Il paradossale caso di El Shaarawy: da simbolo a pedina economica
Matteo Calcagni
Si è preso sulle spalle il Milan nel momento più buio della stagione, ha segnato 19 reti complessive (tantissime se consideriamo il ruolo e l'età), è stato identificato come simbolo del nuovo corso rossonero... E ora? Ascoltare di un El Shaarawy cedibile fa male, non tanto per il valore (comunque altissimo) del giocatore, ma per quello che ha rappresentato e rappresenta tuttora per i rossoneri. Non è detto che l'attaccante savonese venga venduto, ma i presupposti non sono affatto confortanti, se pensiamo ai vari precedenti che varcano la mente: ogni qual volta che è partito un tourbillon mediatico per la partenza di una stella rossonera, quest'ultima è stata quasi sempre ceduta. Ma in questo caso le cose stanno diversamente: sarebbe più difficile digerire la partenza di un '92, italiano e desideroso di continuare nel Milan, divenuto idolo grazie alle sue immense qualità e al suo interminabile spirito di sacrificio. Una cessione di questo genere cozzerebbe con lo sbandierato progetto giovani, ma soprattutto andrebbe a far decadere da subito quel ricercato senso di appartenenza, fondamentale per costruire un gruppo solido ed aprire un vero e proprio ciclo.
Alcuni sono preoccupati per quello che è stato il rendimento di Stephan negli ultimi mesi della stagione, ma anche qui ci sarebbero degli appunti da fare. El Shaarawy ha smesso sì di segnare dal derby di ritorno (datato 24 febbraio), ma le sue prove sono state eccellenti almeno fino ad aprile. Non bastano un paio di mesi appannati per bollare un giocatore, anche i fenomeni assoluti sono interessati da cali fisici e mentali: è semplicemente un effetto collaterale di questo calcio forsennato. Eppure il Milan non sembra stia blindando il suo campioncino, forse annebbiato dalle offerte incredibili, oppure deciso a cambiare rotta, modulo e filosofia.


