Moreno, ex tecnico di Fabregas al Monaco: "Il suo Como oggi sta evolvendo l'intera Serie A"
Dalla Roma di Luis Enrique alle panchine di Monaco e Granada, passando per l’esperienza da commissario tecnico della Spagna e gli anni trascorsi nello staff del Barcellona. Il percorso di Robert Moreno, nonostante i suoi 48 anni, è già ricco di tappe internazionali e di contesti calcistici molto diversi tra loro. Un viaggio che lo ha portato a lavorare in tre Paesi e a confrontarsi con culture tattiche differenti, costruendo una visione del gioco sospesa soprattutto tra due mondi: quello spagnolo e quello italiano. Proprio questo doppio sguardo rende particolarmente interessante la sua lettura di uno dei fenomeni più sorprendenti della Serie A di quest’anno: il Como di Cesc Fabregas. Il club lariano, oggi al quarto posto e pienamente in corsa per un piazzamento Champions, rappresenta uno dei progetti più curiosi del campionato italiano, capace di unire principi di gioco di matrice spagnola e adattamento alla tradizione tattica della Serie A.
Chi meglio di Moreno, che Fabregas lo ha allenato ai tempi del Monaco, per analizzare il percorso dell’ex centrocampista di Arsenal, Barcellona e Chelsea nella sua nuova veste da allenatore? Nell’intervista concessa a TuttoMercatoWeb.com, il tecnico spagnolo racconta il Fabregas giocatore - già allenatore in campo - e spiega perché il progetto del Como rappresenti uno dei laboratori più interessanti del calcio europeo, per poi ripercorrere il suo personale legame con l’Italia, nato durante l’esperienza nella capitale, e chiarire definitivamente le voci circolate negli ultimi mesi sulla sua avventura al Sochi.
Robert Moreno, partiamo dall'Italia e dall'esperienza a Roma come vice di Luis Enrique nel 2011-2012. Che ricordi ha di quel periodo?
"Roma è stata una delle tappe più belle della mia vita, sia sul piano professionale che su quello personale. La città è già di per sé una lezione, c'è qualcosa in Roma che ti mette in prospettiva, che ti ricorda che il calcio fa parte di qualcosa di molto più grande. Ma al di là di quello che l'Italia ti dà come persona, quello che ho portato via dal calcio italiano è una comprensione del gioco che non avrei acquisito da nessun'altra parte. L'esigenza tattica della Serie A è unica. La soffrii ogni giorno: ogni settimana dovevamo innovare, perché gli allenatori italiani si accorgevano subito di quello che facevi e ti contrastavano con una velocità e una sofisticazione che ti obbligava ad evolverti costantemente. Quella pressione quotidiana mi ha reso un allenatore migliore. L'Italia sarà sempre la mia seconda casa. Mia moglie e io ci siamo sentiti lì in modo molto speciale, e poi, dopo la tappa a Monaco, siamo andati a vivere un anno a Milano e abbiamo goduto enormemente della città e della cultura. Quello che noto è che gli spagnoli e gli italiani si assomigliano molto: la passione per il gioco, il modo di vedere il calcio, l'importanza che attribuiamo al lavoro tattico, l'intensità".
C'è uno spagnolo che sta trionfando in Italia: Cesc Fabregas. Che idea si è fatto del suo Como?
"Il Como è uno dei progetti più interessanti del calcio europeo in questo momento, e non lo dico per il mio rapporto con Cesc, lo dico perché quello che stanno costruendo ha una coerenza che è rara nel calcio moderno. Il suo modello di gioco ha radici chiaramente spagnole: possesso lavorato, uscita pulita dal basso, pressing organizzato. Ma l'aspetto affascinante è che quel modello non viene importato meccanicamente, ma viene adattato al campionato italiano, con tutto quello che questo richiede. Ed è enormemente difficile farlo bene. E a questo si aggiunge la scommessa sui giovani giocatori di grande talento. Per farlo bisogna avere coraggio. Quello che trovo più prezioso in quello che sta facendo il Como è dimostrare che la Serie A può assorbire e arricchire quella filosofia, non rifiutarla. Il calcio italiano ha sempre avuto giocatori con un'intelligenza tattica individuale straordinaria. Quando questo si combina con un'idea di gioco collettiva chiara, il risultato può essere qualcosa di molto speciale".
Che ricordo ha di Fabregas come giocatore? Ci può raccontare qualche aneddoto di quando era con lui?
