Il cuore e la ragione sono ai ferri corti
Luca Serafini
Bisogna avere equilibrio nella vita, in ogni cosa, specie nel giudizio e soprattutto se il proprio mestiere è l'informazione. Dunque non è che oggi, avendo lasciato "Milan Channel", ci si senta per forza in dovere di criticare. Di essere disfattisti. Di remare contro. Per remare contro basta e avanza fare 2 punti tra Verona, Torino e Bologna. Per remare contro basta aggrapparsi alle assenze dimenticando scientemente che contro Verona e Torino erano presenze. Per criticare ed essere disfattisti basta guardare la classifica, il distacco dalle prime, i 10 gol subìti in 5 partite. Da applausi in questo Milan è rimasto l'amore dei tifosi incrollabili, che non si permettono di gufare nella speranza che cambi qualcosa, soltanto perché - appunto - l'amore non lo prevede e non lo consente. Mai. Ecco perché la depressione l'impotenza in molti tifosi veri, è superiore oggi persino alla rabbia. Dopo la sconfitta di Verona, contro 3 avversari (Torino, Celtic, Bologna) chiaramente, nettamente inferiori, i rossoneri hanno segnato 2 gol 3 volte su 3 negli ultimi scampoli di gioco. Per il cuore, dicono gli ottimisti, resta pur sempre un organo del corpo umano come il culo che pure va benissimo anche ai pessimisti. Non lasciano nemmeno lo spazio di recriminazioni arbitrali oggettive come contro Napoli e Bologna, perché gli errori di Muntari e soprattutto Matri nelle 2 partite sono stati - se possibile - peggiori di quelli degli arbitri. Il senso di impotenza sta nel vedere una squadra costretta sistematicamente a giocare ogni gara in 7-8 quando va bene, con sbavature difensive cui non si pone mai rimedio e occasioni da gol divorate forse anche per pochezza tecnica, oltre che per ansia. Altro problema è che nel dopo-partita spesso lo spettacolo è più stucchevole che in campo: c'è chi vede sempre e comunque un buon Milan, che a Natale sarà con i primi. Quindi persino il più in malafede dei non-evoluti è costretto ad arrendersi, aspettando le strenne e l'Epifania.
Di buono c'è che Poli si dà molto da fare, che Mexes e De Jong sono cresciuti, che comunque mancano pur sempre giocatori importanti come Montolivo e (se ci è permesso) El Shaarawy. Di buono ci sarebbe, eccome, Balotelli se riuscisse a estirparsi il nido di vespe sotto la cresta.
Non abbiamo un governo e dunque nemmeno uno Stato, sotto scacco degli umori oggi di Bruxelles, domani della Merkel, dopodomani di Obama, ogni giorno dei politici italiani. Quindi è impossibile, non essendoci riusciti quando la crisi non c'era, che proprio in questo momento storico qualcuno possa far fare all'Italia progressi sul piano della cultura sportiva, di una parte del pubblico e di molti suoi interpreti in campo e in tribuna. Così la giustizia sportiva spara all'impazzata sul mucchio, mescolando e confondendo la piaga sociale del razzismo ai semplici cori beceri del Vesuvio che deve eruttare, di Milano che deve finire in fiamme, di etnie, genitori e colori della pelle che valgono solo per cinquanta sfigati in tutte le Curve. E siccome non riescono, non possono, non vogliono educare né tanto meno punire quei cinquanta coglioni, fanno pagare le società per responsabilità oggettiva. A un cittadino dotato di un minimo senso della ragione, ormai troppo spesso ai ferri corti con il cuore, non può sfuggire che si tratti di una inaccettabile, strumentale ingiustizia.


