Dall'Italia alle Samoa, la storia di mister Raccuglia: "In Oceania il tempo ha un valore diverso"
Da Leinì (comune alle porte di Torino) a Auckland, dall’Italia alla Nuova Zelanda, fino a insegnare calcio nelle Samoa. Un viaggio che va ben oltre il tempo e la distanza e abbraccia nuove culture, calcistiche e non solo. L’incredibile storia di Valerio Raccuglia, adesso allenatore, comincia di fatto il giorno del suo infortunio: a 28 anni è costretto a dire basta nella sua carriera da calciatore e, tramite amici, decide di trasferirsi a lavorare in Danimarca, prima come scout e poi come assistente allenatore. La vita nel mondo del calcio è spesso precaria e così, dopo un licenziamento inatteso, Raccuglia decide di prendersi un periodo per sé e la sua famiglia in Nuova Zelanda. Il risultato? Dal 2011 l’Oceania è diventata casa sua.
Raccuglia, qual è stato l’impatto con la Nuova Zelanda?
Per molti aspetti uno shock. In Italia e in Danimarca il calcio era ovunque, in Nuova Zelanda potevi trovare al massimo un articoletto di tre righe sul giornale. In tv c’era prevalentemente il rugby, con repliche infinite delle gare degli All Blacks, anche quando c’era una partita di calcio dal vivo (che non veniva trasmessa). E poi anche vedere le partite di Champions League, la mattina, sorseggiando un caffè: mi ha fatto effetto. Ho iniziato a lavorare fin da subito con i settori giovanili, poi a Wellington come analista per i Phoenix, e una volta lì, dopo la licenza presa in Europa, ho aggiunto anche quella in Oceania.
Il calcio attualmente come si pone a livello di diffusione rispetto al rugby?
Qui in Nuova Zelanda il calcio è cresciuto negli ultimi dieci anni. Nelle scuole ora ci sono più calciatori che giocatori di rugby. Avere due squadre che giocano nella A-League, il campionato professionistico australiano, ha sicuramente inciso. Ora servono le persone giuste al posto giusto per mantenere questo trend.
E il livello in Nuova Zelanda com’è?
Per quanto riguarda la Nazionale, non avendo più l’Australia, chiaro che le qualificazioni ai Mondiali sono diventate quasi scontate. In virtù di ciò la Federazione riesce ad organizzare anche amichevoli di alto livello, e sempre più giocatori neozelandesi sono in Europa, o nelle massime serie o in seconde divisioni importanti come quella inglese.
Ed è in questo contesto che sei stato allenatore per più di due anni della squadra U23 dell’Auckland City.
L’Auckland City è stata a lungo la realtà più rappresentativa della Nuova Zelanda e ha avuto in numerose occasioni la vetrina della Coppa del Mondo per club. Con la fondazione dell’Auckland Football Club (che gioca nella A-League australiana) la competizione cittadina è aumentata.
E poi è nata anche l’occasione di diventare il CT delle selezioni U16 e U19 delle Samoa
Nel continente non siamo mai scesi sotto il settimo posto, vincendo anche alcune partite di qualificazioni per i mondiali di categoria, ma il modo di allenare è completamente diverso rispetto alle nostre abitudini: in Europa la tecnica di base si impara da piccoli, alle Samoa lo facevamo con i ragazzini di 16 anni, a cui abbiamo dovuto insegnare anche le motivazioni di alcuni movimenti. Ho trovato però ragazzi sempre volenterosi e desiderosi di imparare: il lavoro è stato facilitato da questo aspetto. E poi anche nelle isole oceaniche il calcio è sempre più in espansione. Poi, certo, ci si deve adattare a molte situazioni…
Ad esempio?
Qui nelle isole gli orari non hanno alcun valore. Se l’allenamento è fissato alle 16, si inizia alle 16:15 ma poi i giocatori arrivano un po’ per volta. Il tempo e la puntualità hanno un altro significato. Non è stato facile da gestire per chi, come me, è cresciuto con le regole da rispettare e le multe da pagare in caso di ritardi agli allenamenti. Ci si deve però adeguare e venirsi reciprocamente incontro, tutte esperienze che mi hanno insegnato l’arte della flessibilità
Il legame con l’Italia è rimasto in qualche modo?
Parenti e amici sono ancora in Italia. Sono da sempre tifoso della Lazio e sai perché? Per non scontentare né mio zio, tifoso del Torino, né mio padre, tifoso della Juventus. Quando ero bambino mi avevano fatto l’abbonamento per entrambe le squadre: io ero contentissimo perché così tutte le domeniche ero allo stadio. Alla fine, quando ho dovuto scegliere, per un gusto cromatico sui colori della maglia ho scelto la Lazio. Pochi anni dopo in biancoceleste è arrivato Gascoigne, il mio giocatore preferito dell’epoca. Evidentemente era destino.
Cosa vedi nel tuo futuro?
Sono stato alcune settimane nelle Samoa Americane ma non si è concretizzato niente, per il momento. La carriera dell’allenatore è sempre incerta: potrei anche decidere di lasciare l’Oceania – anche perché ho ricevuto alcune telefonate dall’Asia e abbiamo preso in considerazione anche l’idea di tornare in Europa - ma i miei figli sono cresciuti o addirittura nati qui, per cui non sono poche le valutazioni da fare. Quando siamo arrivati qui l’idea era di rimanere un anno e invece adesso sono 15 anni che siamo in Nuova Zelanda, ma per un allenatore, in qualunque continente, vige la stessa regola: non si può non lavorare.
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