerca di rendere trasparente il gioco, più ne rivela l'intrinseca fragilità. La "macchina" non è un giudice imparziale, è un amplificatore del dubbio. La rabbia dei tifosi e delle società non è rivolta al monitor, ma al "Fantasma nella Macchina", per citare Gilbert Ryle: quell'intelligenza umana che, pur avendo tutte le prove, sembra scegliere una direzione piuttosto che un'altra. Se il calcio dovesse mai scivolare verso una totale automazione algoritmica, non assisteremmo alla nascita della giustizia perfetta, ma al funerale della sua anima. Trasformare il rettangolo verde in un laboratorio di calcolo significa, di fatto, amputare la componente narrativa ed epica che rende questo sport l'ultima vera liturgia laica della modernità. Pier Paolo Pasolini definiva il calcio come l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. In questa visione, l'arbitro non è un semplice notaio, ma un elemento del dramma, un dio fallibile che cammina tra gli uomini. Se sostituiamo questo dio con un'Intelligenza Artificiale infallibile, distruggiamo ciò che Walter Benjamin chiamava l'aura dell'opera d'arte. Senza l'errore, senza il dubbio, il calcio smette di essere un racconto e diventa un prodotto industriale. Il calciatore non è più un eroe che sfida la sorte, ma un ammasso di dati biometrici analizzati da un software che ne decide il destino in tempo reale. In questo scenario, la passione muore perché viene meno l'imprevedibilità, ovvero il respiro stesso della vita.
Letterariamente, il calcio è un'epopea. E come ogni epopea, vive di tragica fallibilità. Tentare di epurarlo dall'errore umano attraverso la tecnologia è un esercizio di hýbris (superbia) che gli dei del calcio sembrano voler punire. La giustizia perfetta non appartiene a questo mondo. Finché ci sarà un uomo a premere il tasto "pausa" ad una macchina o designare secondo calcoli ignoti un arbitro anziché un altro, la verità rimarrà un concetto fluido, una narrazione che cambia a seconda di chi tiene in mano il telecomando o la penna. Forse, invece di cercare una macchina che ci renda giusti, dovremmo accettare che il calcio, come la vita, è meravigliosamente e ingiustamente imperfetto. Sì dovremmo accettare proprio questo, ma mai il dolo e l’antisportività che distruggerebbero per sempre l’avverbio “meravigliosamente”, quello che ci fa ancora sognare e raccontare storie.
Roberto De Frede
P.S. Doveroso un mio ricordo per Alex Zanardi, un vero Campione. Egli non ha mai cercato il traguardo per chiudere una corsa, ma per dimostrare che il destino si può guardare negli occhi e sfidare con l'invincibile eleganza di un sorriso; Alex ha insegnato al mondo che la vera vittoria non sta nell'integrità del corpo, ma nella capacità di trasformare ogni polvere in ali, sollevando al cielo non un trofeo, ma la dignità di chi non si arrende mai. Ha insegnato tanto ad ognuno di noi.





