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Attenti a dare per morta l’Inter. Roma: che torto a Manchester, ma Gasp lasci stare Baresi. Il vero errore di De Laurentiis: Napoli non è per i grandi gestori. Galliani-Malagò, quanti colpi bassi

autore
Ivan Cardia
ieri alle 23:30Editoriale
autore Ivan Cardia
03.11.2026 23:30Editoriale
La caccia al piccione sull’Inter di Cristian Chivu parte subito. È bastato un derby giocato oggettivamente male per far partire il processo, esterno e in parte interno - perché dei problemi ci sono - a una squadra che in Champions League è tornata a mostrare il suo lato feroce. A Rotterdam, i nerazzurri hanno mandato un messaggio: nonostante i jolly europei siano finiti, ci sono eccome. Quanto al campionato, al termine della scorsa edizione della Serie A l’Inter ha trionfato senza portare a casa quasi nessuno scontro diretto, sicuramente non i derby. Al netto di tutte le incertezze di una squadra che negli ultimi anni ha vinto meno di quello che poteva, e che sicuramente spesso si sopravvaluta rispetto all’avversario, è la continuità il segreto di questa formazione. Quanto al mercato dei nerazzurri, si fa un gran parlare dell’eventuale quinta punta. Ci divertiamo anche noi, ma intanto Beppe Marotta ha - giustamente - chiuso a Mauro Icardi. E penso che non sia così scontato l’arrivo di un attaccante anche a gennaio. O meglio: avrebbe molto più senso puntare su un ragazzo. Nell’Under 23 forse non ce ne sono di pronti per reggere il ritmo, ma la seconda squadra - in teoria - serve a questo: con un parco attaccanti composto da Lautaro, Thuram, Esposito e Bonny, un ulteriore puntero giocherebbe comunque poco e nulla. Tanto vale dare spazio a un ragazzo che in C ha iniziato a farsi le ossa come, per esempio, Lavelli, già visto. Tornando alla Champions: a Manchester si è vista una cosa brutta. Non tanto la prestazione sfortunata di Leonardo Balerdi, che pure finora ha fatto benissimo e Gian Piero Gasperini aveva paragonato - per caratteristiche, non valore assoluto - a Franco Baresi. Ecco: lasciamo perdere i paragoni, portano sfiga. La cosa peggiore è quel rigore ribattuto da Bruno Fernandes, per una porzione di spalla di Bryan Cristante in area. Il VAR non è intervenuto per correggere il clamoroso abbaglio dell'arbitro - Cunha cade già prima del presunto contatto con Mancini -, salvo poi consentire ai Red Devils il replay del penalty parato dal portiere giallorosso. E qui c'è bisogno che qualcosa ce la spieghino: o i monitor si accendono sempre o non si accendono mai, così è una sconfitta che lascia un retrogusto amarissimo. La trasferta del Napoli in casa del Porto sarà lo scenario di un what if per Aurelio De Laurentiis: e se avesse puntato su Francesco Farioli? L’allenatore italiano è un vecchio pallino di ADL, che raramente, quando si è trattato di scegliere il manico, ha sbagliato, ma questa volta sembra di sì. La tentazione è dire che De Laurentiis abbia sbagliato scelta quando è andato sul sicuro: Massimiliano Allegri come Carlo Ancelotti, le due grandi delusioni - posto che poi Carletto s’è preso una rivincita mica da poco su chi pensava fosse finito - dell’era partenopea del produttore cinematografico. A questa impressione si potrebbe però obiettare che, in realtà, anche prendere Antonio Conte, al netto dei dubbi sul rapporto con la piazza (già affrontati però all’Inter), era andare sul sicuro. E che non lo era mica tanto con Rudi Garcia, altro macro errore. Allora, forse, il punto è un altro. C’entra la squadra: quella attuale ha bisogno di andare a mille all’ora, come faceva con Conte. Con Allegri, che s’è rintanato nella sua immagine di tecnico anti-calcio, questo non succede. C’entra, forse ancora di più, la piazza. Nelle sue meraviglie e contraddizioni, Napoli è la città di Masaniello e mica di Cavour. Napoli, a costo di essere banali, vive di grandi emozioni e non di chi vuole gestire quelle che già ci sono. È un cortocircuito che forse De Laurentiis ha mal considerato, e chissà che quella passione non avrebbe saputo nutrirla meglio lo stesso Farioli o, perché no, quel Vincenzo Italiano su cui, nonostante tanto facesse pensare a lui come uomo giusto, ADL non ha avuto il coraggio di puntare. È agli sgoccioli la prima fase della lunghissima campagna elettorale tra Adriano Galliani e Giovanni Malagò. Mancano però 40 giorni all’elezione del prossimo presidente federale e saranno molto intensi. Anche nel modo più deteriore del termine, dato che questa partita si gioca anche a base di colpi bassi. Questione di nomine e di ombre (improbabili) di conflitti di potere, doppie firme e un regolamento di conti che rischia di lasciare strascichi pesanti anche quando la FIGC avrà finalmente un nuovo presidente. È una vicenda che, se continuerà su questa falsariga, rischia di spaccare il calcio italiano molto più a lungo di quanto non sembri. E adesso partirà uno squalificante mercatino dei voti. Nel frattempo, di sostanza e contenuti, ci pare ci sia davvero poco, per non dire praticamente nulla. È un gran peccato.

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