"Avere Cesc in campo era come avere un allenatore dentro il terreno di gioco. E fuori dal campo era come avere il tuo stesso io là dentro, qualcuno che poteva dare indicazioni agli altri giocatori, che capiva esattamente cosa serviva perché pensava come pensi tu. Ma quello che mi impressionava di più di Cesc non era solo la sua intelligenza tattica durante le partite, bensì quello che accadeva negli allenamenti. Aveva un interesse genuino, quasi ossessivo, per il lavoro che facevamo. Ricordo in particolare il lavoro individuale che abbiamo svolto con giocatori come Tchouaméni - che oggi è al Real Madrid - per sviluppare determinate caratteristiche che andavano affinate. Cesc restava a guardare. Voleva ascoltare, capire il perché di ogni esercizio. In quel momento era già chiaro che c'era qualcosa di più in lui di un calciatore straordinario. C'era già un allenatore in attesa. Quello che sta ottenendo al Como, la scommessa che sta facendo sui giovani, il modo in cui sta costruendo un modello di gioco in condizioni molto esigenti, per me non è una sorpresa. Lo avevo visto arrivare".
Crede che Fabregas possa avere successo in un top club un giorno? Cosa pensa del suo modo di vedere il calcio?
"Non ho nessun dubbio. Il modo in cui Cesc capisce il calcio è quello di qualcuno che ha giocato nei migliori club del mondo e ha elaborato tutta quella conoscenza in modo molto profondo. Non si improvvisa, e non lo danno le licenze né i corsi. Lo dà l'aver vissuto il gioco dall'interno per decenni. Quando lo senti parlare di transizioni, di linee di passaggio, di tempi, di come si rompe un blocco difensivo, sta parlando il giocatore che è stato, sì, ma sta già parlando anche l'allenatore che sta diventando. E quello che sta facendo al Como con le risorse che ha è la migliore lettera di presentazione possibile per un top club. La domanda pertinente non è se può avere successo a quel livello. Credo di sì. La domanda è quando e con quale progetto si realizza quella somma. Perché non basta la conoscenza, serve un proprietario che capisca il processo, che si fidi dei tempi, che non vada nel panico davanti a un momento difficile. Nel calcio moderno, questo è il bene più raro".
E a lei piacerebbe tornare in Serie A, stavolta magari come primo allenatore?
"L'Italia è un mercato che mi attrae enormemente, e non lo dico come risposta diplomatica, lo dico perché ho ragioni molto concrete. Ho lavorato a Roma, conosco la cultura tattica italiana dall'interno. Parlo la lingua correntemente. E sento che con l'Italia condivido qualcosa di più della lingua: la passione per il dettaglio, il modo di vedere il calcio, l'intensità con cui si vive il gioco. Ho un legame personale e professionale con questo paese che è genuino. La Serie A attraversa inoltre un momento molto interessante: ci sono club con progetti ambiziosi, una nuova generazione di dirigenti che guarda all'Europa con fame, e un campionato che esige e stimola allo stesso tempo. Se arrivasse una proposta seria da un club con una reale ambizione di costruire qualcosa, la valuterei con grandissimo interesse. Nel calcio non mi pongo confini geografici, quello che cerco è il progetto giusto".
Infine, un'ultima battuta per chiudere una volta per tutte il caso Sochi: cosa c'è di vero sulle voci legate al suo presunto esonero causa ChatGPT?
"Questa vicenda merita di essere raccontata con precisione, perché è un caso di studio su come funziona la disinformazione nell'era digitale. L'origine di tutto è un'intervista rilasciata dall'ex direttore sportivo dell'FK Sochi a Sport24.ru nel gennaio 2026. Quell'ex dirigente era stato esonerato dal club il 30 giugno 2025. Io me ne sono andato il 2 settembre 2025. Non è stato testimone della mia partenza. L'articolo originale russo non dice mai che sono stato esonerato per aver usato ChatGPT, quel nesso causale non esiste nella fonte. Quello che è successo dopo è l'effetto valanga più chiaro che abbia mai visto: un media negli Stati Uniti ha ripreso la storia e ha cambiato il titolo. Dal russo 'L'ex allenatore del Sochi usava regolarmente reti neurali' è diventato 'Fired for using ChatGPT'. Quella trasformazione è un'invenzione editoriale. Da lì si è propagata come una valanga. La realtà è questa: mi hanno assunto, mi hanno rinnovato il contratto fino al 2027, ho promosso la squadra nella Premier League russa, e ci siamo separati per motivi di risultati. ChatGPT non appare in nessuna parte di questa storia. Me lo hanno chiesto direttamente su MatchTV, il principale canale sportivo russo, e ho risposto con totale chiarezza: 'Che ChatGPT determini la tattica o il piano di gioco è assurdo. Le decisioni sportive le prendono le persone, l'ho sempre fatto insieme al mio staff tecnico'. C'è una domanda che riassume tutto: se ChatGPT dirigeva la squadra e il risultato era catastrofico, come abbiamo ottenuto la promozione? E perché mi hanno rinnovato? I fatti sono documentati. Le voci, no".
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