Più coraggio, con o senza Balotelli
Luca Serafini
Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi, non facendosi bastare la sua media gol da quando veste la maglia rossonera, Mario Balotelli è riuscito a dissiparli tutti nelle ultime 2 uscite con Napoli e Ajax. In questo Milan è una spanna sopra tutti gli altri, soltanto El Shaarawy – quanto a talento puro – può ambire a raggiungerne l’altezza. Mario ha fatto e disfatto a suo piacimento, risultando di gran lunga il più forte e il più bravo, il più pericoloso, il più incisivo. Uno dei pochi giocatori milanisti di levatura nazionale e internazionale. Il problema grosso è che in queste occasioni Mario ha dato anche il peggio di sé, beccandosi cartellini a ripetizione, rimediando l’ennesima squalifica, suscitando l’insofferenza non soltanto degli avversari (che lo tormentano impunemente), ma anche quella dei propri tifosi e del suo stesso ambiente, non avendo la società nemmeno presentato ricorso per la sceneggiata che ha chiuso il match col Napoli. Difficile, molto difficile attendersi miglioramenti a breve o a lungo. Mario ricorda Cassano, ricorda quegli uomini di grandiosa entità tecnica, ma di disarmante fragilità caratteriale, che non riescono a fare tesoro delle proprie esperienza positive e negative, non assimilano i consigli, non metabolizzano gioie e sofferenze limitandosi a esacerbare la rabbia repressa, manifestandola ad ogni occasione. Se all’Inter e al City il tema avrebbe potuto essere il sentirsi all’altezza dei grandissimi campioni che lo circondavano e con i quali si sentiva in concorrenza, oggi al Milan uno dei pungoli di Balotelli potrebbe essere al contrario il fato di sentirsi indiscutibilmente il padrone del destino della squadra.
E così è. Il Milan di oggi con Balotelli è una cosa, senza Balotelli è un’altra. Con tutte le responsabilità, i vanti, i vezzi, forse un pizzico di mitomania che questo può comportare. Con o senza Balotelli, però, l’autorevolezza, la personalità e – in una sola parola – il coraggio di questa squadra deve però essere ben più elevato rispetto all’orrendo primo tempo di Amsterdam. Un conto è preparare la gara attendendo l’avversario per poi colpirlo, un altro è rinunciare a giocare lasciando a una squadra modesta e inferiore il 70% di possesso palla senza nemmeno farsi sfiorare dall’idea di attaccarli. La ripresa ha dimostrato quanto più inferiore del Milan sia questo Ajax, eppure non è stato sufficiente per non rischiare di perdere raddrizzando l’ennesimo brutto risultato (e brutta figura) con una zampata nel finale. Non siamo noi a dirlo: sono la proprietà e la storia di questo club a pretendere che la faccia del Milan in Italia e in Europa sia assai diversa rispetto ala maschera sciatta e rugosa di Verona, Torino, Bologna, Amsterdam.


